Nicole Voltan_PARA KLÀSIS. Profilo dinamico interno

Testo critico a cura di Carla Capodimonti e Simona Merra

Parte dell’indagine esistenziale dell’uomo è il bisogno di equilibrio, il ricorso ad un’apparente piattezza che permette di attribuire un ordine agli elementi, categorizzandoli e classificandoli. Questa ostinata volontà viene costantemente smentita dal logos dell’universo e dall’immutabilità dell’equilibrio delle parti presenti in natura.

Con PARA KLÀSIS Nicole Voltan mette alla prova la percezione del dato reale, tramite lo smascheramento del discorso ontologico, mostrandone chiaramente i meccanismi di classificazione necessari a una categorizzazione dell’esistente.

Attraverso un approccio pragmatico, l’artista indaga il rapporto tra dato oggettivo e soggettivo dei fenomeni terreni, acquisendo una consapevolezza scientifica e allo stesso tempo uno sguardo critico personale che colloca l’essere umano come nucleo di un tutto, approdando a una visione quasi antropocentrica.

In un flusso universale dove tutto cambia – “negli  stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo”[1] – l’uomo vive in continua divergenza/convergenza, riaffermando ciò che Eraclito definiva il logos indiviso, ossia la legge assoluta della Natura.

Hplc (Hidden Particles Lose Community), still da video, 2013

Hplc (Hidden Particles Lose Community), still da video, 2013

La dottrina dei contrari mostra l’interdipendenza di concetti opposti: nella video proiezione  HPLC (Hidden Particles Lose Community) l’artista annulla la separazione degli elementi, contrastando il meccanicismo della catalogazione. Ne risulta un indefinito numero di tracciati in contrasto e allo stesso tempo subordinati l’uno all’altro, ciascuno dei quali è definito solo per opposizione. Tramite un’utopistica inversione temporale, Nicole smaschera il determinismo umano, che necessita del processo di separazione proprio dell’analisi scientifica.

Lo sguardo soggettivo dimostra che le singolarità sono in relazione e in comunicazione tra loro: l’identico e il diverso si unificano a costituire la realtà di tutti i processi dell’esistenza, umana e cosmica.

Ed è proprio il pennino, nel Robot disegnatore, che con la scrittura casuale e la continua cancellazione dei tracciati, disintegra il concetto di scissione e l’inutilità del processo di dissociazione.

Robot disegnatore, installazione meccanica, 2013

Robot disegnatore, installazione meccanica, 2013

Per Nicole Voltan – artista eclettica e instancabile sperimentatrice – i principi scientifici costituiscono un pretesto per approdare a un linguaggio profondamente emozionale ed esistenziale, secondo cui “tutto l’universo della scienza è costruito sul mondo vissuto e se vogliamo pensare la scienza stessa con rigore, valutarne esattamente il senso e la portata, dobbiamo anzitutto risvegliare questa esperienza del mondo […]”.[2]

L’uomo non fa parte della Natura, ma è egli stesso Natura. Nicole riporta l’attenzione sul dato antropico, in relazione al quale si può affermare – citando il linguista francese Émile Benveniste – che “la coscienza di sé è possibile solo per contrasto. Io non uso io, se non rivolgendomi a qualcuno, che nella mia allocuzione sarà un tu.”[3]

Nessuno dei due termini è concepibile senza l’altro: entrambi esistono in un regime di interdefinizione reciproca.

isostasia-1_foto2

Isostasia 1, still da video, 2011

Ciò crea un equilibrio scientificamente definito “gravitazionale”, che si osserva nel video Isostasia 1, dove il “moto” – ossia la condizione di movimento strutturale del nostro pianeta – rappresenta lo specchio attraverso il quale natura e uomo convergono in un’unica direzione.

Con il “Principio di isostasia” si intende la tendenza della crosta terrestre a raggiungere una posizione di stabilità attraverso il galleggiamento; una condizione apparentemente precaria – o conflitto fra i contrari in superficie – che nasconde un’armonia in profondità.

Tale trapasso continuo e inevitabile da un opposto all’altro, costituisce sia il processo universale della realtà in divenire, sia la condizione necessaria o sostanza dell’Essere, in quanto ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione.

“La nostra anima è un fenomeno che cambia la permanente stabilità in permanente trapasso”[4]; in ogni essere è presente una doppia tensione – in senso centrifugo o di disgregazione e in senso centripeto o di composizione unificatrice – che deve mantenere un equilibrio costante nella conservazione perpetua del cosmo.

Isoipse plastiche, tecnica mista su tela, 2013

Isoipse plastiche, tecnica mista su tela, 2013

Proporzione e armonia appaiono in Isoipse Plastiche, opera che conquista un compimento nell’equilibrio naturale degli elementi e mezzo per ricreare quell’estetica dell’ordine che caratterizza la storia dell’arte fin dalla classicità. Un logos indiviso restituito tramite il ritratto plastico di un paesaggio dolomitico fortemente spersonalizzato e allo stesso tempo evocativo, che suggerisce il raggiungimento di una consapevolezza totale.

Il corpus di opere presentate per Galleria Cinica, mostra il rapporto fra suono, luce, buio e movimento, concetti chiave della poetica artistica di Nicole Voltan. La riproduzione del dato oggettivo, lascia spazio all’interpretazione attraverso meccanismi scientifici (Hplc), meccanici, (Robot disegnatore), movimento (Isostasia 1) e staticità (Isoipse plastiche) in grado di restituire un dialogo fra le parti. Si può risalire così al concetto di Entanglement universale, fenomeno quantistico già analizzato dall’artista in altre occasioni, per il quale due oggetti, anche se separati spazialmente, risultano strettamente dipendenti fra loro. Così si scopre che, nonostante tutto ciò che facciamo per dividere le cose, il tempo ristabilirà presto la loro unione.

