galleria cinica 3#. Intervista alla curatrice Daniela Cotimbo, di Maila Buglioni

Palazzo Lucarini Contemporary, a Trevi, non lontano da Perugia, prosegue la programmazione riservata ad artisti e curatori emergenti del panorama nazionale con il secondo opening del ciclo espositivo presentato all’interno della Galleria Cinica, progetto ideato da Maurizio Coccia e Mara Predicatori.

Attualmente vi è in corso la mostra Presupposti per un dialogo inesatto, che ha visto protagonisti due giovani provenienti dal contesto romano: Diego Miguel Mirabella (Enna, 1988 – vive e lavora a Roma) e Mauro Vitturini (Roma, 1985 – vive e lavora tra Roma e Londra). Entrambi sono assistenti di Pietro Fortuna cui devono parte del loro linguaggio espressivo concettuale, tuttavia se ne discostano grazie all’elaborazione di indagini visivo e/o sonore singolari, rintracciabili nei lavori allestiti nella sede umbra.

Nelle sale a loro dedicate si attua un dialogo che rimbalza da una parete all’altra della prima stanza per ricongiungersi, successivamente, nel video a quattro mani proiettato nel secondo vano. La volontà di proporre un colloquio indiretto non è inedito nella loro ricerca, in quanto già realizzato nel 2011 con la doppia personale DiaSige, a cura di Maurizio Borghi presso il Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado (RM).

L’esigenza di comunicare tra loro scaturisce dal desiderio di analizzare sia la possibile connessione tra idiomi artistici molto differenti, sia di esaminare l’intrinseca peculiarità dell’arte di trasmettere e relazionarsi con il pubblico a cui si rivolge. Mentre Mauro prosegue la sua ricerca sull’elemento sonoro incuriosendo fruitori di ogni età, Diego convoglia l’attenzione dello spettatore ad un letterale abbassamento dello sguardo verso l’oggetto, sua primaria ossessione.

Soffermiamoci qualche riga sulle opere proposte. Immediatamente si colgono le similitudini e le discordanze che caratterizzano i due lessici non solo a livello formale. Tutti e due si riallacciano ad importanti indagini concettuali e filosofiche degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta – da Beckett a John Cage, da Wittgenstein a Merce Cunningham.

Diego espone una serie di disegni in cui è ossessivamente riprodotta l’unità oggettiva che da sempre lo turba. Esemplare è Base per fatto (collage e matita su carta, 2013), una composizione intesa come “un disegno ricorrente come base del pensiero che accompagna la produzione di ogni opera, un sostegno su cui, di volta in volta, gli oggetti si dispongono rivelando la propria attitudine di stare al mondo”.

Poco più avanti, con Ecco (materiali vari, 2013) si origina di fatto lo spostamento anticipato: lo sguardo dell’astante si abbassa per ammirare la concretizzazione in 3D del manufatto precedentemente disegnato che, da sostegno ideale, si commuta in un supporto concreto e tangibile su cui posizionare le proprie immagini, fotografie, identità che rivelano la sua manière de vivre. Obiettivo dell’installazione è generare un possibile dialogo tra il creativo e l’ambiente circostante: un’instancabile ricerca della sua irrequieta interiorità verso una conciliazione con lo spazio esteriore.

Sulla parete opposta Mauro, partendo anch’egli da bozzetti grafici, propone una serie di installazioni acustiche dove la vibrazione della materia concreta genera sottili suoni, fino alla trasformazione del concetto sonoro in verbo linguistico udibile attraverso un paio di cuffie posizionate su una sedia: un semplice invito a sedersi per ascoltare il messaggio registrato inFeel/Fill (2013, materiali vari) ovvero un gioco di parole tra sentire (Feel) e riempire (Fill) ideato per isolare l’ascoltatore dai rumori della sala al fine di avvertire una sensazione di solitudine, di vuoto. Sulla parete, invece, è fissata In Between (2013, materiali vari): un rudimentale apparecchio da cui si propagano cinque dialoghi differenti attraverso altrettanti speakers per dar rilievo alle pause prodotte dai silenzi piuttosto che dal suono delle parole e delle frasi di senso compiuto. Accanto è posizionato Silent Box #1 (2013, ferro, plexiglass, magneti, ram, amplificatore, lettore DVD): una scatola rivelatrice che, collegandosi a 4’33’’ di John Cage, mera dimostrazione dell’impossibilità del silenzio assoluto se non come istanza concettuale, dichiara l’incapacità dell’individuo di poter asserire la reale presenza di frequenze sonore impercettibili e, tuttavia, visibili. Scopo ultimo dell’opera è creare un’ambiguità percettiva in grado di rimandare a se stessa e ad una molteplicità di esperienze possibili. Nei suoi lavori i silenzi e le pause esistenti all’interno del discorso divengono soggetti di pari dignità dei suoni, parole o lemmi, generalmente intesi come i soli elementi che costituiscono l’enunciato.

