Galleria Cinica#14. Văcŭus di How To Cure Our Soul. Intervista agli artisti, di Maila Buglioni

Sonorità inconsuete e immagini vaghe, incerte e immateriali, accolgono e avvolgono lo spettatore che entra nelle sale di Galleria Cinica, presso Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG), dove si snoda l‘esposizione Văcŭus del collettivo How To Cure Our Soul, a cura di Carla Capodimonti. Continua a leggere

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Galleria Cinica #13. Magnus Frederik Clausen The Tomato Syndrome. Intervista all’artista e al collettivo ARTNOISE, di Maila Buglioni su Art a part of (cult)ure

L’inizio della stagione invernale coincide, a Trevi, con l’apertura di una nuova mostra, inaugurata presso gli spazi di Galleria Cinica (progetto riservato a giovani curatori e artisti della panorama creativo italiano ed internazionale) ubicata all’interno di Palazzo Lucarini, centro per l’arte contemporanea locale. In tale evento il collettivo romano ARTNOISE ha presentato The Tomato Syndrome, prima personale italiana dell’artista danese Magnus Frederik Clausen, classe 1981. Continua a leggere

Palazzo Lucarini – Galleria Cinica #11 Federica Di Carlo e la Riflessione Diffusa. Intervista all’artista, di Maila Buglioni

Trevi, Palazzo Lucarini Contemporary, Riflessione Diffusa di Federica Di Carlo, mostra a cura di Carla Capodimonti. Varcata la soglia dello spazio dedicato al progetto Galleria Cinica vengo immediatamente investita da una luce abbagliante proveniente da una finestra da cui l’astro … Continua a leggere

Palazzo Lucarini – Galleria Cinica #10 The worst way in the worst place. Il modo peggiore sul terreno peggiore. Intervista all’artista (Come) Achille, di Maila Buglioni

«il senso [dell’opera] è il prodotto di un’interazione fra l’artista e l’osservatore, e non un fatto autoritario»
(Nicolas Bourriad, Estetica Relazionale, Postmedia Books, 2010, p.78).

Nel mondo contemporaneo, caratterizzato dalla comunicazione di massa e dalla progressiva omologazione della tipologia dei rapporti interpersonali ed economici, l’opera relazionale svolge la funzione di interstizio, uno spazio in cui si creano alternative di vita possibili. Esemplare è il progetto Be my Peggy/Piggy che, a seconda della scelta dell’ultima parola della locuzione, esplicita la differente posizione del fruitore nei confronti di quella data opera/installazione/luogo artistico/etc.. Se in Il critico come artista Oscar Wilde affermava che l’arte e la critica hanno un valore eversivo e sono in contrapposizione alla società, (Come) Achille dichiara che il pubblico, inteso come gruppo eterogeneo di individui che la compongono, può coscientemente prendere il ruolo di “critico” sostituendosi ad esso ed esprimendo giudizi in merito all’oggetto artistico che osserva. Continua a leggere

Aurélien Mauplot. Intervista all’artista, di Maila Buglioni

(Traduzione di Carla Capodimonti)   Sottili segni grafici tracciati su bianche pareti, pagine di testi filosofici e scientifici appese e rigorosamente annerite per evidenziare parole anticamente trascritte. Piccole sale in cui regna il silenzio ed in cui il tempo sembra … Continua a leggere

Galleria Cinica # Pneuma di Lara Pacilio. Intervista alla curatrice Maila Buglioni, di Barbara Martusciello

Palazzo Lucarini Contemporary – Centro per l’arte contemporanea di Trevi prosegue il ciclo titolato Galleria Cinica, un progetto di sei mostre per promuovere artisti e curatori giovani intorno ad un tema ampio e complesso: infatti, la denominazione dell’iniziativa gioca da una parte sul nome “Civica” inteso come galleria museale che è presente in molte città e talvolta riesce a farne eccellenza artistica e culturale; dall’altra si riferisce alla filosofia “Cinica” che auspicava vita raminga, autosufficiente, indifferenza ai bisogni e alle passioni per una fedeltà esclusiva al rigore morale. Una mission, questa, in qualche misura incarnata proprio da Galleria Cinica e una responsabilità non da poco per i protagonisti coinvolti. Chiediamo subito a uno di loro, Maila Buglioni, curatrice di Pneuma dell’artista Lara Pacilio se sente il peso di questa responsabilità…

Maila, abbracciate, tu e Lara Pacilio, questa tensione all’autarchia? Il “Cinismo” storico vi coinvolge, vi convince?

“Il Cinismo storico venne fondato nel lontano ellenismo (IV secolo a.C.), ovvero in un periodo storico pieno di sofferenze ed incertezze, per offrire alle persone la possibilità di raggiungere la felicità e la libertà durante quest’epoca di crisi. In un certo senso l’attuale decadenza che si registra a livello culturale, sociale, economico ed il disfacimento del sistema capitalistico sembra duplicare lo stato di stallo registrato nei lontani secoli dell’ellenismo. Uscire da tale recessione sembra ad oggi quasi impossibile poiché ad ogni piccolo passo in avanti si susseguono due passi indietro. Riflettendo su ciò, posso affermare che in parte ilCinismo storico dovrebbe essere recuperato, restaurato ed adeguato alle esigenze contemporanee perché è nato per contrastare le grandi illusioni dell’umanità – come la ricerca del potere, della fama e del piacere – invitando a ricercare, invece, una felicità che sia in accordo con la natura, spesso ignorata e danneggiata da noi stessi. Anche se non condivido la vita randagia e indifferente ai bisogni, alle passioni professate da tale scuola perché credo fermamente che ogni essere umano per vivere bene ha bisogno di soddisfare le proprie passioni, a meno che queste non rechino danno ad altri soggetti.
Per quanto riguarda il concetto di autarchia, insito all’interno di tale pensiero filosofico, personalmente non condivido l’idea di un governo di tale tipo poiché comporterebbe solo una chiusa mentale fino ad travalicare il senso stesso di autonomia di governo, rischiando così di portare ad un irrigidimento delle regole/leggi interne della nazione che l’abbraccia (il fascismo, fra i tanti, ne è un esempio).”

L’arte deve avere a che fare – sempre per citare le caratteristiche della filosofia Cinicia – con l’etica, secondo te?

“Secondo me l’arte, soprattutto quella contemporanea, ha a che fare con l’etica, nonostante queste due discipline possano apparire opposte. L’arte nasce sempre da un impulso, da una sensazione, da un evento sconcertante tradotto in un secondo tempo dall’artista, ovvero da una persona dotata di una altissima sensibilità, in opera d’arte. Affermava, infatti, De Chirico che l’artista è una sorta di veggente dotato della possibilità di “vedere oltre” i fatti, oltre la realtà delle cose. Lui come altri artisti furono dotati di tale peculiarità, come Paul Klee il quale, attraverso i suoi lavori, rendeva visibile l’invisibile, come da lui asserito nei suoi scritti. Quindi, un lavoro artistico, prendendo le mosse dall’esperienza diretta, è implicata con l’etica anche se l’artista può decidere di fare un’opera d’arte che non si allinei con i connotati imposti dalla società. L’etica – ovvero la morale, il perbenismo, il costume, etc.. – è strettamente connessa con l’arte poiché quest’ultima è parte del mondo in cui viviamo e quindi rispecchia, nel bene e nel male, la nostra società con tutti i suoi difetti e pregi. Inoltre, i mass media hanno contribuito sempre più a far emergere questa stretta relazione tra estetica-etica sviluppando un gusto etico-estetico di massa a cui l’arte attuale deve sottostare per essere recepita, a discapito della sperimentazione e delle ricerche off.”

E come si palesa il vostro rigore morale – non moralismo: alla Antistene, alla Diogene di Sinope, per intenderci –  attraverso questa mostra?