[1] R. Mondolfo, “I frammenti del fiume e il flusso universale in Eraclito”, in Rivista critica di storia della filosofia, ANNO XV, fasc. 1, Gennaio – Marzo 1960, La Nuova Italia Editrice, Firenze, p. 6

[2] Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Studi Bompiani, 2003, p.17

[3] E. Benveniste, “La soggettività del linguaggio”, in Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, p. 312

[4] H. F. Fraenkel, “Dichtung und Philosophie des frühen Griechentums”, in Rivista critica di storia della filosofia, ANNO XV, fasc. 1,  Gennaio – Marzo, 1960, La Nuova Italia Editrice, Firenze, p. 5

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(13/12/2013) VIDEO DEL GIORNO su INSIDEART: “Isostasia 1”. Intervista a Nicole Voltan, di Claudia Quintieri

«Ho sempre portato avanti tutte le tecniche possibili in base a ciò che volevo raccontare», sono le parole di Nicole Voltan rispetto al suo lavoro di artista. Le prime opere presentate in accademia a Venezia, a metà degli anni 2000, erano scatole di polistirolo. In quel periodo faceva anche sculture e lavorava molto con l’assemblage. È di quell’epoca la sua prima personale a Milano al circolo culturale Bertolt Brecht, dove ha esposto principalmente dipinti. Nel 2011 si è trasferita a Roma da Venezia perché la città lagunare, nonostante un certo fermento, non riusciva a stimolarla quanto la capitale. La tematica principale, filo conduttore di tutta la sua produzione, è il rapporto arte-scienza: «Arte e scienza sono due opposti, ma complementari fra loro: l’una è totalmente emozionale l’altra è rigorosa e logica; l’arte è soggettiva, non è vincolata da nessun tipo di regola, come invece lo è la scienza: questo contrasto tra i due termini mi piace. Poi la scienza da un certo punto di vista è molto artistica, e anche religiosa: la meraviglia di certe immagini, ad esempio astronomiche e della natura stessa, sono una forma d’arte perché la natura è arte; dall’altro punto di vista è talmente rinchiusa nelle sue leggi che è bello stravolgerle e riuscire a interpretarla in modo più soggettivo e creativo», dichiara la Voltan. Nella sua storia personale, l’artista, fin da bambina, è stata attratta da tematiche scientifiche, ricorda una lettera a Babbo Natale in cui ha chiesto un microscopio e un telescopio per guardare le cose piccole e le stelle: questa passione è talmente radicata in lei, che ha portato con sé quel telescopio a Roma. Le costellazioni e il cosmo sono una parte essenziale di uno dei filoni che segue Voltan, sulle suggestioni nate dalla curiosità per cosmo e costellazioni ha incentrato la sua mostra 88trame alla galleria Whitecube al Pigneto, ora La Stellina arte contemporanea. Ma che cosa la affascina di cosmo e costellazioni? «Sono talmente vasti sia come superficie che come concetti che non finirà mai il mio approfondire ed entrare nelle leggi cosmiche, mi affascina poi l’estetica del cosmo e il fatto che si rispecchia anche nel micro: sto scoprendo l’associazione fra le galassie e le cellule su cui vorrei lavorare per un progetto futuro. La frase che mi colpisce di più dice che siamo fatti di stelle perché abbiamo gli stessi elementi che hanno le stelle», commenta l’artista. Questo legame fra micro e macro porta alla riflessione sull’unione degli opposti: “gli opposti sono complementari. L’uomo cerca sempre di dividere le cose: amore e odio, guerra e pace, bene e male, però se non esistesse l’uno non esisterebbe l’altro”, continua Nicole. In questo periodo si sta svolgendo la personale di Voltan Para Klàsis alla Galleria Cinica di Trevi, a cura di Simona Merra e Carla Capodimonti. Iniziamo dal titolo della mostra: Para Klàsis vuol dire rottura, qui entra in gioco il dialogare degli opposti nella discussione e nella lotta fra due estremi che porta all’equilibrio. In questa esposizione è presente in video Isostasia 1, da noi proposto, che si ispira al fenomeno fisico per cui la densità della Terra rimane sempre uguale, cambia solo l’assetto. Le riprese sono state fatte vicino Misurina, sulle Dolomiti, durante una passeggiata: da quelle immagini è nata l’idea del video. All’inizio si vedono rocce e montagne, essenziali nel discorso scientifico sull’isostasia. Poi si cammina, ma della presenza umana appaiono solo le ombre, una è quella dell’artista, ombre indicative di una ricerca di qualcosa che a volte manca: questa camminata rappresenta ciò che facciamo spesso nella vita, ovvero cercare l’equilibrio sia con noi stessi che con gli altri. Il suolo che è sotto di noi è ciò che ci regge in piedi e gli uomini hanno due gambe per cui perdono l’equilibrio fisico, ma anche l’equilibrio emotivo e interiore, più facilmente di un animale, a quattro zampe. A proposito di questi significati Voltan dichiara: «tutto quello di cui tratto è anche, in qualche modo, autobiografico e soggettivo: parto da una mia esperienza per arrivare a tematiche più collettive». Alla fine del video si vede il movimento di un lombrico che si ripete varie volte, a proposito di questo finale l’artista dice: «Il lombrico rappresenta la vita, è il classico elemento alla base della generazione del terreno, lo rende fertile. Poi ha la proprietà di essere una molla, di essere elastico: paradossalmente anche noi uomini dovremmo aspirare all’elasticità per adattarci alle cose dell’esistenza, ed essere anche sinuosi». Il tremore della telecamera ha un’origine tecnica perché le riprese sono state fatte a mano, ma è anche un modo di rappresentare il movimento stesso delle cose. Infine l’audio è composto da rumori umani come l’accensione di un accendino, il carrello della spesa, una lavatrice, perché, conclude Nicole: «sono in contrasto con la rappresentazione della natura, ma paradossalmente assomigliano proprio ai rumori della natura come i sassi quando rotolano o si sgretolano, quindi portano in sé l’equilibrio e il contrasto fra uomo e natura». Info: nicolevoltan.blogspot.com

