Galleria Cinica#14. Văcŭus di How To Cure Our Soul. Intervista agli artisti, di Maila Buglioni

Sonorità inconsuete e immagini vaghe, incerte e immateriali, accolgono e avvolgono lo spettatore che entra nelle sale di Galleria Cinica, presso Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG), dove si snoda l‘esposizione Văcŭus del collettivo How To Cure Our Soul, a cura di Carla Capodimonti. Continua a leggere

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Galleria Cinica #13. Magnus Frederik Clausen The Tomato Syndrome. Intervista all’artista e al collettivo ARTNOISE, di Maila Buglioni su Art a part of (cult)ure

L’inizio della stagione invernale coincide, a Trevi, con l’apertura di una nuova mostra, inaugurata presso gli spazi di Galleria Cinica (progetto riservato a giovani curatori e artisti della panorama creativo italiano ed internazionale) ubicata all’interno di Palazzo Lucarini, centro per l’arte contemporanea locale. In tale evento il collettivo romano ARTNOISE ha presentato The Tomato Syndrome, prima personale italiana dell’artista danese Magnus Frederik Clausen, classe 1981. Continua a leggere

Galleria Cinica #12. Jose Iglesias Gª-Arenal, Facebook’s Pavilion. Intervista all’artista, di Maila Buglioni

A Trevi, dopo il tempo della spremitura delle olive, è il momento di nuove aperture artistiche. A Palazzo Lucarini primeggiano svariati eventi: da Fabbrica Lucarini_Palazzo Lucarini si racconta_Storie. Memorie. Identità a cura di Maurizio Coccia – esposizione multidisciplinare ideata con lo scopo di precisare il ruolo dell’edificio che ospita l’omonimo Centro per l’Arte Contemporanea e contenete opere di svariato genere di Diego Barletti, Andrea Casciu, Andrea D’Ascanio, Fabrizio Segaricci – passando per #chiaveUMBRA – progetto incentrato su spazi eccezionalmente aperti per ospitare la ricerca artistica contemporanea umbra come la Cappella di Privata della medesima sede in cui è accolta l’opera di Fabrizio Segaricci (a cura di Mara Predicatori e Maurizio Coccia) – fino a Facebook’s Pavilion dello spagnolo Jose Iglesias Gª-Arenal, mostra proposta nelle sale di Galleria Cinica e curata da Carla Capodimonti. Continua a leggere

Palazzo Lucarini – Galleria Cinica #11 Federica Di Carlo e la Riflessione Diffusa. Intervista all’artista, di Maila Buglioni

Trevi, Palazzo Lucarini Contemporary, Riflessione Diffusa di Federica Di Carlo, mostra a cura di Carla Capodimonti. Varcata la soglia dello spazio dedicato al progetto Galleria Cinica vengo immediatamente investita da una luce abbagliante proveniente da una finestra da cui l’astro … Continua a leggere

Palazzo Lucarini – Galleria Cinica #10 The worst way in the worst place. Il modo peggiore sul terreno peggiore. Intervista all’artista (Come) Achille, di Maila Buglioni

«il senso [dell’opera] è il prodotto di un’interazione fra l’artista e l’osservatore, e non un fatto autoritario»
(Nicolas Bourriad, Estetica Relazionale, Postmedia Books, 2010, p.78).

Nel mondo contemporaneo, caratterizzato dalla comunicazione di massa e dalla progressiva omologazione della tipologia dei rapporti interpersonali ed economici, l’opera relazionale svolge la funzione di interstizio, uno spazio in cui si creano alternative di vita possibili. Esemplare è il progetto Be my Peggy/Piggy che, a seconda della scelta dell’ultima parola della locuzione, esplicita la differente posizione del fruitore nei confronti di quella data opera/installazione/luogo artistico/etc.. Se in Il critico come artista Oscar Wilde affermava che l’arte e la critica hanno un valore eversivo e sono in contrapposizione alla società, (Come) Achille dichiara che il pubblico, inteso come gruppo eterogeneo di individui che la compongono, può coscientemente prendere il ruolo di “critico” sostituendosi ad esso ed esprimendo giudizi in merito all’oggetto artistico che osserva. Continua a leggere

