Silvia Mangosio, Anna Morosini, Laura Simone_SITUazioni. Terreni d’incontro per un’indagine fotografica

La mostra collettiva SITUazioni. Terreni d’incontro per un’indagine fotografica delle artiste Silvia Mangosio, Anna Morosini e Laura Simone, reduci dal Master di Alta Formazione sull’Immagine Contemporanea presso Fondazione Fotografia di Modena, è la conclusione della stagione espositiva dedicata alle pratiche … Continua a leggere

“Dialoghi site-specific” tra i curatori Carla Capodimonti, Michele Gentili e Celeste Ricci su ARTNOISE!

Dialoghi site-specific, su ARTNOISE, tra i curatori di Galleria Cinica che presentano il nuovo concept della programmazione 2015. Continua a leggere

#GALLERIACINICA 2015: un anno dedicato al tema del “site-specific” con nuove collaborazioni!!

Galleria Cinica apre l’anno in una veste nuova, grazie alla collaborazione tra i curatori Carla Capodimonti, Michele Gentili, Celeste Ricci, ideatori dell’inedita stagione 2015. Continua a leggere

21/12/2013: Are you ready??

Vi aspettiamo oggi pomeriggio alle ore 18.00 per l’inaugurazione della mostra di Amedeo Abello & Cinzia Delnevo Legami deboli, a cura di Celeste Ricci.

L’attività di questi due giovani artisti si basa su ricerche e linguaggi differenti e giunge di conseguenza a risultati che hanno pochi elementi in comune. Presentare la distanza piuttosto che la vicinanza, la singolarità INVECE che l’insieme è quello che la mostra si propone. Ispirata a un famoso saggio scritto dal sociologo Mark Granovetter nel 1973, La forza dei legami deboli, la mostra pone l’accento sulla distanza delle relazioni sociali – artistiche, e su quei “ponti” che legano mondi sociali lontani, i quali ci sarebbero altrimenti del tutto sconosciuti.

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Sponsor:

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Si ringrazia “Casa Gran Panorama”: 

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Legami Deboli

Testo a cura di Celeste Ricci (in occasione della mostra di Amedeo Abello & Cinzia Delnevo “Legami deboli”)

Ci sono due naturali tendenze dell’uomo su cui vorrei soffermarmi: l’interazione con l’altro e la volontà di conoscere. Questi due aspetti costituiscono parte essenziale dell’attività di ognuno di noi; l’individuo tende per sua natura a esporsi all’altro e attraverso questa relazione conosce.

Nell’ambito di questa mostra ci sono diversi rapporti che possiamo prendere in considerazione: quello tra il curatore e gli artisti (i quali sono a loro volta in rapporto tra loro e con lo spettatore) e la relazione che conseguentemente s’instaura tra il fruitore e l’opera. Queste relazioni potrebbero moltiplicarsi se includessimo in questo ragionamento le altre persone che hanno contribuito, anche in maniera indiretta, alla realizzazione della mostra e ai lavori prodotti. Si potrebbe scrivere una lunga lista cercando di collegare tutti questi individui, che se considerati astrattamente, potrebbero essere rappresentati con una serie di fili intrecciati e nodi interconnessi.

Un network di legami che potremmo dividere in due diversi gradi di relazione, così come pensati dal sociologo Mark Granovetter nel suo saggio La forza dei legami deboli, 1973: strong ties (legami forti, tra amici o familiari più stretti) e weak ties (legami deboli, che s’instaurano tra noi e i nostri conoscenti). Secondo Granovetter i nostri conoscenti – legami deboli – sono socialmente meno coinvolti l’uno con l’altro rispetto ai nostri amici, i legami forti. Il gruppo di amici o parenti sono in contatto tra di loro e costituiscono una rete compatta, mentre tra i conoscenti solo pochi si conoscono e alcuni di questi non hanno nulla in comune con i nostri legami più forti. I weak ties, quindi, non sono legami “minori”, come a prima vista ci verrebbe da pensare, ma sono considerati il collegamento cruciale – un ponte, bridge – tra gruppi differenti di persone.