Nicole Voltan, Isostasia 1, 2011

 

Intervista pubblicata su INSIDEART, 13 dicembre 2013: http://www.insideart.eu/2013/12/13/isostasia-1-di-nicole-voltan/

 

 

galleria cinica #6. PARA KLÀSIS. Profilo Dinamico Interno. Intervista a Nicole Voltan, di Maila Buglioni

Bianco e nero, natura ed essere umano, dinamicità e staticità. Elementi opposti e caratterizzanti PARA KLÀSIS. Profilo Dinamico Interno, l’ultima mostra presentata negli spazi di Palazzo Lucarini Contemporary per il progetto Galleria Cinica.Immagine

L’esposizione, a cura di Carla Capodimonti e Simona Merra, è un focus sulla ricerca artistica di Nicole Voltan (Mestre, VE, 1984 – vive e lavora a Roma) orientata verso il mondo e suddivisa in tre filoni principali: cielo, terra e vita.

Laureata in decorazione all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Nicole lavora principalmente con l’installazione, ma anche con pittura, scultura e video. Un’indagine particolare, la sua, poiché prende spunto da fenomeni geologici e da leggi fisiche per elaborare una sorta di scienza alternativa con lo scopo ultimo di affermare l’impossibilità dell’uomo di forgiare concetti e postulati eternamente vigenti. Una premessa indispensabile per capire il lavoro dell’artista e che ricorda la famosa frase del padre della chimica Antoine-Laurent Lavoisier «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» (in Histoire et Dictionnaire de la Révolution Française, Parigi, Éditions Robert Laffont, 1998).

La nascita del suo interessamento nei confronti di questo campo, apparentemente distante da quello dell’arte, è spiegata dalla stessa Voltan con queste parole:

«la consapevolezza del mio interesse è arrivata solo due o tre anni fa, quando sono cresciuta ed ho iniziato a conoscermi in maniera più approfondita».

Una passione recondita, scaturita già da bambina grazie alle numerose gite scolastiche al Planetario o al Museo di Scienze Naturali locali, con:

«la curiosità di capire come funziona il mondo».

Tale curiosità di cui ci parla è stata veicolata anche per merito del padre, da lei definito come «un piccolo scienziato», il quale le ha trasmesso l’amore verso i minerali.

«É stato proprio lui che mi ha trasmesso questa passione e mi ha regalato il primo telescopio».

In quest’occasione la veneta riflette sull’antropologico bisogno e desiderio dell’individuo di comprendere l’equilibrio intrinseco delle cose attraverso un approccio scientifico, esaminando il micro e il macro e le relazioni fra genere umano e natura attraverso i mezzi espressivi dell’arte visiva.

Tuttavia, ciò che rende affascinante il lavoro di Nicole è il costante desiderio di sperimentare, parola chiave con cui è possibile sintetizzare la propria prassi operativa. Qualità, questa, percepibile già entrando nella prima sala, posta in penombra, con Robot disegnatore (2013): un congegno inventato appositamente per l‘evento in corso. Composto da un motorino meccanico, una lunga asta e un pennino a inchiostro, il macchinario è in grado di creare un disegno a china ogni volta differente su un foglio di carta collocato sul pavimento. Il dispositivo vive di vita propria, tuttavia l’artista interviene nel suo elaborato generando una collaborazione tra le due parti come visibile nel video http://www.youtube.com/watch?v=1_a8AuoNWH8&feature=youtu.be.

Afferma la Voltan:

«Per collaborazione con il robot  intendo questo: lasciare a lui la libertà di decidere quando scrivere e quando non scrivere, mentre io creo la composizione spostando l’asta del macchinario».

L’ideazione di tale opera deriva dall’osservazione dell’apparecchiatura HPLC, protagonista dell’omonimo video. Tuttavia, Nicole ribadisce in questi termini l’inconciliabilità tra macchina e uomo ovvero la differenza tra mezzi artistici e quelli scientifici:

«l’unicità del disegno prodotto dal robot da me creato deriva dalle sue imperfette fattezze. Infatti, mentre il concetto d’imperfezione si ricongiunge direttamente all’uomo, quello di perfezione è attribuibile alla sola macchina».

Inoltre, la ciclicità dell’automatismo e il tracciato risultante uniscono installazione e proiezione. Mentre nella prima esiste solo la possibilità di registrare un segno che rimarrà eternamente; nella seconda è rivelato il processo utopistico di scrittura e conseguente cancellazione della traccia indelebile. Lo spostamento del pennino, legato alle vibrazioni sonore che avvolgono la stanza, diviene illusorio nel corto HPLC (Hidden Particles Lose Community) poiché in esso nulla di definitivo è tracciato e tutto sembra assolutamente casuale. Il disegno elaborato dal robot simboleggia il limite o il bisogno umano di dover ordinare per categorie ogni cosa esistente nell’universo.

