Carla Capodimonti in occasione di “CREOLO”, terzo appuntamento di Galleria Cinica, intervista di Daniela Cotimbo

Arrivata ormai al terzo appuntamento, Galleria Cinica, progetto curatoriale di Carla Capodimonti per Palazzo Lucarini Contemporary, si ascrive a tutta una serie di fenomeni che negli ultimi tempi si occupano di tracciare una mappa delle esperienze artistiche emergenti in Italia.

Due sale dell’interessante spazio del palazzo di Trevi sono destinate all’avvicendarsi di progetti espositivi presentati da giovani curatori e riservati ad altrettanti giovani artisti. Dopo i primi due episodi che hanno visto protagonisti Diego Petroso, Mauro Vitturini e Diego Miguel Mirabella, è ora la volta di Cloro cloro & lelimane con Creolo, intervento curato dalla stessa Carla.

Gli artisti, operanti sul territorio marchigiano, portano avanti da tempo una interessante ricerca che si serve del video-mapping come strumento per interventi nel contesto urbano. Attraverso l’ausilio della proiezione, essi sono in grado di trasformare l’aspetto dello spazio pubblico con interferenze performative e transitorie.

In questo caso l’operazione viene traslata nell’ambiente istituzionale del museo attraverso un processo inverso: sono infatti i manifesti pubblicitari prelevati dalle strade della provincia marchigiana ad essere ricontestualizzati nello spazio del museo dove, con una serie di interazioni visuali, se ne ridefinisce la natura iconica.

Carla ci parla della sua esperienza e di questo suo ultimo ambizioso evento che è stato inaugurato lo scorso 25 maggio e sarà visibile fino al 30 giugno.

Come sei entrata in contatto con questi artisti?

Conosco Cloro cloro da una vita. Siamo amici e quindi ho sempre seguito quello che ha fatto in questi anni, dai suoi studi, alla ricerca, ai turbamenti… Qualche mese fa lui era ospite da me a Roma e gli ho proposto di presentare un progetto per Galleria Cinica. Mi incuriosiva dar vita, non ad una vera e propria mostra, ma a un esperimento, con un linguaggio nuovo e persone che hanno poco a che fare con il mondo istituzionale. Lui ha accettato, dicendomi che voleva coinvolgere anche questo collettivo, Lelimane, e mi ha messo in contatto con loro.

Trovo molto stimolante l’idea di allargare l’interesse museale a sperimentazioni di diversa natura. Come sei riuscita in questo caso a coniugare le due istanze?

Questo aspetto si lega molto al tipo di intervento che hanno realizzato i ragazzi: il video-mapping solitamente si sviluppa in spazi aperti, realtà urbane metropolitane, o luoghi dedicati alla musica, soprattutto elettronica. In realtà è il primo intervento di video-mapping che viene fatto all’interno di uno spazio chiuso e soprattutto “istituzionale”, la sfida è stata doppia. L’idea di base è stata proprio quella di utilizzare uno spazio che fosse riconosciuto come istituzionale e metterlo alla prova, farlo uscire dalle sue quattro mura attraverso metodologie artistiche nuove, giovani. Tutto questo è alla base di Galleria Cinica. Nel caso di questa mostra l’abbiamo fatto con l’utilizzo di un linguaggio sperimentale e rimodellando lo spazio (come ti dicevo abbiamo chiuso una stanza e creato una parete dove abbiamo proiettato).

In cosa consiste nello specifico Creolo?

Creolo è un’installazione in cui cartelloni kitsch di serate danzanti al ritmo del liscio sono rielaborati con la tecnica del video-mapping. Essa permette di ottenere effetti spettacolari di proiezione su superfici reali. I cartelloni, che caratterizzano le strade della provincia marchigiana (e non solo) vengono reinterpretati: dalla loro forte connotazione locale, passano ad un aspetto del tutto nuovo che li avvicina alle grandi realtà. Con Creolo, il collettivo riflette sulla costante condizione dell’artista interno/esterno alla realtà in cui vive: uno status che ognuno di noi porta con sé per sempre e che spesso non riesce ad abbandonare; per questo i ragazzi decidono di appropriarsene fino in fondo e di rivisitarlo attraverso un medium contemporaneo. Creolo, inoltre, significa “derivato” o “nuova costituzione”. Il creolo è il meticcio, che proviene da diversi incroci etnici e quindi l’installazione ha anche questo forte aspetto antropologico; ciò che ne viene fuori è inevitabilmente un ibrido.

Qual è stata la ricezione del pubblico del museo a questo esperimento?

Le reazioni sono state strane, insolite. La gente entrava nella stanza e rimaneva sbalordita, sorpresa. Una volta usciti, l’espressione nei volti cambiava: era come se tutti trattenessero l’entusiasmo o ciò che l’installazione aveva suscitato in loro perché si ritrovavano di nuovo catapultati nella realtà istituzionale del museo, come se il resto delle sale richiedesse un diverso tipo di atteggiamento. Quella tenda nera divideva due mondi! Le reazioni sono state diverse anche a seconda dell’età: i giovani sono sicuramente più vicini a questo tipo di linguaggio. Abbiamo scoperto che molta gente è fan di Joselito, ed è come se finora si fosse vergognata di dirlo. Vederlo appeso così ad una parete ha legittimato in qualche modo quel loro giudizio positivo.