Seguendo questo ragionamento, la mostra pone l’accento sulla distanza delle relazioni artistico-sociali e su quei “ponti” che legano mondi sociali lontani, i quali altrimenti ci sarebbero del tutto sconosciuti. Questo è da intendersi come il concetto guida e non una tematica affrontata direttamente dagli artisti con le loro opere. Abello e Delnevo hanno lavorato in modo indipendente e distante l’uno dall’altra, ma nonostante ciò una serie di legami deboli li ha tenuti in contatto. Questi legami permetteranno allo spettatore di aprirsi verso la conoscenza e verso mondi prima del tutto sconosciuti. Se rimanessimo sempre chiusi verso i nostri strong ties ci ritroveremmo invece in una posizione svantaggiata. Saremmo deprivati di informazioni ed esperienze nuove, utili per la nostra crescita sociale e in questo caso anche artistica.

L’attività di questi due giovani artisti si basa su ricerche e linguaggi differenti e giunge di conseguenza a risultati che hanno pochi elementi in comune. Presentare la distanza piuttosto che la vicinanza, la singolarità invece che l’insieme è quello che la mostra si propone. L’invito è di soffermarsi sulla singolarità in relazione a quello che c’è intorno. Con questa mostra non presentiamo un tema bensì un ‘modello’ che si basa sul concetto di rete e struttura sociale, il quale può essere applicato a diversi campi della nostra attività e non solo artistica.

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Amedeo Abello. La misura del caso.

Testo a cura di Chiara Cartuccia (in occasione della mostra “Legami deboli”, a cura di Celeste Ricci)

“Io non ho desideri né paure,- dichiarò il Kan – e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso.

– Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tenere su le sue mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

– O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.”

Italo Calvino1

La distribuzione delle cabine fotografiche negli ambienti urbani merita forse una piccola riflessione. Nella grande maggioranza dei casi questi apparecchi sono posizionati in luoghi di transito, stazioni, aeroporti, sottopassaggi della metropolitana, i così detti nonluoghi, quelle aree grigie e solo apparentemente prive d’identità specifica che abbondano in ogni grande città. Altre volte la cabina fotografica appare come un miraggio dove potrebbe essere utile trovarla, vicino a uffici postali, municipi, e altri istituti burocratici atti alla produzione di documenti più o meno utili, ma sempre richiesti. Alcune, rare, volte però una cabina fotografica più palesarsi  lì dove non ti saresti aspettato di trovarla: nel parcheggio di un supermercato, nel mezzo di una strada piuttosto isolata, su un bel lungo-fiume, affianco a un ormai inutile telefono pubblico. Questa è un’organizzazione casuale sebbene programmata, certamente solo all’apparenza anti-logica. Di sicuro questo posizionamento reticolare  sulla mappa della nostra città risulterà oscuro solo a noi che ne percorriamo i vicoli e le strade ad altezza di naso, e non a chi ha deciso, guardando la città dall’alto, come fanno gli organizzatori di professione, che l’apparecchio 230 andava collocato nel punto 3.

Una casualità regolamentata, questa, che si ritrova nel funzionamento stesso dell’apparecchio, programmato per produrre un dato numero di scatti, di una certa dimensione, rispettando un preciso intervallo di tempo tra il momento dell’inserimento delle monete e quello dell’esecuzione. Un’organizzazione anti-errore che però nulla più contro l’assoluta imprevedibilità apportata dal soggetto della fotografia, l’utente che si muove, respira e pensa determinando lui solo il risultato finale. Le vecchie cabine fotografiche, quelle in uso fino all’inizio degli anni ’80, mostravano questo dialogo tra caso e programmazione in modo più efficace, azionando quattro scatti ravvicinati che producevano altrettanti fotogrammi, l’uno diverso dall’altro. La macchina moderna ha eliminato questa caratteristica, preferendo un singolo scatto reiterato poi in diverse copie, questo in un tentativo estremo di limitare l’errore e, soprattutto, di circoscrivere quell’area d’imprevidibilità cui la macchina non ha accesso.