Summa della doppia personale è il filmato Presupposti per un dialogo inesatto (2013, 7’ 4’’) realizzato durante il periodo di permanenza nella cittadina e riprodotto nella saletta adiacente. Qui i creativi, fisicamente contrapposti grazie all’impiego di una doppia proiezione, proseguono il dialogo precedentemente aperto per rendere in immagini i presupposti che danno titolo all’esibizione: asserire che nel mondo reale ‘la comunicazione può darsi solamente attraverso la comprensione dei diversi linguaggi possibili’ basati su sistemi di riferimento inesatti, sull’errore e sul silenzio.

La piena realizzazione dell’esposizione si è compiuta grazie all’apporto concreto della curatrice che ha saputo convogliare le ricerche di Mirabella e Vitturini all’interno degli specifici caratteri dell’evento fino a generare un menage a trois, esempio dell’indispensabile rapporto tra i soggetti artistici coinvolti.

A questo punto coinvolgiamo Daniela Cotimbo, curatrice della mostra a Palazzo Lucarini, e le chiediamo:

Daniela come è nata l’idea di realizzare una mostra interamente imperniata sul concetto di DIALOGO?

“Quando si realizza qualcosa e questo qualcosa è frutto di una cooperazione di individui, ciò che può davvero dare un senso al prodotto di questo scambio è l’interazione stessa. Molto spesso assistiamo a eventi in cui gli artisti possono fare a meno dei curatori o al contrario, dove i curatori si pongono in una posizione di superiorità rispetto agli artisti. Quello che mi ha sempre stimolato, nel lavorare con Diego e Mauro, è questa capacità di comunicazione e di scambio reciproco, un’attitudine che, come ha dimostrato la mostra stessa, non avviene solo attraverso la comunicazione verbale ma che riguarda piuttosto la sensibilità di ciascuno. Il nostro metodo di comprensione è fatto di similitudini e differenze ma, comunque, sempre di relazioni; quello che mi interessava in questo ambito è capire cosa succede in questo avvicendamento.”

Presupposti per un dialogo inesatto vuole essere una prosecuzione del DIALOGO instaurato nel 2011 nella doppia personale DiaSige? Oppure parte da ‘presupposti’ totalmente differenti?

“Mi è difficile dare una risposta precisa a questa domanda. DiaSige era curata da Maurizio Borghi e non ho avuto occasione di vederla se non attraverso il catalogo che ne è stato prodotto. Credo che i due artisti abbiano dovuto fare i conti con questo precedente. In particolare, mi viene in mente che l’opera Ecco di Mirabella è il culmine di un percorso che si era dato già in quella occasione con i Pozzi. Quella mostra però non si soffermava nello specifico su di un confronto serrato tra i due, immagino fossero altri i parametri con cui analizzarla.”

In mostra è evidenziato il valore del DIALOGO inteso come momento necessario per la comunicazione tra diverse individualità artistiche e tra artista e curatore. Un’innata esigenza, quella del colloquio verbale e non, e punto di partenza per costruire un duraturo rapporto tra artista e curatore. Una relazione che dovrebbe essere continuamente coltivata nel corso del tempo attraverso discussioni e scambi di idee per arrivare a stabilire un feeling che facilita anche la buona riuscita di evento artistico..sei del mio stesso parere?

“Ti rispondo con una frase di Jan Hoet, curatore a me molto caro per aver organizzato una delle manifestazioni più interessanti nel panorama europeo degli anni 80′ ossia Chambres D’amis: «Un Curatore dovrebbe essere presente negli studi degli artisti, non a partire da informazioni, ma ottenere le proprie informazioni dal contatto diretto con gli artisti.». E’ un’affermazione molto semplice ma per niente banale. Vorrei aggiungere una cosa: non è solo il dialogo tra artista e curatore a essere fondamentale ma anche la capacità di rinnovarlo costantemente in relazione all’oggetto evento che si dà sempre con caratteristiche differenti e con tutta una serie di varianti del caso.”

