“Dialoghi site-specific” tra i curatori Carla Capodimonti, Michele Gentili e Celeste Ricci su ARTNOISE!

Dialoghi site-specific, su ARTNOISE, tra i curatori di Galleria Cinica che presentano il nuovo concept della programmazione 2015. Continua a leggere

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Galleria Cinica #13. Magnus Frederik Clausen The Tomato Syndrome. Intervista all’artista e al collettivo ARTNOISE, di Maila Buglioni su Art a part of (cult)ure

L’inizio della stagione invernale coincide, a Trevi, con l’apertura di una nuova mostra, inaugurata presso gli spazi di Galleria Cinica (progetto riservato a giovani curatori e artisti della panorama creativo italiano ed internazionale) ubicata all’interno di Palazzo Lucarini, centro per l’arte contemporanea locale. In tale evento il collettivo romano ARTNOISE ha presentato The Tomato Syndrome, prima personale italiana dell’artista danese Magnus Frederik Clausen, classe 1981. Continua a leggere

Da INSIDEART: “La prima personale in Italia di Magnus Frederik Clausen”, articolo di Claudia Quintieri

Magnus Frederik Clausen artista danese, classe ’81, che lavora con vari medium come installazione e video, pittura e performance, è alla sua prima personale italiana a Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi con la mostra “The Tomato Syndrome” a cura del collettivo curatoriale Artnoise Continua a leggere

(13/12/2014) GALLERIACINICA#13: Magnus Frederik Clausen_THE TOMATO SYNDROME_a cura di ARTNOISE

(13/12/2014) GALLERIACINICA#13: Magnus Frederik Clausen_THE TOMATO SYNDROME_a cura di ARTNOISE
ARTNOISE è lieto di presentare la prima personale italiana dell’artista danese Magnus Frederik Clausen (1981) presso gli spazi di Galleria Cinica in Palazzo Lucarini (Trevi).
The Tomato Syndrome riunisce una serie di lavori, tra quelli precedentemente prodotti e alcuni inediti, che indagano la continua interferenza tra quotidianità e artificio.
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LE STRATEGIE FANTASMA DI FRANCESCO CIAVAGLIOLI, intervista a cura di Giovanna Santirocco.

Strategie fantasma. Riproduzione – dissoluzione – pathos è una visione d’insieme delle ultime produzioni artistiche di Francesco Ciavaglioli, in mostra alla Galleria Cinica di Trevi (PG) fino al 27 di questo mese.
L’artista svela il mondo così come appare ai suoi occhi: pregno di passione, ricordi, ma anche di ombre, scie, fantasmi per appunto. La mostra raccoglie quattro lavori, ognuno dei quali degno di attenzione per la sua forza comunicativa. Nell’intervista, come in un percorso guidato, l’artista ci spiega il senso e ci illustra il processo tecnico delle sue opere, nelle quali la componente fotografica ha un peso fondamentale.

Cominciamo con una domanda generale. In molti dei tuoi lavori si ha la sensazione che la vera protagonista sia la tua memoria. Quanto è forte il rapporto fra il tuo passato e la tua arte? Quanto è importante, nelle tue opere, il tuo vissuto?

Anche se penso che il lavoro debba essere salvaguardato da ingerenze autobiografiche, credo che le due cose siano in una certa misura indissolubili. Non può essere tutto frutto di una gelida ricerca estetica ed è un bene che sia così, altrimenti l’arte sarebbe un lavoro come un altro. Ciò che tento di fare è concentrarmi sugli elementi di universalità che legano il mio vissuto a quello di tutti.

Tutti noi applichiamo inconsciamente meccanismi di transfert in diverse situazioni. Dare questo nome a una serie di opere, come hai fatto tu, spinge però lo spettatore a farlo coscientemente, e quindi a fare proprie le tue immagini tramite l’osservazione. Entri così in contatto diretto con la memoria dello spettatore, utilizzando una tecnica, fra l’altro, molto interessante. Ci puoi raccontare qualcosa di più?