La cabina fotografica, utilizzata nel giusto modo, ossia l’unico previsto dall’apparecchio stesso, produrrà quindi un’immagine precisa, imparziale e asettica del volto del fotografato, il riflesso della sua identità pubblica e pubblicamente accettata, nelle giuste dimensioni di una fototessera. Ad essere escluso dal discorso è, prima di tutto, l’esterno, la realtà urbana dalla quale il fotografato si isola per un momento, entrando nell’apparecchio (che si potrebbe definire un nonluogo per se). Qui s’insinua l’intervento dell’artista, il gesto di Amedeo Abello, che decide di aprire la cabina all’esterno, di renderla strumento di registrazione del movimento della città. La semplice idea alla base del progetto Photomaton  è quella di porre uno specchio davanti l’obbiettivo del foto-apparato, e angolarlo in modo tale da riprendere la strada. Lo scatto, come al solito, è automatizzato, il risultato è imprevedibile, l’artista può cercare di circoscrivere l’elemento casuale, ma non può né vuole eliminarlo.

La cabina così da luogo chiuso, parte dello scenario urbano ma separato da esso grazie al muro sottile di una tendina, diventa osservatorio privilegiato sulla città, un rifugio che garantisce all’artista di vedere senza essere visto. Quale flâneur contemporaneo l’artista abita il limite, e dal limite osserva la città, le sue architetture e la sua mutevole, disordinata  popolazione : “E’ lo sguardo del flâneur, la cui forma di vita avvolge ancora di un bagliore conciliante quello futuro, desolato dell’abitante della grande città. Il flâneur è ancora sulla soglia, della grande città come della borghesia. Nessuna delle due lo ha ancora travolto. In nessuna delle due egli si sente a proprio agio; e cerca rifugio nella folla.”2. Possiamo immaginare l’atto artistico di Abello come un evento che si estende oltre i limiti degli oggetti che produce, le singole fotografie. L’artista guarda i passanti attraverso lo specchio, la città sfila davanti al proprio riflesso, la cabina fotografica da produttore di immagini identitarie in formato standard, pensate per singoli individui di un complesso societario, diventa finestra della folla su se stessa. Lo scatto arriva all’improvviso, cristallizzando in un istante un processo più ampio. La casualità diventa analisi, e l’intero meccanismo creativo favorisce la presa di coscienza , e una limitata comprensione, dell’incontrollabile.

Il discorso che quest’intervento artistico produce tratta temi quali la relazione tra identità privata e identità pubbliche, casualità e regolamentazione, movimento irregolare della vita e staticità della documentazione astratta, e soprattutto l’inevitabile intrecciarsi di tutti questi elementi.

Nell’installazione LIFE/FILE (lavoro realizzato in collaborazione con Federico Morando) Amedeo Abello gioca con due parole, l’una anagramma dell’altra, appartenenti a due campi semantici apparentemente lontani, se non opposti. Se il termine “life” rappresenta l’organico, l’analogico, il casuale, il transitorio, e quindi anche l’inopportuno e potenzialmente  fallimentare, “file” fa riferimento all’ordine, la volontà di regolamentazione, il tentativo di limitare lo sbaglio e l’anomalia tramite un preciso sistema normativo, anti-naturale, digitale. L’artista compone le parole utilizzando del negativo fotografico, cui è stato apportato un errore programmato, i provini fotografici diventano materia prima per una composizione grafica regolare e volontariamente estetizzante. Ancora una volta è la fotografia,  trattata in modo atipico, ad essere usata come strumento per la realizzazione di un progetto che parla di limitazione e gestione della casualità.

Il gioco dell’artista è ancora una volta creare un fattore minimo di disturbo: in una realtà che codifica e organizza, il gesto atipico dà la misura del caso, evidenzia un elemento caotico che si può tentare di nascondere, arginare, ma è impossibile eliminare del tutto dal normale scorrere dell’esistenza umana, sia nella sua forma pubblica, sociale che in quella privata, individuale. Producendo un movimento in se stesso ossimorico, l’artista sottolinea il dato inopportuno attraverso una precisa organizzazione del processo artistico/produttivo, esprimendo così in modo tanto più immediato l’unità intima di queste due polarità.

Amedeo Abello, con questi due lavori, cerca di raccogliere in un esperimento visuale, (foto-)grafico, le contraddizioni di questa nostra epoca post-post-moderna, urbana, necessariamente digitale e nostalgicamente analogica, e per farlo decide di prendere posto sul margine, lì dove è possibile avere una visione più ampia dell’orizzonte contemporaneo e delle contraddizioni che ne costituiscono il tessuto.