La riflessione sulla continua mutazione di ogni cosa, presente nel mondo e nell’opera appena illustrata, è al centro della riflessione dell’artista. Infatti, tutta la personale ruota attorno alla dottrina dei contrari di Eraclito – anche definita come logos indiviso – ossia la legge assoluta che governa la Natura. Secondo il filosofo greco, tutto nell’universo è subordinato a tale contrapposizione (bene e male, pace e guerra, caldo e freddo, etc.). Esemplare è il HPLC (Hidden Particles Lose Community) (video, 2013) http://vimeo.com/74471358 – realizzato nel laboratorio di Chimica Organica dell’Università La Sapienza di Roma – che inquadra il suddetto strumento, oggi sostituito dal computer. Un macchinario utilizzato in tale ambito per separare e riconoscere, sia qualitativamente che quantitativamente, i diversi componenti contenuti in una sostanza omogenea. L’inquadratura semi fissa e dettagliata permette di carpire i movimenti che il pennino meccanico traccia sulla carta millimetrata, a volte in modo lento, altre in maniera decisa. Le caratteristiche del tracciato risultante rappresentano il profilo del processo di separazione dei micro-elementi della china. Se nell’analisi scientifica domina la necessità di documentare il reale, in quella artistica governa il caso e l’utopia. Infatti, nella proiezione la disgiunzione tra le sostanze è annullata grazie all’inversione temporale: il segno trascritto è cancellato tramite il rewind del corto, evidenziando l’impossibilità di ri-costruire ciò che in precedenza è stato separato. Si genera così un conflitto tra creazione e distruzione, riunione e frattura risolvibile solo attraverso il dinamismo visivo.

L’essere umano non è Natura ma al contempo è parte di essa. Questa doppia condizione genera una riflessione antropocentrica, dove – come afferma il linguista francese Émile Benveniste – «la coscienza di sé è possibile solo per contrasto. Io non uso Io, se non rivolgendomi a qualcuno, che nella mia allocuzione sarà un tu» (Émile Benveniste, La soggettività del linguaggio, in Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pag. 312). Un ragionamento che ben si presta a spiegare l’installazione ubicata nella saletta adiacente e composta da un grande dipinto e un monitor. Con Isostasia 1 (video, 2013) http://vimeo.com/59136244 Nicole riflette sul fenomeno di equilibrio gravitazionale che si verifica sulla Terra tra la litosfera e la sottostante astenosfera ovvero la tendenza della crosta terrestre a raggiungere una posizione di equilibrio attraverso il galleggiamento. Protagonista del video è il moto, o più precisamente l’equilibrio come stato continuamente ricercato sia dalla natura sia dall’uomo (da quest’ultimo cercati sia per trovare una stasi interiore sia come adattabilità precaria all’ambiente esterno). Come si evince dalle immagini, l’individuo è un elemento passivo di fronte alla potenza del contesto circostante. Una supremazia da noi spesso dimenticata, soprattutto in passato quando si pensava che la terra fosse ferma mentre il sole e i pianeti ruotavano attorno ad essa. Le riprese proposte richiamano alla memoria le escursioni effettuate dai primi geologi e scienziati che, a fine Ottocento, si avventuravano in tali contesti, fino ad allora considerati pericolosissimi e pieni d’insidie qui sottolineate con la ripresa della nebbia e del tenebroso rumore di sottofondo. Nicole si cala in prima persona nei panni di questi pionieri per evidenziare la posizione d’instabilità e di continuo divenire cui ogni creatura deve sottostare per ritrovare l’equilibrio con il tutto:

«La Natura è la grande entità che decide tutto. ‘Isostasia 1’ dimostra la possibile conciliazione tra le parti ovvero l’equilibrio tra uomo e natura. Il video si apre con una visione sul cielo, sull’universo per poi spostarsi sulla Terra, riprendendo le rocce e successivamente sulle tre ombre camminanti che rappresentano noi stessi in equilibrio con ciò che ci circonda e con la nostra interiorità».

Sovrasta lo schermo la pittura Isoipse Plastiche (tecnica mista su tela, 2013), in cui è raffigurato un grande paesaggio dolomitico, opera sintesi di tutto il discorso affrontato. Il monocromo sottolinea la situazione di stasi ritrovata tra i due opposti – uomo e natura – restituendo, da una parte, il dato reale osservato con gli occhi (le dolomiti) e, dall’altra, ciò che analizziamo con la mente (il plastico).

Partita da concetti e fenomeni scientifici, rielaborati e manipolati attraverso mezzi artistici, Nicole arriva a creare una scienza artistica in grado di ripristinare il dialogo tra due ambiti apparentemente inconciliabili.

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 5 dicembre 2013.

Nicole Voltan, “PARA KLÀSIS. Profilo dinamico interno”: si preannunciano sorprese per la Preview! Siete curiosi?

In occasione della preview della mostra PARA KLÀSIS. Profilo dinamico interno in programma per venerdì 1° Novembre alle ore 15.30, l’artista Nicole Voltan realizzerà alcuni disegni insieme alla sua opera “Robot disegnatore”; pezzi unici che verranno esposti appositamente per Galleria Cinica, disponibili in vendita presso il bookshop del museo.

Il risultato di una performance unica, tra volontà umana e agire meccanico, che testimonia lo stretto rapporto dell’artista con la sua opera.

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In anteprima: uno dei primi disegni realizzati dal “Robot Disegnatore” (2013).

 

 

LE STRATEGIE FANTASMA DI FRANCESCO CIAVAGLIOLI, intervista a cura di Giovanna Santirocco.

Strategie fantasma. Riproduzione – dissoluzione – pathos è una visione d’insieme delle ultime produzioni artistiche di Francesco Ciavaglioli, in mostra alla Galleria Cinica di Trevi (PG) fino al 27 di questo mese.
L’artista svela il mondo così come appare ai suoi occhi: pregno di passione, ricordi, ma anche di ombre, scie, fantasmi per appunto. La mostra raccoglie quattro lavori, ognuno dei quali degno di attenzione per la sua forza comunicativa. Nell’intervista, come in un percorso guidato, l’artista ci spiega il senso e ci illustra il processo tecnico delle sue opere, nelle quali la componente fotografica ha un peso fondamentale.