Oggi, grazie ai nuovi sistemi di comunicazione, come Skype o i social network, è cambiato il modo di rapportarsi con il prossimo tanto da allontanare l’esigenza di un dialogo reale tra i vari individui. Infatti, tali mezzi di comunicazione, sono fittizie finestre che avvicinano idealmente o metaforicamente i soggetti interlocutori, lontani centinaia di kilometri l’uno dall’altro o a soli pochi passi di distanza. Espressione di tale questione è il video creato in situ dagli artisti e summa del loro dialogo. Puoi illustrarci la dinamica che ha portato alla sua realizzazione?

“Sicuramente la possibilità di interagire con la rete ha aperto numerosi orizzonti in campo artistico; in questo caso essa si è rivelata determinante nella prima fase, quando Mauro era a Londra e tramite Skype abbiamo avviato gli scambi più intensi, quelli che riguardano l’ideazione dell’evento. In tal senso posso dirti che il dialogo ha funzionato: nonostante la distanza, le difficoltà della connessione e il fatto che venissimo tutti e tre da esperienze differenti, siamo riusciti a trovare dei punti di contatto. La videoinstallazione, invece, nasce da presupposti inversi: condizione della sua realizzazione doveva essere il lavoro in situ e a stretto contatto l’uno con l’altro. Le due proiezioni, che sono il risultato dell’unione di numerosi dialoghi notturni, sono state riprese e montate da entrambi nel medesimo tempo. Naturalmente ognuno di loro si è riservato la possibilità di rivedere la parte di dialogo che lo riguardava direttamente al fine di rendere il discorso il più naturale possibile; la sua forza nasce proprio dal contrasto tra una realtà che si dà come familiare e la presenza di un alter ego esistente a livello di rappresentazione.”

Nonostante le differenze esistenti tra le due entità artistiche e caratteriali di Diego e Mauro bisogna, tuttavia, riconoscerne le affinità. Ad esempio, entrambi si riallacciano alla poetica letteraria di Samuel Beckett e al suo Teatro dell’assurdo: se Diego concepisce l’errore come entità complementare alla verità e all’esattezza, Mauro eleva il silenzio e le pause inserite all’interno di un discorso a elementi fondamentali ed importanti quanto i suoni delle singole parole. Ulteriori somiglianze e differenze sono rintracciabili in ogni lavoro esposto in mostra. Vuoi illustrarcene qualcuna?

“Ho sempre creduto che tutti i più grandi pesatori della storia abbiano in fondo sempre detto più o meno la stessa cosa. La bellezza di quest’aspetto è data dal fatto ognuno però riesce sempre a trovare un modo diverso per affermare la propria sensibilità. Diego e Mauro appaiono differenti nel loro modo di relazionarsi al fare artistico come anche alla vita; in realtà partono dallo stesso modo di operare. Entrambi si soffermano analiticamente sul dato reale, se Mauro lo scompone per rintracciarne i “presupposti”, Diego lo “ricompone” secondo un preciso ordine mentale. In ambedue i casi si viene a costruire una nuova definizione della realtà: quella di Mauro è indotta da alcune casuali esterne, quella di Diego dal bisogno di tradurre se stesso nell’opera. Vi è dunque sia nel lavoro dell’uno, sia in quello dell’altro un’azione, che sia il silenzio di Cageiana memoria o l’affermazione dell’assurdo come in Beckett, l’arte si pone sempre come movimento teso ad una volontà di assimilazione del circostante, tale movimento nasce dall’avvicendamento di interno ed esterno.”

 Il video a quattro mani nasce come conclusione del dialogo tra i due artisti, iniziato nella sala antistante. L’uno si confronta con l’altro attraverso proprie peculiarità caratteriali ed artistiche: se in Diego è evidente il suo fare inquieto, in Mauro domina una riflessione silenziosa. Ne deriva un dialogo anti-wittgensteiniano ovvero basato non sul linguaggio esatto della logica, bensì sull’espressione corporale riallacciandosi a John Cage, al coreografo Merce Cunningham ed, in generale, alla corrente performativa, nonché a Beckett… giusto?