In ogni trasferimento di sentimenti da una situazione passata a una attuale, ciò che si rimette in moto è il nostro sistema inconscio, e proprio per questo la gestione di tale fenomeno è considerata il principale strumento della psicoanalisi.
In questo senso, la tecnica utilizzata in questi lavori ha la stessa proprietà strumentale. Le fotografie stampate in digitale vengono trasferite mediante dei solventi su un altro supporto cartaceo in un procedimento molto rapido e gestuale, che non permette una gestione volontaria dell’immagine e lascia largamente al caso il risultato finale. In pochi secondi, l’immagine si scoglie e si ricompone, perdendo la sua attualità e la sua immediata riconoscibilità in favore di una evocazione fantasmatica. Diventa un’apparizione che, proprio in virtù della sua evanescenza, instaura un rapporto viscerale e perturbante con l’osservatore.

Nella sua natura analitica, l’opera Hortus mi ricorda il sistema zonale di Ansel Adams, in cui la stessa immagine può perdere o acquisire particolari basandosi sulla scala di grigi. Tuttavia, vedendo l’istallazione nell’insieme si ha la sensazione di “incontro” fra una cosa appena nata, dove l’immagine è più chiara e priva di particolari, e una cosa che invecchiando tende a scurirsi, per poi rinascere nel colore centrale. Come all’interno di un ciclo vitale perpetuo. Ho esagerato con l’immaginazione?

A prima vista l’installazione ha un che di optical, che può far pensare ad un sistema di gradazioni tonali. E a suo modo lo è: gli A4 che compongono l’installazione sono stati realizzati con una fotocopiatrice che, partendo dalla matrice a colori, applica lo stesso criterio di riproduzione copia dopo copia, in un sistema con una sua regola interna.
L’altro aspetto che hai notato di questo lavoro, cioè il riferimento al vivere organico, contribuisce a dare al tema della dissoluzione un aspetto esistenziale: il ciclo delle immagini, il loro apparire, sparire e tornare è anche e soprattutto, come dici esattamente tu, un ciclo vitale perpetuo. É propriamente della vita delle immagini che si vuole parlare e quindi anche della nostra vita.

Come accade nell’omonima opera di Renoir, in Bagnanti le tue figure oniriche ci appaiono libere e disinibite. Ritorna anche l’elemento del fantasma, ma in questo caso si ha l’impressione che sia tu a regalarci un tuo ricordo, senza però svelarlo del tutto. Qual è il vero significato di questo lavoro?

Sono molto affezionato a quegli scatti, ricordo perfettamente l’atmosfera di quel tardo pomeriggio d’estate che le immagini restituiscono, ma non è questo che mi ha spinto a condividerle.
In quelle foto si evoca un tema tradizionale dell’arte: a Renoir potremmo aggiungere Cézanne, Picasso o anche Fragonard, arrivare fino a Guercino, all’Apollo dormiente di Lorenzo Lotto e chissà quanti altri anche in epoche più remote. Questa dimensione ingenua e primigenia è il vero contenuto della foto: nonostante tutto, l’essere umano è ancora tale e gli piace giocare nell’acqua, come probabilmente ha sempre fatto. È anche in gesti come questi che si conserva la nostra storia e la nostra memoria collettiva.

In conclusione, mi piacerebbe conoscere la tua carriera artistica passata, la tua formazione e i tuoi progetti futuri. Le tue “strategie”, insomma. Come hai conosciuto il mondo della fotografia e come vorresti utilizzarla nel prossimo futuro?

I primi approcci fotografici risalgono a quando ero piccolo e rubavo a mio padre una sfavillante reflex Nikon dei primi anni ’80: non la sapevo assolutamente usare e da un rullino da trentasei scatti ne uscivano forse quattro, ma mi affascinava. Forse più come oggetto che come strumento: pieno di numeri pulsanti e levette, una sorta di astronave…
La macchina, sopravvissuta alla mia “curiosità” infantile, mi ha accompagnato negli studi in Accademia, montava un 50 mm che ancora utilizzo con grande soddisfazione. Dopo i primi anni di studi, il lavoro pittorico si è arricchito di una metodologia che sempre più spesso si avvaleva della fotografia. Ero colpito da artisti come Gerard Richter, Francis Bacon, e il loro particolare modo di rapportarsi a questo mezzo, che è ormai diventato uno strumento di ricerca insostituibile per me.
Al momento sarebbe difficile sintetizzare la mia condizione attuale e i molti progetti futuri: quel che è certo è che Strategie fantasma rappresenta un nodo importantissimo tramite il quale, anche grazie al contributo di Simona Merra e Saverio Verini, ho fatto molta chiarezza sul lavoro passato e ho raccolto nuovi stimoli e nuove idee.