Aurélien Mauplot. Intervista all’artista, di Maila Buglioni

(Traduzione di Carla Capodimonti)   Sottili segni grafici tracciati su bianche pareti, pagine di testi filosofici e scientifici appese e rigorosamente annerite per evidenziare parole anticamente trascritte. Piccole sale in cui regna il silenzio ed in cui il tempo sembra … Continua a leggere

Mutter di Lara Pacilio

Lara Pacilio è un’artista che utilizza diversi medium portando temi impegnativi ad esprimersi con una sostanza che sottende la profondità di un approccio introspettivo. La follia è uno di questi; è un tema, poi, da sempre collegato con la creatività, e che attraverso il lavoro di Lara viene inserito in un discorso accostato al sociale. La riflessione si origina da un pensiero sui manicomi, e si sviluppa anche sulla constatazione che persone sane venivano internate per motivi molteplici indipendenti dal loro stato mentale; fondamentale la lettura di Pacilio del libro Scene da un manicomio di Adriano Pallotta, che analizza il contesto manicomiale, l’artista dichiara: «La mia ricerca è iniziata con la visita al manicomio di Volterra. Un’energia molto forte pervade questi luoghi. Arrivando ho sentito un ronzio molto forte: sopra l’edificio c’era un enorme alveare, quel suono amplificava la mia percezione del posto». Nasce un sentire per cui Pacilio parla della follia non come esplosione eclatante di un disagio mentale, ma come espressione di micro follie quotidiane che ci accompagnano nella nostra vita, fanno parte di noi. «Quella pazzia latente, invisibile, è nascosta in ognuno, è uno squilibrio psichico appartenente al mondo contemporaneo. La ritualità della vita ci assorbe quasi completamente nella perdita di identità, di individualità dell’essere, ci spinge verso l’apparire e l’avere. Spesso la donna più dell’uomo è costretta in canoni estetici artificiali ed artificiosi. Non c’è la forza di andare contro il sistema e questo crea delle mancanze che sfociano in frustrazioni e micro follie che possono tramutarsi in follie vere e proprie, ma la mia ricerca si basa sul micro cosmo interno che in realtà è la nostra più grande risorsa».