“Tutto giusto tranne una cosa: Wittgenstein è stato forse uno dei più grandi a parlare della qualità performativa dei linguaggi, di tutti i linguaggi, nonché uno dei primi a rendersi conto che all’interno del sistema logico esiste una falla, quella che lui amava definire silenzio(appunto) o mistico. A lui in particolare è dedicata questa mostra, tanto che la prima versione dell’invito web presentava proprio un suo schema legato alla verità o falsità di un fatto.

Tornando però al soggetto della domanda, posso dirti che il risultato di tutto questo nostro lavoro è stato proprio la scoperta che la comunicazione può darsi solo attraverso la comprensione dei diversi linguaggi possibili, là dove l’incomunicabilità è invece spesso il frutto della ricerca di un sistema di riferimento esatto a tutti i costi. Per me un linguaggio esatto è un linguaggio morto, mi rassicura molto di più l’inesattezza.”

Osservando le opere in mostra è possibile notare che il dialogo instaurato tra Diego e Mauro si è rivelato molto produttivo. Tu, in quanto curatore, sei stata l’elemento unificante, di connessione, tra le due individualità artistiche. Considerando la buona riuscita dell’evento e del vernissage è possibile affermare che la figura del curatore ed il suo ruolo sono ancora oggi fondamentali per la riuscita di evento artistico?

“Io credo moltissimo nel rispetto delle potenzialità di un ruolo. Dal canto mio, come curatore, cerco di ascoltare il più possibile ciò che proviene direttamente dagli artisti. Il momento della creazione di un’opera è per me qualcosa di talmente “sacro” da meritare il più grande rispetto. Curare degli artisti significa capirne le possibilità e soprattutto riporre in loro fiducia: Diego nella fase progettuale sembra quasi schizofrenico (risata), propone idee assurde, all’apparenza inattuabili ed incomprensibili, Mauro invece si dimostra più sicuro, al punto tale da essere quasi ermetico; ogni artista ha il suo personale approccio ma quando impari a conoscerli e a fidarti, non puoi che godere di queste caratteristiche. Il resto lo fa l’intesa e il confronto. Certamente un dialogo di questo tipo necessita di un intermediario, qualcuno in grado di trascendere ciò che riguarda una relazione a due e di ricondurlo a momento di condivisione collettiva. Abbiamo tutti, e qui ci metto anche la preziosissima Carla Capodimonti, curatrice del progetto Galleria Cinica, dato il meglio di noi, e se tu mi dici che il dialogo ti è sembrato produttivo, allora ne è valsa la pena.”

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Diego Miguel Mirabella_Mauro Vitturini, Presupposti per un dialogo inesatto (16/03 – 11/05), a cura di Daniela Cotimbo

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Per il secondo appuntamento della programmazione Palazzo Lucarini apre le porte alla doppia personale di Diego Miguel Mirabella e Mauro Vitturini dal titolo Presupposti per un dialogo inesatto, a cura di Daniela Cotimbo.

I due, assistenti di Pietro Fortuna, ritornano a mettere in dialogo la propria ricerca creativa come già avvenuto nel 2011 con la personale DiaSige. In mostra, i lavori appositamente realizzati per la Galleria Cinica.

Il linguaggio artistico, per sua natura, appare incompleto, se comparato ad un sistema di riferimento logico, ed inesatto per il suo proporsi come disfunzione all’interno di una struttura preordinata. Le opere esposte, pur partendo da istanze individuali molto diverse tra loro, si riflettono le une nelle altre sia come interazione tra due universi artistici, sia nell’universale capacità dell’arte di comunicare con il pubblico.

Mauro Vitturini prosegue la sua ricerca sul suono, mentre Diego Miguel Mirabella conduce lo spettatore ad un letterale abbassamento dello sguardo verso l’oggetto, l’ossessione dell’artista.

Entrambi cercano di dare forma al pensiero attraverso un approccio analitico: il primo sfrutta l’elemento sonoro per creare un’ambiguità percettiva in grado di rimandare a sé stessa e ad una molteplicità di esperienze, il secondo, attraverso il suo ripiegarsi oggettivo sul reale, pone le basi per un dialogo col mondo circostante.

L’esposizione – allestita in due sale – offre la possibilità di conoscere in primis le due individualità e, solo successivamente, di sperimentare il lavoro a quattro mani ideato nel periodo di permanenza degli artisti a Trevi, nato come tentativo di rendere immagini i presupposti che  danno titolo alla mostra.