Galleria Cinica si è dimostrata da subito una realtà aperta a vari ambiti territoriali, ma tante volte mi hai fatto presente la volontà che diventasse una vetrina di visibilità anche, e soprattutto, per le ricerche locali. Mi chiedo, dunque, se in questo tuo periodo di esplorazione hai avuto modo di rilevare fenomeni interessanti in tal senso.

Sì, conoscendo bene la realtà locale, ho avuto modo di scoprire iniziative interessanti. La prossima mostra che inaugureremo a luglio vedrà protagonisti proprio dei giovani umbri che collaborano con prolifiche associazioni locali. Cloro cloro & lelimane non sono umbri, ma sono molto vicini a noi; anche loro provengono da una realtà provinciale, quella marchigiana, molto simile alla nostra. L’espressione che hanno utilizzato caratterizza anche i modi della nostra regione. Qui c’è un forte associazionismo giovanile che deve costantemente fare i conti con amministrazioni comunali che danno pochissimo spazio a certe iniziative. Peccato, perché ci sono delle veramente realtà interessanti.

Gli interventi di video mapping sono generalmente pensati come performativi e transitori. Cosa ha comportato il convogliare questo modo di operare nella dimensione museale?

Questo è uno dei motivi che ha reso l’installazione ancora più insolita e sperimentale. Gli artisti, per l’occasione (e non potevano fare diversamente perché la mostra dura più di un mese) hanno realizzato il progetto, lo hanno messo sul pc e hanno regolato in loop la proiezione. Di solito il video-mapping non si protrae così tanto nel tempo, è stato “riadattato” ai tempi del museo… Un vero e proprio ibrido, come dicevo.

Alla luce di questi tre episodi di Galleria Cinica e in vista dei prossimi si può dire che tu sia riuscita, grazie anche alla disponibilità di Maurizio Coccia e Mara Predicatori, a ritagliarti uno spazio di libertà assoluta dove gli artisti possono sperimentare pur in dialogo con una realtà istituzionale. Quali sono le forze e le debolezze di questo sistema?

Le forze sono i giovani: la nostra voglia di fare, di scoprire, sperimentare e sacrificarsi per fare tutto ciò. La debolezza più grande è la mancanza di fondi che potrebbero permettere un lavoro ancora migliore.

Pensi che questo progetto stia smuovendo l’ambiente circostante stimolandone l’ interesse e favorendone la crescita?

Lo spero. Ho visto persone che non vi erano mai entrate prima. Ragazzi che si interessano a linguaggi nuovi, che si meravigliano di quanto l’arte è in realtà vicina alla vita di tutti i giorni, alle riflessioni e ai pensieri che ognuno di noi fa.

Intervista pubblicata su ARTNOISE, 31 maggio 2013.

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cloro cloro cloro & lelimane_”Creolo” (25/05 – 30/06), a cura di Carla Capodimonti

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Il collettivo cloro cloro cloro & lelimane presenta per Galleria Cinica un progetto sperimentale di video mapping, nuova frontiera dell’arte e della tecnologia che permette di ottenere spettacolari effetti di proiezione su superfici reali.

Nello specifico, gli artisti propongono una rielaborazione in chiave digitale di immagini provenienti dalle strade della provincia marchigiana, fortemente iconicizzate e tipiche del folklore locale.

Partendo dalla rappresentazione cartellonistica kitsch di serate danzanti al ritmo del liscio, gli artisti sviluppano linguaggi prettamente contemporanei con l’utilizzo della tecnica del video mapping che rende possibile una sorta di animazione reale su una apparente piattezza formale. 

Ciò rende possibile una visione “altra”, del tutto nuova della realtà che li circonda, ormai assimilata e che ne segna fortemente l’immaginario.

Gli artisti riescono a sviluppare un linguaggio, solitamente poco associabile a determinati contesti, tentando di fuoriuscire dalla dimensione ristretta di realtà limitrofa e donandole un respiro ampio: un utilizzo di immagini decontestualizzate, deviate dalla loro logica provinciale, al fine di una decostruzione e ridefinizione creativa attraverso un disorientamento e un contemporaneo riorientamento.

In questo modo essi riflettono sulla condizione dell’autore ed il suo essere interno/esterno alla comunità in cui vive.

La tecnica di proiezione evoluta che viene utilizzata rimanda infatti a ritmi veloci e contesti lontani e si sviluppa solitamente in ambienti esterni o con il seguito di musica elettronica, riuscendo ad ingannare la percezione visiva dello spettatore a tal punto da non fargli più distinguere la realtà dalla finzione e cioè la proiezione. In questo modo ogni evento riesce a trasformarsi in una vera e propria “illusione di massa”. Per l’occasione, gli artisti rielaborano la tecnica adattandola ad un ambiente chiuso e ridotto, trasformando così lo spazio della performance in un display dinamico continuo.