“La mostra PNEUMA, e anche tutta la ricerca di Lara, oltrepassando i limiti imposti dalla società sul tema della follia si palesa come anti-moralista. Il tema della pazzia è stato, infatti, un argomento molto dibattuto in passato per via delle cure e/o strazi a cui i malati erano sottoposti – come ad esempio l’elettroshock – fino alla chiusura dei manicomi, decretata nel 1978 con la legge Basaglia. Con PNEUMA abbiamo riprodotto un percorso che scuote l’osservatore facendo entrare nel vivo della questione già dall’entrata delle due stanze adibite a Galleria Cinica. Qui, rami secchi invitano il fruitore ad entrare e, insieme, lo avverto del crudo argomento sviluppato negli ambienti. Oltrepassando tale accesso lo spettatore è immesso in una realtà altra: quella dell’individuo indagato da Lara.”

Perché hai coinvolto proprio Lara tra le tante scelte che potevi fare? Cosa in particolare ti ha colpito della sua ricerca?

“Ho scelto di coinvolgere Lara perché il suo progetto mi ha fin da subito affascinato per via della sua natura eterogenea, caratterizzata da un inedito intreccio tra arte visiva, teatro e musica. Il suo progetto conferma quel viscerale rapporto tra arte e follia esistente fin dall’antichità, anche se Lara intende questo concetto in modo inedito ovvero come quella pazzia latente e nascosta in ognuno di noi ovvero come squilibrio psichico appartenente al mondo contemporaneo. Inoltre, mi ha colpito quel mettere in primo piano l’uomo esplorandone l’anima, i sentimenti e le emozioni provocate in particolari situazioni di disagio col fine di esternarle e riprodurle attraverso differenti media artistici: dai bozzetti preparatori alle installazioni meccaniche, dai video alla musica studiata ad hoc dal musicista Luca Nostro con cui Lara collabora da parecchio tempo. Insomma sintetizzava quel malessere presente oggi nella società, condizione in cui ogni fruitore può riconoscersi. Mi interessava anche vedere come avrebbe reagito il fruitore di fronte a questo tema e alle opere di Lara.”

Lara affronta solitamente tematiche sociali, talvolta scivolose e durissime – come la pedofilia – altre intime, segrete, come nel caso di Pneuma, che affonda le radici nell’interiorità talvolta “interrotta”… Vuoi analizzare questo suo lavoro?

“La mostra PNEUMA è il punto di arrivo di un affannosa ricerca nata circa un anno fa da un esperienza realmente vissuta, ovvero una visita all’ex manicomio di Volterra, a cui poi sono succedute altre visite presso l’ex manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma. Da qui Lara ha preso spunto per dar vita a un progetto basato sul concetto di follia intesa, come quella pazzia latente e nascosta in ognuno di noi, ovvero come squilibrio psichico appartenente al mondo contemporaneo. Il lavoro è strutturato in differenti fasi: dalla creazioni dei primi bozzetti su carta – in cui ha rappresentato le sembianze fisionomiche dei malati che l’hanno ispirata – alla concretizzazione prima con installazioni meccaniche e successivamente all’ideazione e creazione del video e della musica. Le installazioni meccaniche, essendo strutture dotate di movimento proprio, coinvolgono lo spettatore. Il loro statuto, a metà tra sculture e piccole scenografie mobili, è reso reale mediante la loro presentazione/riproduzione in immagini video. Nei corti location, performer, e musica giocano un ruolo fondamentale, contestualizzando l’opera e facendo emergere con maggior chiarezza i concetti in esse insiti. Importantissima è anche la componente musicale elaborata da Luca Nostro – chitarrista e compositore, prima chitarra elettrica del parco della Musica Contemporanea Ensemble – poiché rende vive l’opera stessa, alla pari dei personaggi su cui esse sono plasmate.
Le maschere sono le uniche protagoniste dei video, caratterizzati dall’interiorità (spinosa o fragile che sia) dall’interiorità dell’individuo rifugiato in quel micro-cosmo in cui è ritratto. Ogni singolo personaggio nasconde, sotto il proprio involucro corporeo, un anima psichicamente lesa, che è stata prontamente afferrata ed esplicitata dall’artista attraverso tali opere movibili. In questo modo le debolezze, le emozioni, i sentimenti e i vari temperamenti diventano i veri protagonisti dei lavori. L’obiettivo di Lara è, infatti, rovesciare l’essere umano scelto per rivelarne l’anima interna. In questo modo la romana rendere visibile l’invisibile ovvero ciò che è nascosto nell’essere prescelto cogliendone i flussi emotivi e gli umori che lo dominano e lo turbano, come implicitamente affermato nel titolo della mostra Pneuma, vocabolo che riconduce alla teoria umorale elaborata da Ippocrate (Coo 460 a.C. ca – Larissa 377 a.C.) nel V secolo a.C. e successivamente ripresa da Galeno (Pergamo 129 a.C. – Roma 216 a.C). Se per il primo esistono quattro umori base che governano il buon funzionamento dell’organismo umano – bile gialla, bile nera, flegma, sangue o umore rosso – la cui prevalenza di uno sugli altri causerebbe la malattia; per il medico romano il principio fondamentale di vita era pneuma (aria, alito, spirito). Secondo quest’ultimo pneuma risiede nel cuore, pertanto egli considerava tale organo come sede della vita e dello spirito ovvero dimora di ciò che più tardi si chiamerà anima. La mostra PNEUMA è, quindi, un invito a immergersi per qualche minuto nella realtà del folle.
Inoltre, la condizione d’incolmabile solitudine e sofferenza subita nell’era contemporanea e ampliamente rappresentata in queste opere, è rintracciabile in La Filosofia di Andy Warhol da A a B e Viceversa di Andy Warhol. Secondo l’artista Pop la sola cura possibile per sopperire momentaneamente a tale mancanza è l’impulso a comprare futili ma anti-depressivi oggetti. Contrariamente a ciò che egli era – uomo di fama e di successo – confeziona un’opera i cui protagonisti, tra cui se stesso, sono personaggi anonimi denominati con singole lettere dell’alfabeto. Tale espediente, utilizzato per accentuare la separazione tra la narrazione e la realtà esterna, è ripreso da Lara nei titoli dei primi due video concepiti: From L to L1 e From L to L2. Irruenta e incontrollabile risulta essere la personalità descritta in From L to L1, mentre apparente calma e controllata è l’indole del personaggio presentato in From L to L2. Il terzo video – ovvero Mütter – è imperniato sull’essere donna in quanto procreatrice di vita e sull’impossibilità di divenire ‘madre’. Mütter, dal tedesco ‘madri’, nasce come spontaneo proseguimento, sviluppo e crescita dei precedenti lavori. Infatti, mentre negli altri la maschera è inserita su un congegno meccanico, mostrandosi essa stessa come opera, in quest’ultimo è la performer a dar vita alla maschera umanizzandola e rendendo l’intero contesto più vicino alla realtà. Una donna generata e generatrice, simbolo di una maternità inseguita e mai arrivata.
Accompagna tutto ciò la serie dei Padiglioni, qui esposti in tre esemplari, pensati da Lara come una sorta di museo dei personaggi’, i cui protagonisti recitano ruoli a se stanti, senza la necessità d’interagire tra loro. Un corpus di lavori – a metà tra scultura e installazione – legati tra loro e, al contempo, denotati da una forza propria capace di renderli autonomi. In essi piccole sagome nude, dove la nudità è sinonimo di verità e trasparenza, si arrampicano attraverso dei fili verso una grande figura posta al centro della rappresentazione: una donna velata, che imperturbabile continua la sua preghiera. Se qui abbiamo portato solo Padiglioni con l’elemento femminino, in altri troneggia l’elemento mascolino. Mentre nei primi il riferimento è alla figura della Madonna e al ruolo di “madre e donna perfetta”, nonché modello impossibile da perseguire; in quest’ultimi è ritratto il “porco”, simbolo del potere incarnato da quell’essere ipocrita e cinico che si adopera solo per sporchi scopi personali. Un corpus di lavori, quindi, nato con l’intento di essere uno specchio della società contemporanea, sottolineando le ingannevoli virtù in essa presenti come soprusi, abusi, sovra poteri, speranze, volontà e libertà calpestate. Anche qui emerge l’aspetto teatrale e scenografico, settore di formazione di Lara, attraverso una serie di lucine al neon utilizzate per illuminare i protagonisti e, soprattutto, per generare un gioco di ombre, metafore delle sofferenze umane, che si proiettano sul fondo del fondo grigio dei lavori. In ognuno di queste opere è, quindi, messa in primo piano una piccola tragedia che prende spunto da eventi quotidiani realmente accaduti.”