Quelle di Abello sono sperimentazioni, soggette al cambiamento e all’evoluzione, il cui valore va forse ricercato proprio nell’imprecisione, e il processo d’indagine  è, ancora una volta, più importante del risultato. In  entrambi i lavori presenti in mostra, e in particolare con Photomaton, l’artista si rivolge a un contesto, quello urbano contemporaneo, di cui fa pienamente parte, ma del quale risulta consapevole come sanno esserlo gli estranei, gli osservatori distanti; Abello si relaziona alla città contemporanea nell’unico modo possibile, e possibilmente creativo: la interroga mentre cerca di rispondere alle sue domande. Poco importa se le risposte sono incomplete, se le domande non risultano ancora del tutto chiare, quel che conta, in questo momento, è saper ascoltare, riuscire  a vedere, e così un dialogo è già iniziato, e che si arrivi o meno a una soluzione, che un labirinto d’interrogativi si trasformi in un discorso compiuto, il tempo saprà dircelo.

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1. Calvino, I., Le città invisibili, Einaudi: Torino, 1972, p.20

2. Benjamin, W., Charles Baudelaire. Un Poeta Lirico nell’Età del Capitalismo Avanzato, Neri Pozza: Milano 2012, p. 22

Cinzia Delnevo, n volte

Testo a cura di Laura Di Nicolantonio (in occasione della mostra “Legami Deboli”, a cura di Celeste Ricci)

L’opera Penna a Sfera Nera su Carta è una serie di disegni raffiguranti elementi grafici minimi che l’artista Cinzia Delnevo traccia molteplici volte sulla superficie. Queste matrici di segno, queste unità discrete sono di natura vegetale. Proliferando, questi segni si organizzano in un universo vegetale unitario e frammentato, in arborescenze che si snodano sinuose e fitte sul foglio. La ripetitività del gesto, agito con costanza, sublima le energie dell’artista che è coinvolta in un atto performativo intimo.

La componente performativa è importante in quest’opera e per la sua realizzazione l’artista stabilisce delle regole preliminari semplici e precise, dei piccoli criteri che sono gli stessi che utilizzerebbe per le performances vere e proprie. La regola fondamentale che l’artista stabilisce è quella di “lasciare andare la mano verso delle forme”, registrando dei “segni tanto piccoli da non poterne prevedere il risultato finale”. In tal modo le unità grafiche minime vanno formandosi, una dopo l’altra, secondo una logica casuale guidata dall’inconscio.

L’artista, per effetto ideomotorio e sospendendo l’Io cosciente, registra questi segni in un’operazione di scrittura automatica: si tratta di un atto di liberazione di forze celate, nonché di una pratica di approfondimento del Sé.

Sebbene i disegni di Penna a Sfera Nera su Carta siano disegni ‘trovati’, non progettati in precedenza, è possibile individuare in essi un aspetto di autosimilarità interna, una caratteristica propria  della geometria dei frattali. Ogni frattale è composto da un singolo elemento formale ripetuto n volte in scale differenti. Lo studio dei frattali ha come obiettivo quello di individuare delle leggi deboli all’interno di un caos apparente e descrive sistematicamente quelle forme naturali frastagliate, granulose, ramificate, con tentacoli o protuberanze. La geometria frattale può essere individuata tanto nell’ordine di strutture macroscopiche (territori costieri, ramificazioni di fiumi e alberi, formazioni rocciose e di ghiacci) quanto in scala assai più ridotta (fiocchi di neve, tessuti vegetali, vasi sanguigni, terminazioni nervose).

Per certi versi la geometria frattale, secondo variabili più o meno complesse, sembra definire i processi di generazione naturale sia a un livello ambientale che nella stessa fisiologia umana.

Frattale pare essere il pensiero nel suo farsi.

L’opera Penna a Sfera Nera su Carta, costituita da segni discreti ripetuti n volte e organizzati in strutture caratterizzate da autosimilarità, sembra rappresentare uno spazio osmotico tra l’elemento naturale e il paesaggio interiore, entrambi percorsi dalla medesima linfa.

