LE STRATEGIE FANTASMA DI FRANCESCO CIAVAGLIOLI, intervista a cura di Giovanna Santirocco.

Strategie fantasma. Riproduzione – dissoluzione – pathos è una visione d’insieme delle ultime produzioni artistiche di Francesco Ciavaglioli, in mostra alla Galleria Cinica di Trevi (PG) fino al 27 di questo mese.
L’artista svela il mondo così come appare ai suoi occhi: pregno di passione, ricordi, ma anche di ombre, scie, fantasmi per appunto. La mostra raccoglie quattro lavori, ognuno dei quali degno di attenzione per la sua forza comunicativa. Nell’intervista, come in un percorso guidato, l’artista ci spiega il senso e ci illustra il processo tecnico delle sue opere, nelle quali la componente fotografica ha un peso fondamentale.

Cominciamo con una domanda generale. In molti dei tuoi lavori si ha la sensazione che la vera protagonista sia la tua memoria. Quanto è forte il rapporto fra il tuo passato e la tua arte? Quanto è importante, nelle tue opere, il tuo vissuto?

Anche se penso che il lavoro debba essere salvaguardato da ingerenze autobiografiche, credo che le due cose siano in una certa misura indissolubili. Non può essere tutto frutto di una gelida ricerca estetica ed è un bene che sia così, altrimenti l’arte sarebbe un lavoro come un altro. Ciò che tento di fare è concentrarmi sugli elementi di universalità che legano il mio vissuto a quello di tutti.

Tutti noi applichiamo inconsciamente meccanismi di transfert in diverse situazioni. Dare questo nome a una serie di opere, come hai fatto tu, spinge però lo spettatore a farlo coscientemente, e quindi a fare proprie le tue immagini tramite l’osservazione. Entri così in contatto diretto con la memoria dello spettatore, utilizzando una tecnica, fra l’altro, molto interessante. Ci puoi raccontare qualcosa di più?

In ogni trasferimento di sentimenti da una situazione passata a una attuale, ciò che si rimette in moto è il nostro sistema inconscio, e proprio per questo la gestione di tale fenomeno è considerata il principale strumento della psicoanalisi.
In questo senso, la tecnica utilizzata in questi lavori ha la stessa proprietà strumentale. Le fotografie stampate in digitale vengono trasferite mediante dei solventi su un altro supporto cartaceo in un procedimento molto rapido e gestuale, che non permette una gestione volontaria dell’immagine e lascia largamente al caso il risultato finale. In pochi secondi, l’immagine si scoglie e si ricompone, perdendo la sua attualità e la sua immediata riconoscibilità in favore di una evocazione fantasmatica. Diventa un’apparizione che, proprio in virtù della sua evanescenza, instaura un rapporto viscerale e perturbante con l’osservatore.

Nella sua natura analitica, l’opera Hortus mi ricorda il sistema zonale di Ansel Adams, in cui la stessa immagine può perdere o acquisire particolari basandosi sulla scala di grigi. Tuttavia, vedendo l’istallazione nell’insieme si ha la sensazione di “incontro” fra una cosa appena nata, dove l’immagine è più chiara e priva di particolari, e una cosa che invecchiando tende a scurirsi, per poi rinascere nel colore centrale. Come all’interno di un ciclo vitale perpetuo. Ho esagerato con l’immaginazione?

A prima vista l’installazione ha un che di optical, che può far pensare ad un sistema di gradazioni tonali. E a suo modo lo è: gli A4 che compongono l’installazione sono stati realizzati con una fotocopiatrice che, partendo dalla matrice a colori, applica lo stesso criterio di riproduzione copia dopo copia, in un sistema con una sua regola interna.
L’altro aspetto che hai notato di questo lavoro, cioè il riferimento al vivere organico, contribuisce a dare al tema della dissoluzione un aspetto esistenziale: il ciclo delle immagini, il loro apparire, sparire e tornare è anche e soprattutto, come dici esattamente tu, un ciclo vitale perpetuo. É propriamente della vita delle immagini che si vuole parlare e quindi anche della nostra vita.

Come accade nell’omonima opera di Renoir, in Bagnanti le tue figure oniriche ci appaiono libere e disinibite. Ritorna anche l’elemento del fantasma, ma in questo caso si ha l’impressione che sia tu a regalarci un tuo ricordo, senza però svelarlo del tutto. Qual è il vero significato di questo lavoro?

Sono molto affezionato a quegli scatti, ricordo perfettamente l’atmosfera di quel tardo pomeriggio d’estate che le immagini restituiscono, ma non è questo che mi ha spinto a condividerle.
In quelle foto si evoca un tema tradizionale dell’arte: a Renoir potremmo aggiungere Cézanne, Picasso o anche Fragonard, arrivare fino a Guercino, all’Apollo dormiente di Lorenzo Lotto e chissà quanti altri anche in epoche più remote. Questa dimensione ingenua e primigenia è il vero contenuto della foto: nonostante tutto, l’essere umano è ancora tale e gli piace giocare nell’acqua, come probabilmente ha sempre fatto. È anche in gesti come questi che si conserva la nostra storia e la nostra memoria collettiva.

In conclusione, mi piacerebbe conoscere la tua carriera artistica passata, la tua formazione e i tuoi progetti futuri. Le tue “strategie”, insomma. Come hai conosciuto il mondo della fotografia e come vorresti utilizzarla nel prossimo futuro?

I primi approcci fotografici risalgono a quando ero piccolo e rubavo a mio padre una sfavillante reflex Nikon dei primi anni ’80: non la sapevo assolutamente usare e da un rullino da trentasei scatti ne uscivano forse quattro, ma mi affascinava. Forse più come oggetto che come strumento: pieno di numeri pulsanti e levette, una sorta di astronave…
La macchina, sopravvissuta alla mia “curiosità” infantile, mi ha accompagnato negli studi in Accademia, montava un 50 mm che ancora utilizzo con grande soddisfazione. Dopo i primi anni di studi, il lavoro pittorico si è arricchito di una metodologia che sempre più spesso si avvaleva della fotografia. Ero colpito da artisti come Gerard Richter, Francis Bacon, e il loro particolare modo di rapportarsi a questo mezzo, che è ormai diventato uno strumento di ricerca insostituibile per me.
Al momento sarebbe difficile sintetizzare la mia condizione attuale e i molti progetti futuri: quel che è certo è che Strategie fantasma rappresenta un nodo importantissimo tramite il quale, anche grazie al contributo di Simona Merra e Saverio Verini, ho fatto molta chiarezza sul lavoro passato e ho raccolto nuovi stimoli e nuove idee.

Immagine

Francesco Ciavaglioli, Hortus, stampa digitale e fotocopie A4, 2013

Intervista pubblicata su ARTNOISE, 14 ottobre 2013.

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