Ravvedi legami di Lara – per via dei suoi lavori semoventi, con quel qualcosa di scenografico – con alcuni precedenti, diversi ma con qualche analogia, tra i quali Depero e Jean Tinguely, al di là della loro ironia?

“Sicuramente c’è un riferimento implicito ad entrambi gli artisti.
Lara riprende da Depero la connessione con il mondo del teatro e della scenografia, ma anche l’attenzione verso opere tridimensionali movibili, come i Complessi Plastici (1914-1915) realizzate con materiali poveri e meccanismi capaci di muoverli, senza tuttavia avere la pretesa e lo scopo di arrivare a creare un opera d’arte totale (obiettivo invece ricercato dal futurista). Tuttavia, occorre precisare che le maschere dell’artista romana non hanno nulla a che fare con gli automi del mondo teatrale. Anche il riferimento a Jean Tinguely è adeguato sempre per via dell’interesse di Lara nei confronti di macchine movibili realizzate con materiali di scarto: meccanismi o motori estrapolati da oggetti di uso quotidiano a cui la romana dà nuova vita attraverso i suoi lavori. Nonostante ciò, sottolineo l’assoluta lontananza della ricerca di Lara dalle ispirazioni giocose e ironiche che dominano i Metamechanics dello svizzero.”

Mi ha incuriosita il fatto che Lara provenga dalla scenografia: forse, quindi non a caso, mette in scena meccanismi semoventi che hanno una forte dose di teatralità e scenograficità… Non credi?

“Sì, Lara ha una formazione abbastanza particolare che inizialmente ha incuriosito anche me.
La sua provenienza dalla scenografia l’ha guidata a ideare opere in cui la componente teatrale, ovvero l’attenzione verso la messa in scena, i meccanismi semoventi nonché l’utilizzo dell’illuminazione, è divenuta fondamentale. Esemplari sono le installazioni movibili ed i video inerenti presentati qui a Galleria CinicaFrom L to L1, From L to L2 e Mütter. Per ogni corto Lara ha studiato un apposita messa in scena ovvero ha cercato un luogo reale nel quale inserire l’installazione e dove girare il video, di cui lei è regista. Inoltre, anche nei Padiglioni ritorna l’influsso e l’attenzione verso la messa in scena: i personaggi sono disposti come se stessero recitando una parte ed in più vediamo i fili dei meccanismi che solitamente sono nascosti dalle quinte e dal fondale.”

Disagio psichico, psicologico e sociale, malessere interiore, follia sono stati trattati nell’arte visiva da tanti artisti e sembrano problematiche oggi più che mai presenti in questi nostri tempi di crolli e crisi… Lara le porta allo scoperto a suo modo; tu come le intendi? Credi che l’arte possa sanare? O solo rivelare?

“L’attuale situazione di crisi culturale, sociale ed economica in cui tutti noi dobbiamo convivere quotidianamente ha portato inevitabilmente a generare l’aumento di disagi psichici, psicologici e sociali, di malesseri interiori e follie di ogni genere… Sicuramente l’arte può aiutare a rivelare tali difficoltà mettendole in primo piano ma, purtroppo, non può avere la pretesa di sanare. L’aiuto che l’arte può dare è sicuramente quello di allietare gli individui malati trasportandoli altrove. In secondo luogo, l’arte potrebbe e dovrebbero farsi promotrice della presenza di tale stato di malessere incentivando una presa di coscienza collettiva, fino a sensibilizzare lo Stato o l’istituzione competente. Tutto ciò potrebbe essere possibile se chi ci governa ascoltasse e agisse realmente per il bene del suo popolo.”

L’Arte Contemporanea si fa con tutto [1], come Lara ha fatto?

“Oggi l’arte contemporanea ha oltrepassato ogni limite: la sperimentazione incentivata dagli artisti del Novecento ha legittimato i loro successori ad utilizzare ogni tipo di materiali per realizzare le proprie opere: da quelli di scarto alle materie industriali, dai prodotti della terra e della natura agli escrementi e così via. L’arte si fa con tutto ma non tutto è arte poiché dietro ad ogni opera o azione artistica, che sia un happening o una performance o altro, deve esserci una poetica, un filo conduttore o una ricerca che indaghi una certa cosa o che vuole scardinare o mettere in ridicolo alcuni dogmi.”

Questo (quello esposto in Galleria Cinica da Lara, per esempio) potevo farlo anche io [2]?

“Sì, potevi farlo anche tu, come potevo farlo anche io o poteva farlo anche colui che ci sta leggendo ma l’ha fatto Lara. Tuttavia, ciò che distingue il suo progetto da quello realizzato da un altro individuo è proprio la specificità con cui l’ha compiuto ovvero l’unicità della produzione del progetto stesso. Lara ha ideato una serie di opere in quel certo modo poiché non solo è dotata di una buona manualità, di un’indispensabile formazione in campo artistico (non occorre solo ai grandi geni!), di un certo ingegno e di un alta sensibilità nei confronti di temi sociali come nel caso specifico, ma soprattutto perché l’ha fatto immettendoci la sua individualità. E’ proprio quest’ultimo fondamentale elemento che contraddistingue l’operare artistico di Lara nell’elaborare tale progetto rispetto a ciò che avrebbe potuto realizzare un altro artista!”

Come distinguere un vero artista (contemporaneo) da uno che non lo è [3]?

“Credo che non esista una ricetta o dei parametri a cui rifarsi per poter riconoscere un vero artista contemporaneo… perché nell’arte ci sono troppe variabili, come l’istintivo interesse o lo stimolo nei confronti di alcune ricerche piuttosto che verso altre. Possiamo, invece, cercare di capire, presagire se quel dato artista avrà successo o meno. A volte l’istinto può avere un ruolo fondamentale in questo, anche se esso non è un principio infallibile.”

Come spiegare a tua madre che quello che fai serve a qualcosa [4]?

“Con mia madre ho un bellissimo rapporto: parliamo per ore dell’arte, nonostante lei sia estranea a quest’attività. Tuttavia, mi ha sempre appoggiato in tutto quello che ho fatto: da quando ho scelto di frequentare l’istituto d’arte a quando mi sono laureata in storia dell’arte contemporanea, fino a ciò che faccio oggi. Mi segue sempre e non manca mai ai vernissage delle mostre che curo o ad altri eventi in cui sono coinvolta. Quindi, non occorre che le spieghi nulla perché, implicitamente, già sa che ciò che realizzo in campo artistico lo faccio con passione, l’unico sentimento che ancora spinge me e altri lavoratori del settore ad andare avanti su questa strada nonostante l’attuale crisi.”

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Le ultime quattro domande giocano con i titoli (e le questioni in essi affrontate) dei seguenti libri :

Note

1.  Angela Vettese, Si fa con tutto -Il linguaggio dell’arte contemporanea, Laterza, 2012

2.  Francesco Bonami, Lo potevo fare anch’io – Perché l’arte contemporanea è davvero arte, Mondadori, 2009

3.  Francesco Bonami, Si crede Picasso. Come distinguere un vero artista contemporaneo da uno che non lo è, Mondadori, 2010

4.  Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa? era il titolo di un convegno tenutosi al Link di Bologna nel novembre 1997 e organizzato da Cesare Pietroiusti; poi divenuto un libro edito da I Libri di Zerynthia e da Charta (1999), fu realizzato nell’ambito del Progetto Oreste (http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Orestehttp://www.trax.it/come_spiegare.htm)

Articolo di Barbara Martusciello su “art a part of cult(ure)”, 8 Marzo 2014.

http://www.artapartofculture.net/2014/03/08/palazzo-lucarini-galleria-cinica-pneuma-di-lara-pacilio-intervista-alla-curatrice-maila-buglioni/

galleria cinica #6. PARA KLÀSIS. Profilo Dinamico Interno. Intervista a Nicole Voltan, di Maila Buglioni

Bianco e nero, natura ed essere umano, dinamicità e staticità. Elementi opposti e caratterizzanti PARA KLÀSIS. Profilo Dinamico Interno, l’ultima mostra presentata negli spazi di Palazzo Lucarini Contemporary per il progetto Galleria Cinica.Immagine

L’esposizione, a cura di Carla Capodimonti e Simona Merra, è un focus sulla ricerca artistica di Nicole Voltan (Mestre, VE, 1984 – vive e lavora a Roma) orientata verso il mondo e suddivisa in tre filoni principali: cielo, terra e vita.