I disegni sembrano le tracce fertili di un rinnovamento dei pensieri, una balsamica rigenerazione secondo leggi a cui macroscopico e microscopico, materiale ed immateriale rispondono simmetricamente.

Mentre Penna a Sfera Nera su Carta si concentra su una pratica manuale che si mantiene deliberatamente “lontana dagli oggetti digitali”, Overwhelmed Till the Yearning #2 è un’opera che per certi versi funziona diametralmente a ritroso.

In quest’opera l’artista decide di spendere del tempo in natura fotografandone le parti, in intima vicinanza: “Non una o due o dieci, ma mille e più scatti, all’interno di orti botanici o boschi o giardini in giro per la rigogliosa città di Londra”.

Un circuito fluido si attiva tra i frammenti di natura fotografati e l’artista che, perdendosi, si ritrova, immersa in un processo di rigenerazione.

Overwhelmed Till the Yearning #2 pone l’accento sul concetto di ultra-vicinanza di Walter Benjamin, da intendersi come tensione dialettica tra la percezione di massima distanza dalla continuità del dato reale e il forte desiderio di una coerente visione unificata dell’opera d’arte. L’ampia tiratura della serie fotografica non interferisce tuttavia con il valore auratico di ogni singolo scatto: ogni fotografia si offre alla visione, traccia digitale di natura, trasudando oltre l’immagine la vita che la attraversa.

Nel momento dello scatto viene liberato un impulso desiderante che si reitera nella molteplicità delle immagini, una molteplicità tendente all’infinito. Il desiderio che viene liberato dall’artista va inteso come riserva illimitata e libera di potenziale, così come ce ne parla Gilles Deleuze nelle riflessioni sul Corpo Senza Organi.

In Overwhelmed Till the Yearning #2 lartista opera come un’entità dinamica e informale che instaura connessioni e scambi fluidi sempre nuovi con altre entità, agendo come un campo di forze desiderante e sempre a venire.

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(21/12/2013 h 18) Next opening: “Amedeo Abello & Cinzia Delnevo_Legami deboli”, a cura di Celeste Ricci

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Amedeo Abello, LIFE/FILE, 2013, Light box, negativo, 24x34x10 (x8), (in collaborazione con Federico Morando)

“E’ lo sguardo del flâneur, la cui forma di vita avvolge ancora di un bagliore conciliante quello futuro, desolato dell’abitante della grande città. Il flâneur è ancora sulla soglia, della grande città come della borghesia. Nessuna delle due lo ha ancora travolto. In nessuna delle due egli si sente a proprio agio; e cerca rifugio nella folla.”

(Walter Benjamin, “Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato”, Neri Pozza, 2012, pp. 22 e 24., in Chiara Cartuccia (testo critico a cura di), Amedeo Abello. La misura del caso, 2013)

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Cinzia Delnevo, Overwhelmed Till The Yearning #2, 2013, 1000 immagini. Stampa da negativo digitale, 10x15cm
“Non una o due o dieci, ma mille e più scatti, all’interno di orti botanici o boschi o giardini in giro per la rigogliosa città di Londra”. Un circuito fluido si attiva tra i frammenti di natura fotografati e l’artista che, perdendosi, si ritrova, immersa in un processo di rigenerazione.

(Laura Di Nicolantonio (testo critico a cura di), Cinzia Delnevo, n volte, 2013)

 

galleria cinica #7: Next opening…

↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓ A new exhibition is coming ↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓

Appuntamento sabato 21 Dicembre alle ore 18 con: Amedeo Abello & Cinzia Delnevo_Legami Deboli, a cura di Celeste Ricci

L’attività di questi due giovani artisti si basa su ricerche e linguaggi differenti e giunge di conseguenza a risultati che hanno pochi elementi in comune. Presentare la distanza piuttosto che la vicinanza, la singolarità INVECE che l’insieme è quello che la mostra si propone. Ispirata a un famoso saggio scritto dal sociologo Mark Granovetter nel 1973, La forza dei legami deboli, la mostra pone l’accento sulla distanza delle relazioni sociali – artistiche, e su quei “ponti” che legano mondi sociali lontani, i quali ci sarebbero altrimenti del tutto sconosciuti.

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Vi aspettiamo!!