Immagine

Francesco Ciavaglioli, Hortus, stampa digitale e fotocopie A4, 2013

Intervista pubblicata su ARTNOISE, 14 ottobre 2013.

Carla Capodimonti in occasione di “CREOLO”, terzo appuntamento di Galleria Cinica, intervista di Daniela Cotimbo

Arrivata ormai al terzo appuntamento, Galleria Cinica, progetto curatoriale di Carla Capodimonti per Palazzo Lucarini Contemporary, si ascrive a tutta una serie di fenomeni che negli ultimi tempi si occupano di tracciare una mappa delle esperienze artistiche emergenti in Italia.

Due sale dell’interessante spazio del palazzo di Trevi sono destinate all’avvicendarsi di progetti espositivi presentati da giovani curatori e riservati ad altrettanti giovani artisti. Dopo i primi due episodi che hanno visto protagonisti Diego Petroso, Mauro Vitturini e Diego Miguel Mirabella, è ora la volta di Cloro cloro & lelimane con Creolo, intervento curato dalla stessa Carla.

Gli artisti, operanti sul territorio marchigiano, portano avanti da tempo una interessante ricerca che si serve del video-mapping come strumento per interventi nel contesto urbano. Attraverso l’ausilio della proiezione, essi sono in grado di trasformare l’aspetto dello spazio pubblico con interferenze performative e transitorie.

In questo caso l’operazione viene traslata nell’ambiente istituzionale del museo attraverso un processo inverso: sono infatti i manifesti pubblicitari prelevati dalle strade della provincia marchigiana ad essere ricontestualizzati nello spazio del museo dove, con una serie di interazioni visuali, se ne ridefinisce la natura iconica.

Carla ci parla della sua esperienza e di questo suo ultimo ambizioso evento che è stato inaugurato lo scorso 25 maggio e sarà visibile fino al 30 giugno.

Come sei entrata in contatto con questi artisti?

Conosco Cloro cloro da una vita. Siamo amici e quindi ho sempre seguito quello che ha fatto in questi anni, dai suoi studi, alla ricerca, ai turbamenti… Qualche mese fa lui era ospite da me a Roma e gli ho proposto di presentare un progetto per Galleria Cinica. Mi incuriosiva dar vita, non ad una vera e propria mostra, ma a un esperimento, con un linguaggio nuovo e persone che hanno poco a che fare con il mondo istituzionale. Lui ha accettato, dicendomi che voleva coinvolgere anche questo collettivo, Lelimane, e mi ha messo in contatto con loro.

Trovo molto stimolante l’idea di allargare l’interesse museale a sperimentazioni di diversa natura. Come sei riuscita in questo caso a coniugare le due istanze?

Questo aspetto si lega molto al tipo di intervento che hanno realizzato i ragazzi: il video-mapping solitamente si sviluppa in spazi aperti, realtà urbane metropolitane, o luoghi dedicati alla musica, soprattutto elettronica. In realtà è il primo intervento di video-mapping che viene fatto all’interno di uno spazio chiuso e soprattutto “istituzionale”, la sfida è stata doppia. L’idea di base è stata proprio quella di utilizzare uno spazio che fosse riconosciuto come istituzionale e metterlo alla prova, farlo uscire dalle sue quattro mura attraverso metodologie artistiche nuove, giovani. Tutto questo è alla base di Galleria Cinica. Nel caso di questa mostra l’abbiamo fatto con l’utilizzo di un linguaggio sperimentale e rimodellando lo spazio (come ti dicevo abbiamo chiuso una stanza e creato una parete dove abbiamo proiettato).

In cosa consiste nello specifico Creolo?