Laureata in decorazione all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Nicole lavora principalmente con l’installazione, ma anche con pittura, scultura e video. Un’indagine particolare, la sua, poiché prende spunto da fenomeni geologici e da leggi fisiche per elaborare una sorta di scienza alternativa con lo scopo ultimo di affermare l’impossibilità dell’uomo di forgiare concetti e postulati eternamente vigenti. Una premessa indispensabile per capire il lavoro dell’artista e che ricorda la famosa frase del padre della chimica Antoine-Laurent Lavoisier «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» (in Histoire et Dictionnaire de la Révolution Française, Parigi, Éditions Robert Laffont, 1998).

La nascita del suo interessamento nei confronti di questo campo, apparentemente distante da quello dell’arte, è spiegata dalla stessa Voltan con queste parole:

«la consapevolezza del mio interesse è arrivata solo due o tre anni fa, quando sono cresciuta ed ho iniziato a conoscermi in maniera più approfondita».

Una passione recondita, scaturita già da bambina grazie alle numerose gite scolastiche al Planetario o al Museo di Scienze Naturali locali, con:

«la curiosità di capire come funziona il mondo».

Tale curiosità di cui ci parla è stata veicolata anche per merito del padre, da lei definito come «un piccolo scienziato», il quale le ha trasmesso l’amore verso i minerali.

«É stato proprio lui che mi ha trasmesso questa passione e mi ha regalato il primo telescopio».

In quest’occasione la veneta riflette sull’antropologico bisogno e desiderio dell’individuo di comprendere l’equilibrio intrinseco delle cose attraverso un approccio scientifico, esaminando il micro e il macro e le relazioni fra genere umano e natura attraverso i mezzi espressivi dell’arte visiva.

Tuttavia, ciò che rende affascinante il lavoro di Nicole è il costante desiderio di sperimentare, parola chiave con cui è possibile sintetizzare la propria prassi operativa. Qualità, questa, percepibile già entrando nella prima sala, posta in penombra, con Robot disegnatore (2013): un congegno inventato appositamente per l‘evento in corso. Composto da un motorino meccanico, una lunga asta e un pennino a inchiostro, il macchinario è in grado di creare un disegno a china ogni volta differente su un foglio di carta collocato sul pavimento. Il dispositivo vive di vita propria, tuttavia l’artista interviene nel suo elaborato generando una collaborazione tra le due parti come visibile nel video http://www.youtube.com/watch?v=1_a8AuoNWH8&feature=youtu.be.

Afferma la Voltan:

«Per collaborazione con il robot  intendo questo: lasciare a lui la libertà di decidere quando scrivere e quando non scrivere, mentre io creo la composizione spostando l’asta del macchinario».

L’ideazione di tale opera deriva dall’osservazione dell’apparecchiatura HPLC, protagonista dell’omonimo video. Tuttavia, Nicole ribadisce in questi termini l’inconciliabilità tra macchina e uomo ovvero la differenza tra mezzi artistici e quelli scientifici:

«l’unicità del disegno prodotto dal robot da me creato deriva dalle sue imperfette fattezze. Infatti, mentre il concetto d’imperfezione si ricongiunge direttamente all’uomo, quello di perfezione è attribuibile alla sola macchina».

Inoltre, la ciclicità dell’automatismo e il tracciato risultante uniscono installazione e proiezione. Mentre nella prima esiste solo la possibilità di registrare un segno che rimarrà eternamente; nella seconda è rivelato il processo utopistico di scrittura e conseguente cancellazione della traccia indelebile. Lo spostamento del pennino, legato alle vibrazioni sonore che avvolgono la stanza, diviene illusorio nel corto HPLC (Hidden Particles Lose Community) poiché in esso nulla di definitivo è tracciato e tutto sembra assolutamente casuale. Il disegno elaborato dal robot simboleggia il limite o il bisogno umano di dover ordinare per categorie ogni cosa esistente nell’universo.

La riflessione sulla continua mutazione di ogni cosa, presente nel mondo e nell’opera appena illustrata, è al centro della riflessione dell’artista. Infatti, tutta la personale ruota attorno alla dottrina dei contrari di Eraclito – anche definita come logos indiviso – ossia la legge assoluta che governa la Natura. Secondo il filosofo greco, tutto nell’universo è subordinato a tale contrapposizione (bene e male, pace e guerra, caldo e freddo, etc.). Esemplare è il HPLC (Hidden Particles Lose Community) (video, 2013) http://vimeo.com/74471358 – realizzato nel laboratorio di Chimica Organica dell’Università La Sapienza di Roma – che inquadra il suddetto strumento, oggi sostituito dal computer. Un macchinario utilizzato in tale ambito per separare e riconoscere, sia qualitativamente che quantitativamente, i diversi componenti contenuti in una sostanza omogenea. L’inquadratura semi fissa e dettagliata permette di carpire i movimenti che il pennino meccanico traccia sulla carta millimetrata, a volte in modo lento, altre in maniera decisa. Le caratteristiche del tracciato risultante rappresentano il profilo del processo di separazione dei micro-elementi della china. Se nell’analisi scientifica domina la necessità di documentare il reale, in quella artistica governa il caso e l’utopia. Infatti, nella proiezione la disgiunzione tra le sostanze è annullata grazie all’inversione temporale: il segno trascritto è cancellato tramite il rewind del corto, evidenziando l’impossibilità di ri-costruire ciò che in precedenza è stato separato. Si genera così un conflitto tra creazione e distruzione, riunione e frattura risolvibile solo attraverso il dinamismo visivo.

L’essere umano non è Natura ma al contempo è parte di essa. Questa doppia condizione genera una riflessione antropocentrica, dove – come afferma il linguista francese Émile Benveniste – «la coscienza di sé è possibile solo per contrasto. Io non uso Io, se non rivolgendomi a qualcuno, che nella mia allocuzione sarà un tu» (Émile Benveniste, La soggettività del linguaggio, in Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pag. 312). Un ragionamento che ben si presta a spiegare l’installazione ubicata nella saletta adiacente e composta da un grande dipinto e un monitor. Con Isostasia 1 (video, 2013) http://vimeo.com/59136244 Nicole riflette sul fenomeno di equilibrio gravitazionale che si verifica sulla Terra tra la litosfera e la sottostante astenosfera ovvero la tendenza della crosta terrestre a raggiungere una posizione di equilibrio attraverso il galleggiamento. Protagonista del video è il moto, o più precisamente l’equilibrio come stato continuamente ricercato sia dalla natura sia dall’uomo (da quest’ultimo cercati sia per trovare una stasi interiore sia come adattabilità precaria all’ambiente esterno). Come si evince dalle immagini, l’individuo è un elemento passivo di fronte alla potenza del contesto circostante. Una supremazia da noi spesso dimenticata, soprattutto in passato quando si pensava che la terra fosse ferma mentre il sole e i pianeti ruotavano attorno ad essa. Le riprese proposte richiamano alla memoria le escursioni effettuate dai primi geologi e scienziati che, a fine Ottocento, si avventuravano in tali contesti, fino ad allora considerati pericolosissimi e pieni d’insidie qui sottolineate con la ripresa della nebbia e del tenebroso rumore di sottofondo. Nicole si cala in prima persona nei panni di questi pionieri per evidenziare la posizione d’instabilità e di continuo divenire cui ogni creatura deve sottostare per ritrovare l’equilibrio con il tutto:

«La Natura è la grande entità che decide tutto. ‘Isostasia 1’ dimostra la possibile conciliazione tra le parti ovvero l’equilibrio tra uomo e natura. Il video si apre con una visione sul cielo, sull’universo per poi spostarsi sulla Terra, riprendendo le rocce e successivamente sulle tre ombre camminanti che rappresentano noi stessi in equilibrio con ciò che ci circonda e con la nostra interiorità».