Cominciamo con una domanda generale. In molti dei tuoi lavori si ha la sensazione che la vera protagonista sia la tua memoria. Quanto è forte il rapporto fra il tuo passato e la tua arte? Quanto è importante, nelle tue opere, il tuo vissuto?

Anche se penso che il lavoro debba essere salvaguardato da ingerenze autobiografiche, credo che le due cose siano in una certa misura indissolubili. Non può essere tutto frutto di una gelida ricerca estetica ed è un bene che sia così, altrimenti l’arte sarebbe un lavoro come un altro. Ciò che tento di fare è concentrarmi sugli elementi di universalità che legano il mio vissuto a quello di tutti.

Tutti noi applichiamo inconsciamente meccanismi di transfert in diverse situazioni. Dare questo nome a una serie di opere, come hai fatto tu, spinge però lo spettatore a farlo coscientemente, e quindi a fare proprie le tue immagini tramite l’osservazione. Entri così in contatto diretto con la memoria dello spettatore, utilizzando una tecnica, fra l’altro, molto interessante. Ci puoi raccontare qualcosa di più?

In ogni trasferimento di sentimenti da una situazione passata a una attuale, ciò che si rimette in moto è il nostro sistema inconscio, e proprio per questo la gestione di tale fenomeno è considerata il principale strumento della psicoanalisi.
In questo senso, la tecnica utilizzata in questi lavori ha la stessa proprietà strumentale. Le fotografie stampate in digitale vengono trasferite mediante dei solventi su un altro supporto cartaceo in un procedimento molto rapido e gestuale, che non permette una gestione volontaria dell’immagine e lascia largamente al caso il risultato finale. In pochi secondi, l’immagine si scoglie e si ricompone, perdendo la sua attualità e la sua immediata riconoscibilità in favore di una evocazione fantasmatica. Diventa un’apparizione che, proprio in virtù della sua evanescenza, instaura un rapporto viscerale e perturbante con l’osservatore.

Nella sua natura analitica, l’opera Hortus mi ricorda il sistema zonale di Ansel Adams, in cui la stessa immagine può perdere o acquisire particolari basandosi sulla scala di grigi. Tuttavia, vedendo l’istallazione nell’insieme si ha la sensazione di “incontro” fra una cosa appena nata, dove l’immagine è più chiara e priva di particolari, e una cosa che invecchiando tende a scurirsi, per poi rinascere nel colore centrale. Come all’interno di un ciclo vitale perpetuo. Ho esagerato con l’immaginazione?

A prima vista l’installazione ha un che di optical, che può far pensare ad un sistema di gradazioni tonali. E a suo modo lo è: gli A4 che compongono l’installazione sono stati realizzati con una fotocopiatrice che, partendo dalla matrice a colori, applica lo stesso criterio di riproduzione copia dopo copia, in un sistema con una sua regola interna.
L’altro aspetto che hai notato di questo lavoro, cioè il riferimento al vivere organico, contribuisce a dare al tema della dissoluzione un aspetto esistenziale: il ciclo delle immagini, il loro apparire, sparire e tornare è anche e soprattutto, come dici esattamente tu, un ciclo vitale perpetuo. É propriamente della vita delle immagini che si vuole parlare e quindi anche della nostra vita.

Come accade nell’omonima opera di Renoir, in Bagnanti le tue figure oniriche ci appaiono libere e disinibite. Ritorna anche l’elemento del fantasma, ma in questo caso si ha l’impressione che sia tu a regalarci un tuo ricordo, senza però svelarlo del tutto. Qual è il vero significato di questo lavoro?

Sono molto affezionato a quegli scatti, ricordo perfettamente l’atmosfera di quel tardo pomeriggio d’estate che le immagini restituiscono, ma non è questo che mi ha spinto a condividerle.
In quelle foto si evoca un tema tradizionale dell’arte: a Renoir potremmo aggiungere Cézanne, Picasso o anche Fragonard, arrivare fino a Guercino, all’Apollo dormiente di Lorenzo Lotto e chissà quanti altri anche in epoche più remote. Questa dimensione ingenua e primigenia è il vero contenuto della foto: nonostante tutto, l’essere umano è ancora tale e gli piace giocare nell’acqua, come probabilmente ha sempre fatto. È anche in gesti come questi che si conserva la nostra storia e la nostra memoria collettiva.

In conclusione, mi piacerebbe conoscere la tua carriera artistica passata, la tua formazione e i tuoi progetti futuri. Le tue “strategie”, insomma. Come hai conosciuto il mondo della fotografia e come vorresti utilizzarla nel prossimo futuro?

I primi approcci fotografici risalgono a quando ero piccolo e rubavo a mio padre una sfavillante reflex Nikon dei primi anni ’80: non la sapevo assolutamente usare e da un rullino da trentasei scatti ne uscivano forse quattro, ma mi affascinava. Forse più come oggetto che come strumento: pieno di numeri pulsanti e levette, una sorta di astronave…
La macchina, sopravvissuta alla mia “curiosità” infantile, mi ha accompagnato negli studi in Accademia, montava un 50 mm che ancora utilizzo con grande soddisfazione. Dopo i primi anni di studi, il lavoro pittorico si è arricchito di una metodologia che sempre più spesso si avvaleva della fotografia. Ero colpito da artisti come Gerard Richter, Francis Bacon, e il loro particolare modo di rapportarsi a questo mezzo, che è ormai diventato uno strumento di ricerca insostituibile per me.
Al momento sarebbe difficile sintetizzare la mia condizione attuale e i molti progetti futuri: quel che è certo è che Strategie fantasma rappresenta un nodo importantissimo tramite il quale, anche grazie al contributo di Simona Merra e Saverio Verini, ho fatto molta chiarezza sul lavoro passato e ho raccolto nuovi stimoli e nuove idee.