Creolo è un’installazione in cui cartelloni kitsch di serate danzanti al ritmo del liscio sono rielaborati con la tecnica del video-mapping. Essa permette di ottenere effetti spettacolari di proiezione su superfici reali. I cartelloni, che caratterizzano le strade della provincia marchigiana (e non solo) vengono reinterpretati: dalla loro forte connotazione locale, passano ad un aspetto del tutto nuovo che li avvicina alle grandi realtà. Con Creolo, il collettivo riflette sulla costante condizione dell’artista interno/esterno alla realtà in cui vive: uno status che ognuno di noi porta con sé per sempre e che spesso non riesce ad abbandonare; per questo i ragazzi decidono di appropriarsene fino in fondo e di rivisitarlo attraverso un medium contemporaneo. Creolo, inoltre, significa “derivato” o “nuova costituzione”. Il creolo è il meticcio, che proviene da diversi incroci etnici e quindi l’installazione ha anche questo forte aspetto antropologico; ciò che ne viene fuori è inevitabilmente un ibrido.

Qual è stata la ricezione del pubblico del museo a questo esperimento?

Le reazioni sono state strane, insolite. La gente entrava nella stanza e rimaneva sbalordita, sorpresa. Una volta usciti, l’espressione nei volti cambiava: era come se tutti trattenessero l’entusiasmo o ciò che l’installazione aveva suscitato in loro perché si ritrovavano di nuovo catapultati nella realtà istituzionale del museo, come se il resto delle sale richiedesse un diverso tipo di atteggiamento. Quella tenda nera divideva due mondi! Le reazioni sono state diverse anche a seconda dell’età: i giovani sono sicuramente più vicini a questo tipo di linguaggio. Abbiamo scoperto che molta gente è fan di Joselito, ed è come se finora si fosse vergognata di dirlo. Vederlo appeso così ad una parete ha legittimato in qualche modo quel loro giudizio positivo.

Galleria Cinica si è dimostrata da subito una realtà aperta a vari ambiti territoriali, ma tante volte mi hai fatto presente la volontà che diventasse una vetrina di visibilità anche, e soprattutto, per le ricerche locali. Mi chiedo, dunque, se in questo tuo periodo di esplorazione hai avuto modo di rilevare fenomeni interessanti in tal senso.

Sì, conoscendo bene la realtà locale, ho avuto modo di scoprire iniziative interessanti. La prossima mostra che inaugureremo a luglio vedrà protagonisti proprio dei giovani umbri che collaborano con prolifiche associazioni locali. Cloro cloro & lelimane non sono umbri, ma sono molto vicini a noi; anche loro provengono da una realtà provinciale, quella marchigiana, molto simile alla nostra. L’espressione che hanno utilizzato caratterizza anche i modi della nostra regione. Qui c’è un forte associazionismo giovanile che deve costantemente fare i conti con amministrazioni comunali che danno pochissimo spazio a certe iniziative. Peccato, perché ci sono delle veramente realtà interessanti.

Gli interventi di video mapping sono generalmente pensati come performativi e transitori. Cosa ha comportato il convogliare questo modo di operare nella dimensione museale?

Questo è uno dei motivi che ha reso l’installazione ancora più insolita e sperimentale. Gli artisti, per l’occasione (e non potevano fare diversamente perché la mostra dura più di un mese) hanno realizzato il progetto, lo hanno messo sul pc e hanno regolato in loop la proiezione. Di solito il video-mapping non si protrae così tanto nel tempo, è stato “riadattato” ai tempi del museo… Un vero e proprio ibrido, come dicevo.

Alla luce di questi tre episodi di Galleria Cinica e in vista dei prossimi si può dire che tu sia riuscita, grazie anche alla disponibilità di Maurizio Coccia e Mara Predicatori, a ritagliarti uno spazio di libertà assoluta dove gli artisti possono sperimentare pur in dialogo con una realtà istituzionale. Quali sono le forze e le debolezze di questo sistema?

Le forze sono i giovani: la nostra voglia di fare, di scoprire, sperimentare e sacrificarsi per fare tutto ciò. La debolezza più grande è la mancanza di fondi che potrebbero permettere un lavoro ancora migliore.

Pensi che questo progetto stia smuovendo l’ambiente circostante stimolandone l’ interesse e favorendone la crescita?

Lo spero. Ho visto persone che non vi erano mai entrate prima. Ragazzi che si interessano a linguaggi nuovi, che si meravigliano di quanto l’arte è in realtà vicina alla vita di tutti i giorni, alle riflessioni e ai pensieri che ognuno di noi fa.

Intervista pubblicata su ARTNOISE, 31 maggio 2013.