Sovrasta lo schermo la pittura Isoipse Plastiche (tecnica mista su tela, 2013), in cui è raffigurato un grande paesaggio dolomitico, opera sintesi di tutto il discorso affrontato. Il monocromo sottolinea la situazione di stasi ritrovata tra i due opposti – uomo e natura – restituendo, da una parte, il dato reale osservato con gli occhi (le dolomiti) e, dall’altra, ciò che analizziamo con la mente (il plastico).

Partita da concetti e fenomeni scientifici, rielaborati e manipolati attraverso mezzi artistici, Nicole arriva a creare una scienza artistica in grado di ripristinare il dialogo tra due ambiti apparentemente inconciliabili.

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 5 dicembre 2013.

galleria cinica #5. Strategie fantasma. Intervista a Francesco Ciavaglioli, di Maila Buglioni

Il sole fa capolino nella vallata umbra invogliando gli invitati a fuggire dalle afose città per trascorrere il primo week-end settembrino a Trevi, dove s’inaugura il quinto ma non ultimo appuntamento di Galleria Cinica dal titolo Strategie Fantasma. Riproduzione – dissoluzione – pathos di Francesco Ciavaglioli, a cura di Simona Merra e Saverio Verini.

L’indagine artistica di Francesco Ciavaglioli (Avezzano, 1983 – vive e lavora a Roma) – pittore, fotografo e video maker – si concentra sulla dissolvenza dell’immagine intesa come phantasma, come fatto mnemonico, affezione e pathos ovvero sul rapporto esistente tra la realtà dell’oggetto e la sua rappresentazione. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Perugia, l’attività dell’artista abruzzese si è spostata verso differenti forme creative grazie alla partecipazione a mostre personali e collettive fino all’ideazione di vari progetti culturali (dal 2010 al 2012 è stato direttore artistico del centro culturale COMBO, a Perugia, mentre nel 2012 fonda CALAVERAS STUDIO, collettivo di produzione video e documentari). Tra le sue ultime mostre: Dedalo – Aix en Provence, Perugia, Tubingen, Kulturhalle, Turbigen a cura di Antonio Senatore (2013); SPAM! Cartoline d’artista, a cura di Sguardo Contemporaneo, Fondazione Pastificio Cerere, Roma (2012); Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia, CITIZENSHIP: la giovane fotografia racconta la cittadinanza, a cura di Daniela De Luigi (2012).

Punto di riferimento dell’esposizione sono le riflessioni teoriche di Giorgio Agamben sulla natura ambigua e duplice delle immagini contenute in particolare nel saggio Ninfe del 2007, nonché quelle teorie cardine della riflessione estetica contemporanea – da Aby Warburg a Georges Didi-Huberman – che s’imperniano sulla formazione delle figurazioni e il loro svanimento, fra ripetizione ed entropia.

“La storia dell’umanità è sempre storia di fantasmi e di immagini, perché è nell’immaginazione che ha luogo la frattura tra l’individuale e l’impersonale, il molteplice e l’unico, il sensibile e l’intellegibile […]. Le immagini sono il resto, la traccia di quanto gli uomini che ci hanno preceduto hanno sperato e desiderato, temuto e rimosso.”.
(G. Agamben, Ninfe, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, pp.56-57.)

Lo stralcio qui riportato, ripreso dal testo sopracitato del filosofo italiano, evidenzia l’importanza assoluta delle raffigurazioni nella storia dell’uomo in quanto esse sono intese come il luogo in cui si addensa il ricordo degli eventi. Nozione, questa, che si collega ad Aby Warburg e al suo scritto Mnemosyne, secondo il quale le immagini sono i principali veicoli della tradizione culturale e della memoria sociale. Per lo studioso austriaco, infatti, esisterebbero delle figure archetipiche – caratterizzate da forme che si sedimentano e si ripresentano nel corso del tempo – cariche di un’energia che sopravvive sia all’artista che le realizza sia allo spettatore che le osserva. Figurazioni che appaiono, scompaiono per riapparire a distanza di secoli: un ciclo eterno che si rigenera dando vita a forme e contenuti sempre nuovi.

Muovendo da queste tesi e dal suo quasi ossessivo interesse verso l’entropia, Francesco

focalizza la sua attenzione sulla formazione dell’immagine e sul suo svanimento. All’interno delle due sale, infatti, sono allestiti una serie d’interventi site-specific, tra cui lavori inediti, realizzati attraverso varie tecniche: dalla fotografia al disegno, al video. Tutte opere che affrontano il medesimo tema attraverso differenti strategie come la dissoluzione, la percezione ottica, la vanità delle immagini, la memoria del visivo, la ripetizione delle forme… Interventi ideati per evocare:

“il lato nascosto del mondo visibile – il territorio della dissomiglianza.”
(G. Didi-Huberman, La Conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagni, Bollati Biringhieri, Torino, 2011, p.19)

La questione dell’apparizione e della conseguente erosione delle immagini è affrontata da Ciavaglioli attraverso differenti medium espressivi in tutta la sua produzione configurandosi come una traccia evanescente, fantasma, sfuggente all’occhio del suo osservatore. Fine ultimo della sua poetica è rallentare lo sguardo dell’astante, catturato dal flusso delle figurazioni che affollano il mondo contemporaneo, affermando l’atto del vedere come una scelta consapevole e mirata.

Esemplare è l’installazione che apre il percorso espositivo Hortus (2013, stampa digitale e fotocopie A4) composta da una serie di fotocopie raffiguranti la stessa immagine secondo una pratica singolare. L’artista è partito da una fotografia originale per fotocopiarla prima a colori e successivamente in b/n, ripetendo questo processo all’infinito fino all’annientamento di ciò che vi è raffigurato. Così operando il motivo floreale scelto diventa una sorta di archetipo contemporaneo, dove la riproduzione del medesimo tema produce la scomparsa della stessa matrice. Un’evaporazione documentata attraverso sottili e quasi impercettibili scarti tra un’immagine e l’altra per condurre l’invitato, passo dopo passo, verso la scomparsa del soggetto. Nonostante ciò, visto nell’insieme, l’intervento assume i connotati di un enorme paesaggio apposto sulla candida parete. Ne deriva un doppio movimento del pubblico durante la lettura del lavoro: di avvicinamento per cogliere il contenuto nella sua totale interezza e dissolvenza; di allontanamento per carpire l’immagine nella totalità delle sue variazioni. Uno spostamento che mette in evidenza la vera essenza di Hortus come vanitas odierna, come monumento all’effimero e alla caducità.

Alle nostre spalle, sulla parete opposta, scorgiamo Trasfert (2013, stampa digitale e solventi) ovvero un ciclo di quattordici composizioni ottenute dal trasferimento di stampe digitali al laser su supporto cartaceo attraverso l’utilizzo di particolari solventi. Gli interventi di manipolazione eseguiti da Francesco sul retro delle singole fotografie, conferiscono un’essenza pittorica alla nuova immagine ottenuta tramite tale tecnica. Si giunge così alla rarefazione del soggetto originario e all’impossibilità di riconoscerlo appieno, soprattutto nei minimi dettagli, invitando lo spettatore a uno sforzo cognitivo e interpretativo. Apparizioni effimere, fantasmi o figure evanescenti emergono dalle singole opere della serie:

“sentiamo che ci riguardano da lontano, che ci toccano, ma […] non conosciamo né conosceremo mai tutti i dettagli.”
(G. Didi-Huberman, La Conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagni,Bollati Biringhieri, Torino, 2011, p.27).