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Francesco Ciavaglioli, Hortus, stampa digitale e fotocopie A4, 2013

Intervista pubblicata su ARTNOISE, 14 ottobre 2013.

Lo “Studio Visit” si trasferisce in Galleria! Preview della mostra personale “PARA KLÀSIS Profilo dinamico interno” e incontro con l’artista Nicole Voltan

In occasione di “Festivol 2013”, Galleria Cinica apre le porte al pubblico – venerdì 1° Novembre alle ore 15.30 – durante l’allestimento della mostra PARA KLÀSIS Profilo dinamico interno, personale dell’artista Nicole Voltan, a cura di Carla Capodimonti e Simona Merra.

L’incontro con l’artista, che illustrerà il suo lavoro, permetterà di sperimentare in maniera diretta la preparazione dell’esposizione. Un vero e proprio appuntamento in “work in progress”, esperienza unica nel suo genere, che precederà l’inaugurazione in programma per sabato 2 Novembre alle ore 18.00.

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galleria cinica #5. Strategie fantasma. Intervista a Francesco Ciavaglioli, di Maila Buglioni

Il sole fa capolino nella vallata umbra invogliando gli invitati a fuggire dalle afose città per trascorrere il primo week-end settembrino a Trevi, dove s’inaugura il quinto ma non ultimo appuntamento di Galleria Cinica dal titolo Strategie Fantasma. Riproduzione – dissoluzione – pathos di Francesco Ciavaglioli, a cura di Simona Merra e Saverio Verini.

L’indagine artistica di Francesco Ciavaglioli (Avezzano, 1983 – vive e lavora a Roma) – pittore, fotografo e video maker – si concentra sulla dissolvenza dell’immagine intesa come phantasma, come fatto mnemonico, affezione e pathos ovvero sul rapporto esistente tra la realtà dell’oggetto e la sua rappresentazione. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Perugia, l’attività dell’artista abruzzese si è spostata verso differenti forme creative grazie alla partecipazione a mostre personali e collettive fino all’ideazione di vari progetti culturali (dal 2010 al 2012 è stato direttore artistico del centro culturale COMBO, a Perugia, mentre nel 2012 fonda CALAVERAS STUDIO, collettivo di produzione video e documentari). Tra le sue ultime mostre: Dedalo – Aix en Provence, Perugia, Tubingen, Kulturhalle, Turbigen a cura di Antonio Senatore (2013); SPAM! Cartoline d’artista, a cura di Sguardo Contemporaneo, Fondazione Pastificio Cerere, Roma (2012); Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia, CITIZENSHIP: la giovane fotografia racconta la cittadinanza, a cura di Daniela De Luigi (2012).

Punto di riferimento dell’esposizione sono le riflessioni teoriche di Giorgio Agamben sulla natura ambigua e duplice delle immagini contenute in particolare nel saggio Ninfe del 2007, nonché quelle teorie cardine della riflessione estetica contemporanea – da Aby Warburg a Georges Didi-Huberman – che s’imperniano sulla formazione delle figurazioni e il loro svanimento, fra ripetizione ed entropia.

“La storia dell’umanità è sempre storia di fantasmi e di immagini, perché è nell’immaginazione che ha luogo la frattura tra l’individuale e l’impersonale, il molteplice e l’unico, il sensibile e l’intellegibile […]. Le immagini sono il resto, la traccia di quanto gli uomini che ci hanno preceduto hanno sperato e desiderato, temuto e rimosso.”.
(G. Agamben, Ninfe, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, pp.56-57.)

Lo stralcio qui riportato, ripreso dal testo sopracitato del filosofo italiano, evidenzia l’importanza assoluta delle raffigurazioni nella storia dell’uomo in quanto esse sono intese come il luogo in cui si addensa il ricordo degli eventi. Nozione, questa, che si collega ad Aby Warburg e al suo scritto Mnemosyne, secondo il quale le immagini sono i principali veicoli della tradizione culturale e della memoria sociale. Per lo studioso austriaco, infatti, esisterebbero delle figure archetipiche – caratterizzate da forme che si sedimentano e si ripresentano nel corso del tempo – cariche di un’energia che sopravvive sia all’artista che le realizza sia allo spettatore che le osserva. Figurazioni che appaiono, scompaiono per riapparire a distanza di secoli: un ciclo eterno che si rigenera dando vita a forme e contenuti sempre nuovi.

Muovendo da queste tesi e dal suo quasi ossessivo interesse verso l’entropia, Francesco

focalizza la sua attenzione sulla formazione dell’immagine e sul suo svanimento. All’interno delle due sale, infatti, sono allestiti una serie d’interventi site-specific, tra cui lavori inediti, realizzati attraverso varie tecniche: dalla fotografia al disegno, al video. Tutte opere che affrontano il medesimo tema attraverso differenti strategie come la dissoluzione, la percezione ottica, la vanità delle immagini, la memoria del visivo, la ripetizione delle forme… Interventi ideati per evocare:

“il lato nascosto del mondo visibile – il territorio della dissomiglianza.”
(G. Didi-Huberman, La Conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagni, Bollati Biringhieri, Torino, 2011, p.19)

La questione dell’apparizione e della conseguente erosione delle immagini è affrontata da Ciavaglioli attraverso differenti medium espressivi in tutta la sua produzione configurandosi come una traccia evanescente, fantasma, sfuggente all’occhio del suo osservatore. Fine ultimo della sua poetica è rallentare lo sguardo dell’astante, catturato dal flusso delle figurazioni che affollano il mondo contemporaneo, affermando l’atto del vedere come una scelta consapevole e mirata.