Poco distante, sempre nella stessa stanza, sono esposte, una accanto all’altra, due fotografie intitolate Bagnanti (2011, stampe digitali): scatti realizzati nel 2011 presso il Lago Trasimeno, vicino Perugia. In questo lavoro l’abruzzese ha impiegato una strategia diversa ovvero ha provocato la dissoluzione dell’immagine attraverso la semplice sovraesposizione della macchina fotografica, cosicché le figure impresse risultino evanescenti già nella matrice, riducendo al minimo l’intervento in fase di post-produzione. Il risultato è la lettura di uno scenario estivo appena delineato, dove impercettibili bagnanti s’intravedono all’orizzonte, come fossero visioni oniriche, rappresentazioni caricate di una temporalità indefinibile.

Nel secondo ambiente, invece, è proposto il video Pretty Little Town (2013, video loop 3’) girato all’interno di un teatro meccanico realizzato negli anni Sessanta – il Teatrino di Norimberga – presente nello storico parco divertimenti della Città della Domenica di Perugia. Nel teatrino automatizzato è riprodotto in scala ridotta un paese popolato di peluche che con il tempo, a causa del ripetuto movimento dei pupazzi, sta perdendo la sua originaria funzionalità. Scopo ultimo del corto è suggerisce all’osservatore l’accostamento tra il villaggio di peluche, comunità apparentemente felice, e la società contemporanea nella quale molti individui, spesso inconsapevolmente, eseguono in modo macchinoso una serie di azioni, consumandosi alla stregua dei pupazzi. Ritornano anche qui i concetti di entropia e di consunzione accentuati dall’utilizzo di campi ravvicinati della macchina da presa e dal montaggio che, scandito da un ritmo lento e ossessivo, evidenzia la continua reiterazione dei gesti effettuati dai personaggi inumani ripresi. Inoltre, la visione di Pretty Little Town è limitata dallo schermo di piccole dimensioni su cui è proiettata. In questo modo il pubblico è invitato a entrare letteralmente nella scena riprodotta per imporgli un punto di vista claustrofobico e voyeuristico al contempo.

Per apprendere al meglio l’opera invito alla visione del video visibile al seguente link: http://vimeo.com/74459127; parallelamente, abbiamo intervistato Ciavaglioli per entrare più a fondo nella sua ricerca

Francesco, nella mostra Strategie Fantasma ha impiegato differenti tecniche o ‘strategie’ per arrivare a proporre opere i cui soggetti risultano evanescenti come fantasmi o visioni oniriche di mondi altri. Temi, come l’ambiguità o la duplicità dell’immagine, ripresi dalla lettura di grandi estetici contemporanei come Agamben…: da cosa deriva questa tua propensione verso la filosofia e in particolare al filone estetico?

“Sicuramente deriva dalla mia formazione accademica, nel diploma di specializzazione la mia tesi era in Estetica e trattava gran parte degli argomenti che ancora nutrono il mio lavoro. Credo che riferirsi a un pensiero nella propria produzione artistica non voglia dire semplicemente “motivare“ il proprio lavoro, credo che sia piuttosto un atto di responsabilità che fornisce al pubblico gli strumenti per la comprensione e la critica del lavoro contestualizzandolo, nei suoi limiti, nell’orizzonte della cultura contemporanea. In questo senso la dissoluzione delle immagini non vuole essere soltanto una cifra stilistica, ma uno strumento attraverso il quale s’indagano le immagini, la loro resistenza e la loro persistenza nell’immaginario individuale e collettivo. Testare le immagini in differenti medium costituisce una ricerca incrociata il cui metodo è esso stesso parte dell’opera e il cui risultato non è prevedibile al 100%, per questo ho scelto il termine Strategia per indicare le varie tipologie di lavoro. In ognuna di esse si attua un programma volto non tanto alla definizione di un’immagine, ma al recupero del suo potere interrogativo.”

Nelle opere proposte ho notato una certa vicinanza con lavori di celebri artisti del passato come le sperimentazioni fotografiche di Man Ray, le immagini del francese Eugène Atget o quelle dei Surrealisti, fino ad arrivare ad autori contemporanei come il giapponese Hiroshi Sugimoto. Senti di avere qualche legame con loro? Oppure hai altri artisti di riferimento?

“Ho conosciuto Atget tramite un saggio di Georges Didi-Huberman Ninfa moderna, sul panneggio caduto:  sicuramente lui e gli altri fotografi contenuti nel volume, come Moholy-NagyLotar e i tanti anonimi reporter parigini dei primi del novecento hanno esercitato in me una certa influenza. Con la loro attenzione ai dettagli apparentemente marginali hanno letteralmente espresso la vita organica di una città mostrandone le viscere più intime. Un cumulo di stracci o un rivolo di liquami sotto un marciapiede è una cosa che ci riguarda più di quanto crediamo. Per quanto riguarda il surrealismo non sono molto affascinato dalla vena prettamente onirica relativa a un proprio presunto passato psichico, sono invece attratto da certo Max Ernst, penso ad esempio a La Femme a cent téte, ovvero a quelle operazioni che deflagrano in un immaginario che riguarda tutti. Non conoscevo Sugimoto in particolare, ma apprezzo molto la cultura visiva giapponese, il mondo fluttuante esprime una sospensione costantemente ricercata nei miei lavori. Potrei aggiungere altri artisti conosciuti direttamente o indirettamente, ma potrei anche fare riferimento a esperienze extra artistiche come il Mnemosyne di Warburg o l’opera di Henry Darger la cui follia ha involontariamente prodotto dei sistemi di rappresentazione incredibilmente interessanti in cui la riproduzione e la ripetizione delle forme erano la base per dei veri e propri formulari narrativi.”

Nei tuoi lavori l’attenzione verso il dettaglio, verso il soggetto come protagonista dell’opera scompare per lasciar posto all’annullamento dell’immagine originaria e del tempo cui esse si rifanno. In tali opere scorgo l’intenzione, da parte tua, di allontanare lo spettatore dal dato reale, dal mondo attuale per immetterlo in una visione onirica…, giusto? Se sì perché?

“Il primo sforzo che compie un’immagine è quello di sovvertire i tempi e cercare immediatamente dei riferimenti nella memoria storica o personale, il mio lavoro tenta di sfruttare questo canale temporale liberando le immagini degli elementi di attualità e spesso anche della materialità del lavoro per produrre una visione il più possibile slegata da qualsiasi riferimento tecnico mediale o contingenziale. Un’idea alla quale sono molto legato è quella espressa dalla parola di origine greco bizantina Acheropita, che significa non dipinto da mano umana e si riferisce in particolare alle icone e alle immagini di origine miracolosa come la Sacra Sindone o altre reliquie. All’interno del mio lavoro questa idea nutre un aspetto importante che riguarda la natura materiale dei lavori, sia quelli realizzati con espedienti manuali che automatici o meccanici. Puntando ad un immaginario mnemonico o come suggerisci tu onirico, in ogni caso come un fatto mentale o spirituale, non posso che cercare immagini che risultino come apparse o emerse. Fantasmi.”

Mentre in Bagnati, Transfert, Hortus l’allontanamento dalla realtà (per dar luogo a visioni altre da essa) comporta un avvicinamento all’opera stessa (per coglierne i dettagli) e un conseguente passaggio verso un altro mondo (almeno mentalmente); nel video Pretty Little Town l’allontanamento dalla realtà per immettersi nel mondo dei peluche e il conseguente avvicinamento letterale a esso produce una repulsione verso il mondo proposto ma anche una riflessione profonda su ciò che distrugge la società contemporanea ovvero la reiterazione delle stesse azioni, gesti, movimenti… Se nelle opere bidimensionali nasce un’apertura verso mondi possibili ma irrealizzabili, nel filmato si scorge una vena polemica, una condanna nei confronti della realtà sociale attuale… Da cosa nasce questo scostamento? Sono ricerche differenti oppure l’una è il conseguente sviluppo dell’altra?

“Il video non si scosta dagli altri lavori, semplicemente contestualizza la dissoluzione e la vita delle immagini, in altri termini. In Pretty little town viene proposto di fatto un documento video riguardante un teatrino meccanico risalente ai primi anni sessanta, l’intenzione principale è quella di mostrare la dimensione tragica di un sistema meccanico che si autodistrugge proprio a causa del suo stesso funzionamento, in un processo lento ma inesorabile di autoconsunzione. Il teatrino agli occhi dei nostri padri doveva apparire come un qualcosa di divertente e di stupefacente, ma dopo 50 anni di repliche la rappresentazione si è rovesciata in qualcosa di stantio: i pupazzi sono letteralmente consumati e soprattutto i loro gesti sono diventati sinistri, ambigui e in alcuni casi incomprensibili. Più che una polemica diretta, il lavoro punta all’evocazione del fantasma della trasformazione di una società, ma è chiaro che se lo osserviamo in termini storici non possiamo fare a meno di osservare come un’attrazione costruita in pieno boom economico e che forse di quella società attiva e laboriosa ne rappresentava uno specchio, sia arrivata negli anni delle crisi internazionali con una disgregazione alla quale forse, era già destinata in tempi non sospetti.”

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 4 ottobre 2013.

galleria cinica # 5. “OPERARI_lavoro di forme”. Intervista a Melissa Giacchi, di Maila Buglioni

Pittura, suoni, disegni, video ed installazioni architettoniche. Pratiche artistiche diverse che finora hanno allestito gli spazi di GALLERIA CINICA, progetto ideato da Maurizio Coccia e Mara Predicatori per Palazzo Lucarini Contemporary – ex Flash Art Museum di Trevi (PG).
L’intensa programmazione, arrivata al quarto appuntamento, propone per l’estate OPERARI Lavoro di Forme, un interessante progetto di Melissa Giacchi in collaborazione con l’Associazione Culturale Dancity, a cura di Carla Capodimonti.

OPERARI scaturisce dalla collaborazione di sinergie differenti ma affini per intenti: un architetto, un’associazione culturale locale nata dal desiderio di esplorare il panorama artistico e musicale in continuo movimento/mutamento della provincia perugina, e una danzatrice. Tre realtà che hanno dato vita ad un’opera innovativa e coinvolgente, lontana dai soliti cliché espositivi. Obiettivo ultimo è coinvolgere totalmente lo spettatore grazie al connubio di molteplici pratiche: da quella visivo-architettonica a quella musicale, dal video al movimento corporeo restituito a passi di danza contemporanea.

Un’indagine che prende le mosse dallo stesso titolo della mostra: un termine che attinge dal latino ŏpĕro ovvero lavoro, per svilupparsi attraverso una struttura composta da forme di matrice geometrica, ognuna delle quali, appunto, opera e/o agisce con la sua adiacente per dar vita ad un linguaggio volumetrico che si concretizza nella terza dimensione.

Il lavoro, già esposto nel 2012 all’interno del Dancity Festival di Foligno, è stato riadattato agli spazi di Palazzo Lucarini. Infatti, per Galleria Cinica l’analisi strutturale originaria è stata ampliata grazie ad una riflessione sui concetti di micro e macro architettura affrontati in riferimento sia all’ambiente sia al rapporto con l’astante.

Melissa Giacchi – classe ’84, architetto d’interni, designer e curatrice di allestimenti e scenografie, nonché parte attiva del collettivo Dancity – ha trasformato le due sale dello spazio espositivo attraverso un intervento multidisciplinare. Oltrepassato un velo scuro, si accede nella prima stanza, dove la performer Lucia Guarino interagisce con il complesso organismo nero che, come una seconda pelle, si aggrappa alle pareti circostanti, come documentato nel video della performance: http://youtu.be/IHlV2ZU6hP8.

Riferimento della conformazione di OPERARI, e dei suoi singoli solidi volumetrici, sono le strutture degli organismi multicellulari, nelle quali le varie cellule differenziate assumono fattezze molto diverse, che rispondono a funzioni altamente specializzate. Nel secondo ambiente un micro – OPERARI fa da contraltare al video di Paolo Pinaglia, imperniato sul tema della percezione, dove è posta in primo piano la vita della materia attraverso una serie d’immagini macroscopiche che mostrano la composizione modulare di essa, come un tessuto cellulare vivo ed in continuo movimento (http://youtu.be/VkIcZ3ttklI).

Il tutto accompagnato dal suggestivo sottofondo musicale elaborato dal duo Schroders e diffuso in entrambi gli ambienti. Un’esposizione studiata nei minimi dettagli in cui immagini, suoni, forme e movimenti risultano in perfetta armonia. Ne deriva un itinerario verso i labili confini che dividono l’arte visiva dall’architettura. Fine ultimo dell’intervento è proporre una riflessione sul come il pubblico odierno percepisce l’arte contemporanea ovvero su quelle consuete domande che l’utente si pone, ri-proponendo un dibattito ancora oggi attuale.

Di seguito, abbiamo intervistato l’architetto d’interni, designer e curatrice di allestimenti e scenografie, nonché parte attiva del collettivo Dancity, Melissa Giacchi.

OPERARI. Lavoro di Forme è un progetto basato su una struttura geometrica dove ogni singola parte collabora e/o lavora con l’altra attraverso un linguaggio volumetrico da cui si origina un’installazione ambientale. Come nasce l’idea di questo progetto?

“Il progetto OPERARI è nato lo scorso anno in occasione della mostra RETROACTIVE dell’artista e graphic-designer Trevor Jackson per il Dancity Festival, festival di musica elettronica e arti digitali. Il tema del festival 2012 era “Labour of love”, l’amore e la passione per il proprio lavoro. Dal concept prende forma una personale riflessione circa le strutture reticolari ad impianto geometrico, sistemi che necessitano di collaborazione tra ogni singolo elemento che le compone e al loro forte rimando all’aggregazione degli organismi multicellulari. Due concetti che accomunano il lavoro e la matrice geometrica propria di molti dei miei progetti personali.”

L’installazione site-specific, consistente in una successione di poliedri formati dall’assemblaggio manuale di poligoni di cartone precedentemente tagliati al laser, oggi ospitata presso Palazzo Lucarini Contemporary, è stata già presentata nel 2012 a Foligno per il Dancity Festival, festival di musica elettronica ed arti digitali. Spazi diversi e ambienti differenti che hanno sicuramente comportato un riadattamento dell’opera alle due stanze della GALLERIA CINICA. In che modo hai proceduto?

“La diversità dei due palazzi si contrappone alle loro somiglianze, date dalla forte connotazione storico-architettonica degli spazi altamente caratterizzante. In entrambi i casi l’installazione OPERARI si pone come un tessuto volumetrico che non vuole mascherare il contenitore ma aggrapparsi allo stesso come una seconda pelle.
In dettaglio, presso Galleria Cinica ho notato una forte linearità delle sale date, interrotta solo in un punto da una sporgenza di un pilastro portante posto lungo i muri perimetrali: proprio in quell’angolo s’innesca il movimento volumetrico che dal pavimento corre in altezza lungo lo spigolo per dispiegarsi poi nel soffitto.”

La riflessione sui concetti di macro e micro architettura, su cui rifletti in questa mostra, è una delle indagini-cardine intorno a cui s’impernia la ricerca di architetti che operano ponendo attenzione sia all’ambiente/luogo/paesaggio in cui il loro progettare s’inserisce, sia all’uomo in quanto individuo che usufruirà di tale struttura. Con l’organismo-OPERARIhai immesso un tuo lavoro all’interno di un contesto inusuale ovvero uno spazio museale e storico. Cosa significa per te estrapolare una struttura architettonica e riadattarla a tale contesto? E perché hai accettato questa sfida?

“Io mi occupo d’interni per cui ogni intervento che faccio è una sfida che accetto con me stessa per rispondere al meglio alle esigenze dell’uomo che ne usufruirà. In particolare, OPERARI fa parte di un progetto personale che ho avviato da un anno dal nome “ABITO”, che ha a che fare con l’architettura e che rimanda sia all’attenzione e la cura che il sarto dedica nel cucire su misura un abito per il proprio cliente, sia al tempo presente del verbo ABITARE, che riveste un ruolo importante nel mio lavoro, visto che noi abitiamo gli spazi. OPERARI nasce come un abito, essendo un’installazione site-specific progettata ed installata completamente in loco ed è quindi l’abito che io ho studiato per Galleria Cinica.”