Esemplare è l’installazione che apre il percorso espositivo Hortus (2013, stampa digitale e fotocopie A4) composta da una serie di fotocopie raffiguranti la stessa immagine secondo una pratica singolare. L’artista è partito da una fotografia originale per fotocopiarla prima a colori e successivamente in b/n, ripetendo questo processo all’infinito fino all’annientamento di ciò che vi è raffigurato. Così operando il motivo floreale scelto diventa una sorta di archetipo contemporaneo, dove la riproduzione del medesimo tema produce la scomparsa della stessa matrice. Un’evaporazione documentata attraverso sottili e quasi impercettibili scarti tra un’immagine e l’altra per condurre l’invitato, passo dopo passo, verso la scomparsa del soggetto. Nonostante ciò, visto nell’insieme, l’intervento assume i connotati di un enorme paesaggio apposto sulla candida parete. Ne deriva un doppio movimento del pubblico durante la lettura del lavoro: di avvicinamento per cogliere il contenuto nella sua totale interezza e dissolvenza; di allontanamento per carpire l’immagine nella totalità delle sue variazioni. Uno spostamento che mette in evidenza la vera essenza di Hortus come vanitas odierna, come monumento all’effimero e alla caducità.

Alle nostre spalle, sulla parete opposta, scorgiamo Trasfert (2013, stampa digitale e solventi) ovvero un ciclo di quattordici composizioni ottenute dal trasferimento di stampe digitali al laser su supporto cartaceo attraverso l’utilizzo di particolari solventi. Gli interventi di manipolazione eseguiti da Francesco sul retro delle singole fotografie, conferiscono un’essenza pittorica alla nuova immagine ottenuta tramite tale tecnica. Si giunge così alla rarefazione del soggetto originario e all’impossibilità di riconoscerlo appieno, soprattutto nei minimi dettagli, invitando lo spettatore a uno sforzo cognitivo e interpretativo. Apparizioni effimere, fantasmi o figure evanescenti emergono dalle singole opere della serie:

“sentiamo che ci riguardano da lontano, che ci toccano, ma […] non conosciamo né conosceremo mai tutti i dettagli.”
(G. Didi-Huberman, La Conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagni,Bollati Biringhieri, Torino, 2011, p.27).

Poco distante, sempre nella stessa stanza, sono esposte, una accanto all’altra, due fotografie intitolate Bagnanti (2011, stampe digitali): scatti realizzati nel 2011 presso il Lago Trasimeno, vicino Perugia. In questo lavoro l’abruzzese ha impiegato una strategia diversa ovvero ha provocato la dissoluzione dell’immagine attraverso la semplice sovraesposizione della macchina fotografica, cosicché le figure impresse risultino evanescenti già nella matrice, riducendo al minimo l’intervento in fase di post-produzione. Il risultato è la lettura di uno scenario estivo appena delineato, dove impercettibili bagnanti s’intravedono all’orizzonte, come fossero visioni oniriche, rappresentazioni caricate di una temporalità indefinibile.

Nel secondo ambiente, invece, è proposto il video Pretty Little Town (2013, video loop 3’) girato all’interno di un teatro meccanico realizzato negli anni Sessanta – il Teatrino di Norimberga – presente nello storico parco divertimenti della Città della Domenica di Perugia. Nel teatrino automatizzato è riprodotto in scala ridotta un paese popolato di peluche che con il tempo, a causa del ripetuto movimento dei pupazzi, sta perdendo la sua originaria funzionalità. Scopo ultimo del corto è suggerisce all’osservatore l’accostamento tra il villaggio di peluche, comunità apparentemente felice, e la società contemporanea nella quale molti individui, spesso inconsapevolmente, eseguono in modo macchinoso una serie di azioni, consumandosi alla stregua dei pupazzi. Ritornano anche qui i concetti di entropia e di consunzione accentuati dall’utilizzo di campi ravvicinati della macchina da presa e dal montaggio che, scandito da un ritmo lento e ossessivo, evidenzia la continua reiterazione dei gesti effettuati dai personaggi inumani ripresi. Inoltre, la visione di Pretty Little Town è limitata dallo schermo di piccole dimensioni su cui è proiettata. In questo modo il pubblico è invitato a entrare letteralmente nella scena riprodotta per imporgli un punto di vista claustrofobico e voyeuristico al contempo.

Per apprendere al meglio l’opera invito alla visione del video visibile al seguente link: http://vimeo.com/74459127; parallelamente, abbiamo intervistato Ciavaglioli per entrare più a fondo nella sua ricerca

Francesco, nella mostra Strategie Fantasma ha impiegato differenti tecniche o ‘strategie’ per arrivare a proporre opere i cui soggetti risultano evanescenti come fantasmi o visioni oniriche di mondi altri. Temi, come l’ambiguità o la duplicità dell’immagine, ripresi dalla lettura di grandi estetici contemporanei come Agamben…: da cosa deriva questa tua propensione verso la filosofia e in particolare al filone estetico?

“Sicuramente deriva dalla mia formazione accademica, nel diploma di specializzazione la mia tesi era in Estetica e trattava gran parte degli argomenti che ancora nutrono il mio lavoro. Credo che riferirsi a un pensiero nella propria produzione artistica non voglia dire semplicemente “motivare“ il proprio lavoro, credo che sia piuttosto un atto di responsabilità che fornisce al pubblico gli strumenti per la comprensione e la critica del lavoro contestualizzandolo, nei suoi limiti, nell’orizzonte della cultura contemporanea. In questo senso la dissoluzione delle immagini non vuole essere soltanto una cifra stilistica, ma uno strumento attraverso il quale s’indagano le immagini, la loro resistenza e la loro persistenza nell’immaginario individuale e collettivo. Testare le immagini in differenti medium costituisce una ricerca incrociata il cui metodo è esso stesso parte dell’opera e il cui risultato non è prevedibile al 100%, per questo ho scelto il termine Strategia per indicare le varie tipologie di lavoro. In ognuna di esse si attua un programma volto non tanto alla definizione di un’immagine, ma al recupero del suo potere interrogativo.”