L’opera presentata, in piccolo e in grande formato, genera una seconda pelle ovvero vuole essere una sorta di tessuto architettonico che si aggrappa alle pareti della Galleria Cinica per trasformarla, immettendo l’osservatore in un’architettura di solidi. Che ruolo ha lo spettatore all’interno della tua opera? Diventa il fulcro dell’opera oppure è solo un astante passivo che deve sottostare allo spazio da te modificato?

“Il concetto dello spettatore mi sta molto a cuore, perché io stessa una volta terminato un progetto, qualsiasi esso sia, sono spettatore. Colui che guarda è parte dello spazio e diventa il punto di riferimento e l’unità di misura per Operari in formato macro e micro, che ritroviamo appunto nelle due sale. Detto ciò il suo ruolo non può che essere attivo e partecipativo.”

Oltrepassata la performer e la macro struttura, si entra nella seconda stanza, dove un micro-OPERARI si contrappone a un video proiettato sulla parete di fronte. Che cosa vuole rappresentare il filmato? E perché opporre un micro-organismo a una proiezione video ovvero che relazione esiste tra loro?

“I due elementi sono strettamente connessi: un plastico sospeso di OPERARI, quindi una riproposizione in scala dell’allestimento presente nella prima stanza e la proiezione in scala di una serie di campionature di tessuti materiali, pelle umana e cellulosa fatta con un microscopio a telecamera digitale. Un video realizzato da Paolo Pinaglia che rende macro e quindi ben visibili strutture invisibili, quindi micro. Torna l’antitesi e si conferma la struttura a base geometrica di molti dei materiali con cui ogni giorno entriamo in contatto.”

In occasione del vernissage hai voluto che la danzatrice professionista Lucia Guarino eseguisse una performance, in modo da creare un dialogo attivo tra la performer, l’opera ed il pubblico. Un esperimento riuscito che ha coinvolto maggiormente lo spettatore rendendolo partecipe dell’installazione grazie ai movimenti eseguiti dalla danzatrice mascherata, semplice rappresentazione dell’osservatore. S’innesca così una riflessione sulcome oggi il pubblico percepisce l’arte contemporanea e sulle difficoltà di poterla comprendere appieno da chi non è addetto ai lavori…

“Io credo che l’arte contemporanea viva delle difficoltà legate alla comprensione di alcune opere. Io vivo personalmente tale difficoltà ed ho voluto denunciare tale limite portando in sala lo spettatore ideale, quello che ogni artista vorrebbe di fronte alla propria opera, che comprende appieno il progetto tanto da entrarne a far parte e assumerne le sembianze. Lucia Guarino con la sua performance ha esaudito il mio desiderio: quello di vedere uno spettatore perfettamente catturato dall’opera nella sua interezza, compreso l’aspetto audio che non sarebbe stato possibile senza l’aiuto del duo Schroeders, di Niccolò Tramontana e Stefano Galli, anche loro della famiglia Dancity.

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 4 agosto 2013.

galleria cinica 4#. cloro cloro cloro & lelimane, about ‘creolo’, di Maila Buglioni

Il terzo appuntamento di Galleria Cinica, progetto inserito all’interno della programmazione di Palazzo Lucarini Contemporary, è dedicato alle innovazioni tecnologiche digitali, sempre più impiegate nell’arte contemporanea.

Protagonisti dell’intervento denominato Creolo, a cura di Carla Capodimonti, sono CLORO CLORO CLORO & LELIMANE. Un giovane collettivo marchigiano che ha realizzato un’opera di video mapping – una tecnica che consente di proiettare immagini digitali su superfici reali – il cui contenuto è strettamente connesso con il loro background culturale. Il lavoro, infatti, è ideato partendo dalla rielaborazione digitale di icone provenienti dalla realtà urbana regionale, fortemente iconicizzate e tipiche del folklore locale come i cartelloni dei manifesti pubblicitari. Come afferma la curatrice, gli artisti sono partiti  ”dalla rappresentazione cartellonistica kitsch di serate danzanti al ritmo del liscio’, per poi sviluppare ‘linguaggi prettamente contemporanei con l’utilizzo della tecnica del video mapping che rende possibile una sorta di animazione reale su un’apparente piattezza formale”.

Generalmente tale pratica espressiva è utilizzata in spazi aperti e molto grandi delle città e legata all’ambiente musicale, in particolare all’elettronica. Tuttavia, per l’occasione è stato elaborato un intervento site-specific, studiato per essere immesso in uno spazio chiuso e istituzionale come quello di un museo, ovviando ad eventuali criticità ed inserendosi perfettamente nel contesto che rispecchia quello originario ovvero l’ambiente provinciale.

Il titolo Creolo significa “derivato” o “nuova costruzione”. Il creolo è il meticcio, che proviene da diversi incroci etnici. Ci spiega Carla che: ‘L’installazione ha un forte aspetto antropologico ed in questo senso è inevitabilmente un ibrido perché contiene in se una forte connotazione provinciale a causa dell’utilizzo di manifesti pubblicitari di ballo liscio, fortemente locali, ma nello stesso tempo è caratterizzata da una forte riproposizione e ri-contestualizzazione in chiave contemporanea che dà al lavoro un aspetto più ampio e metropolitano. Un concetto ambivalente che si riferisce anche all’aspetto tecnico: il video mapping, diversamente dal solito, è stato riadattato ai tempi del museo, procedendo in loop.’

L’esito finale è la creazione di una singolare opera in cui arte e tecnologia si sposano alla perfezione e dove è possibile cogliere l’affinità esistente tra CLORO CLORO CLORO & LELIMANE. Un’intesa nata grazie ad un incontro fortuito: si sono conosciuti nel 2008 ad Urbino divenendo coinquilini della stessa casa. Tuttavia, fin dal primo momento hanno compreso che c’era qualcosa che andava oltre la condivisione degli stessi spazi abitativi. Riporto le loro parole:

“Credo che il primo caffè che abbiamo preso insieme è stato il punto di partenza della collaborazione al tempo ancora ufficiosa, poi quella ufficiale è arrivata cinque anni dopo con CREOLO, che è un po’ il punto di arrivo delle nostre visioni e delle nostre esperienze fatte assieme. Ogni Gesto fatto assieme ogni parola, colore, visione etc… erano una buona scusa per fare arte!’

Scopo ultimo del loro lavoro è generare immagini decontestualizzate, lontane dall’ambito da cui sono state prelevate, al fine di attuare un disorientamento creativo e un successivo ri-orientamento. In questo modo si vuole favorire una riflessione sulla posizione dell’autore ovvero sul suo essere al contempo interno ed esterno rispetto alla comunità e alla realtà in cui vive. Da qui l’intendo di coinvolgere e condurre il pubblico verso una visione altra della realtà, lontana da ciò che ognuno di noi quotidianamente vive, rimanendo contemporaneamente ben ancorati a quest’ultima. Ne deriva un’interpretazione divertente ed ironica molto vicina allo spettatore, il quale immediatamente percepisce l’installazione come concreta e tangibile, ricordandoci di ‘non prendersi troppo sul serio’ – come afferma la stessa Carla Capodimonti.

L’utilizzo del video mapping in uno spazio museale e provinciale, come quello di Palazzo Lucarini a Trevi, ha registrato un’eterogenea e insolita risposta negli utenti, che incuriositi, accedevano nelle sale in cui era contenuta l’opera. Come afferma Carla ‘La gente entrava nella stanza e rimaneva sbalordita, sorpresa. Poi una volta usciti, l’espressione nei volti cambiava: era come se tutti trattenevano l’entusiasmo o ciò che l’installazione aveva loro suscitato perché, ritrovandosi di nuovo catapultati nella realtà “istituzionale” del museo, era come se il resto delle stanze richiedesse loro un diverso tipo di atteggiamento.’ Era come se ‘quella tenda nera’, posta all’apertura del vano, ‘dividesse due mondi’. Inoltre, occorre sottolineare il netto contrasto tra le reazioni degli adulti, sopra descritte, e quelle dei giovani spettatori, quest’ultimi maggiormente vicini a tale tipo di linguaggio.

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 23 giugno 2013.