Nelle opere proposte ho notato una certa vicinanza con lavori di celebri artisti del passato come le sperimentazioni fotografiche di Man Ray, le immagini del francese Eugène Atget o quelle dei Surrealisti, fino ad arrivare ad autori contemporanei come il giapponese Hiroshi Sugimoto. Senti di avere qualche legame con loro? Oppure hai altri artisti di riferimento?

“Ho conosciuto Atget tramite un saggio di Georges Didi-Huberman Ninfa moderna, sul panneggio caduto:  sicuramente lui e gli altri fotografi contenuti nel volume, come Moholy-NagyLotar e i tanti anonimi reporter parigini dei primi del novecento hanno esercitato in me una certa influenza. Con la loro attenzione ai dettagli apparentemente marginali hanno letteralmente espresso la vita organica di una città mostrandone le viscere più intime. Un cumulo di stracci o un rivolo di liquami sotto un marciapiede è una cosa che ci riguarda più di quanto crediamo. Per quanto riguarda il surrealismo non sono molto affascinato dalla vena prettamente onirica relativa a un proprio presunto passato psichico, sono invece attratto da certo Max Ernst, penso ad esempio a La Femme a cent téte, ovvero a quelle operazioni che deflagrano in un immaginario che riguarda tutti. Non conoscevo Sugimoto in particolare, ma apprezzo molto la cultura visiva giapponese, il mondo fluttuante esprime una sospensione costantemente ricercata nei miei lavori. Potrei aggiungere altri artisti conosciuti direttamente o indirettamente, ma potrei anche fare riferimento a esperienze extra artistiche come il Mnemosyne di Warburg o l’opera di Henry Darger la cui follia ha involontariamente prodotto dei sistemi di rappresentazione incredibilmente interessanti in cui la riproduzione e la ripetizione delle forme erano la base per dei veri e propri formulari narrativi.”

Nei tuoi lavori l’attenzione verso il dettaglio, verso il soggetto come protagonista dell’opera scompare per lasciar posto all’annullamento dell’immagine originaria e del tempo cui esse si rifanno. In tali opere scorgo l’intenzione, da parte tua, di allontanare lo spettatore dal dato reale, dal mondo attuale per immetterlo in una visione onirica…, giusto? Se sì perché?

“Il primo sforzo che compie un’immagine è quello di sovvertire i tempi e cercare immediatamente dei riferimenti nella memoria storica o personale, il mio lavoro tenta di sfruttare questo canale temporale liberando le immagini degli elementi di attualità e spesso anche della materialità del lavoro per produrre una visione il più possibile slegata da qualsiasi riferimento tecnico mediale o contingenziale. Un’idea alla quale sono molto legato è quella espressa dalla parola di origine greco bizantina Acheropita, che significa non dipinto da mano umana e si riferisce in particolare alle icone e alle immagini di origine miracolosa come la Sacra Sindone o altre reliquie. All’interno del mio lavoro questa idea nutre un aspetto importante che riguarda la natura materiale dei lavori, sia quelli realizzati con espedienti manuali che automatici o meccanici. Puntando ad un immaginario mnemonico o come suggerisci tu onirico, in ogni caso come un fatto mentale o spirituale, non posso che cercare immagini che risultino come apparse o emerse. Fantasmi.”

Mentre in Bagnati, Transfert, Hortus l’allontanamento dalla realtà (per dar luogo a visioni altre da essa) comporta un avvicinamento all’opera stessa (per coglierne i dettagli) e un conseguente passaggio verso un altro mondo (almeno mentalmente); nel video Pretty Little Town l’allontanamento dalla realtà per immettersi nel mondo dei peluche e il conseguente avvicinamento letterale a esso produce una repulsione verso il mondo proposto ma anche una riflessione profonda su ciò che distrugge la società contemporanea ovvero la reiterazione delle stesse azioni, gesti, movimenti… Se nelle opere bidimensionali nasce un’apertura verso mondi possibili ma irrealizzabili, nel filmato si scorge una vena polemica, una condanna nei confronti della realtà sociale attuale… Da cosa nasce questo scostamento? Sono ricerche differenti oppure l’una è il conseguente sviluppo dell’altra?

“Il video non si scosta dagli altri lavori, semplicemente contestualizza la dissoluzione e la vita delle immagini, in altri termini. In Pretty little town viene proposto di fatto un documento video riguardante un teatrino meccanico risalente ai primi anni sessanta, l’intenzione principale è quella di mostrare la dimensione tragica di un sistema meccanico che si autodistrugge proprio a causa del suo stesso funzionamento, in un processo lento ma inesorabile di autoconsunzione. Il teatrino agli occhi dei nostri padri doveva apparire come un qualcosa di divertente e di stupefacente, ma dopo 50 anni di repliche la rappresentazione si è rovesciata in qualcosa di stantio: i pupazzi sono letteralmente consumati e soprattutto i loro gesti sono diventati sinistri, ambigui e in alcuni casi incomprensibili. Più che una polemica diretta, il lavoro punta all’evocazione del fantasma della trasformazione di una società, ma è chiaro che se lo osserviamo in termini storici non possiamo fare a meno di osservare come un’attrazione costruita in pieno boom economico e che forse di quella società attiva e laboriosa ne rappresentava uno specchio, sia arrivata negli anni delle crisi internazionali con una disgregazione alla quale forse, era già destinata in tempi non sospetti.”

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 4 ottobre 2013.