Nella personale Pneuma alla galleria Cinica, Palazzo Lucarini Contemporary, a Trevi a cura di Maila Buglioni l’artista ha presentato il video Mütter, che vuol dire “madri” in tedesco, la riflessione di Lara parte da qui: «la madre è uno dei pilastri su cui si basa la nostra società, ed è proprio nelle famiglie che iniziano i nostri stati di malessere. Una madre frustrata chiederà al figlio di appagare o realizzare tutti i desideri in cui lei non è riuscita» Nell’opera, una donna nuda indossa una maschera mostruosa, si trova all’interno di un cerchio sospeso, un feto e delle protesi sanguigne esterni sono collegati a lei, da qui parte un percorso che conduce alla ciclicità della nascita, della vita e della morte: «il tempo scorre senza che in noi ci sia coscienza della ciclicità. Niente ci appartiene tanto meno la nostra vita, essa appartiene alla natura. Partendo dal presupposto che l’esistenza abbia una ciclicità: nascita, vita, morte, penso che l’uomo si sia creato una ciclicità dentro la ciclicità, nella vita stessa: un ripetersi di eventi e condizioni che non riescono a farci progredire e che ci tengono ingabbiati. Ovviamente tutto può cambiare, dipende dalla prospettiva che si adopera». Il feto e le protesi sanguigne sono indice di una sofferenza al femminile anche legata allo stato di subalternità della donna rispetto all’uomo. La maschera è stata realizzata appositamente: «le mie maschere sono studiate su persone reali, in loro ho visto delle forme di “follie” su cui ho voluto soffermarmi. Esse sono sintetizzate ed a volte esasperate come nel caso di Mütter. Qui la performer non è altro che il supporto sul quale si posa la maschera, chiunque si può proiettare all’interno di essa. La performer è nuda perché la nudità è per me simbolo di purezza, in fondo le follie sono pensieri o atteggiamenti che non sappiamo gestire, sono la parte più intima, li considero puri», come spiega l’artista. L’incontro con la Madonna è un riferimento all’ideale di donna perfetta che ci accompagna da millenni, “ma noi donne non siamo perfette mogli o madri e dovremmo ammetterlo senza senso di colpa”, aggiunge Lara. Come non ricordare la citazione del film Nostaghia di Andrei Tarkovskij nella scena della Madonna del parto. Mentre la suggestiva uscita degli uccelli dal ventre dell’Icona rappresenta i figli mai nati. Sottolineato da Maila Buglioni: “«’affronto con l’idolo evidenzia l’umana piccolezza dell’individuo e la sua natura mortale». Alla fine quel cerchio che richiama la ciclicità ci conduce alla morte inevitabile, simboleggiata dalle protesi da cui, sul finale, esce sangue. Pacilio definisce il luogo delle riprese “un enorme feto malato che ha contenuto la mia storia, un posto in cui la “mia maschera” e la “mia follia” potessero sentirsi a casa. Il degrado è lo stato delle cose.” Le musiche sono state create appositamente per il video dal musicista e compositore Luca Nostro, la performer è Valentina D’Angelo, fotografia e riprese sono di Roberto Mariotti, la postproduzione è di Gianluca Spinuso.

Articolo di Claudia Quintieri per INSIDEART, 27/03/2014

http://www.insideart.eu/2014/03/27/mutter-di-lara-pacilio/

Galleria Cinica # Pneuma di Lara Pacilio. Intervista alla curatrice Maila Buglioni, di Barbara Martusciello

Palazzo Lucarini Contemporary – Centro per l’arte contemporanea di Trevi prosegue il ciclo titolato Galleria Cinica, un progetto di sei mostre per promuovere artisti e curatori giovani intorno ad un tema ampio e complesso: infatti, la denominazione dell’iniziativa gioca da una parte sul nome “Civica” inteso come galleria museale che è presente in molte città e talvolta riesce a farne eccellenza artistica e culturale; dall’altra si riferisce alla filosofia “Cinica” che auspicava vita raminga, autosufficiente, indifferenza ai bisogni e alle passioni per una fedeltà esclusiva al rigore morale. Una mission, questa, in qualche misura incarnata proprio da Galleria Cinica e una responsabilità non da poco per i protagonisti coinvolti. Chiediamo subito a uno di loro, Maila Buglioni, curatrice di Pneuma dell’artista Lara Pacilio se sente il peso di questa responsabilità…

Maila, abbracciate, tu e Lara Pacilio, questa tensione all’autarchia? Il “Cinismo” storico vi coinvolge, vi convince?

“Il Cinismo storico venne fondato nel lontano ellenismo (IV secolo a.C.), ovvero in un periodo storico pieno di sofferenze ed incertezze, per offrire alle persone la possibilità di raggiungere la felicità e la libertà durante quest’epoca di crisi. In un certo senso l’attuale decadenza che si registra a livello culturale, sociale, economico ed il disfacimento del sistema capitalistico sembra duplicare lo stato di stallo registrato nei lontani secoli dell’ellenismo. Uscire da tale recessione sembra ad oggi quasi impossibile poiché ad ogni piccolo passo in avanti si susseguono due passi indietro. Riflettendo su ciò, posso affermare che in parte ilCinismo storico dovrebbe essere recuperato, restaurato ed adeguato alle esigenze contemporanee perché è nato per contrastare le grandi illusioni dell’umanità – come la ricerca del potere, della fama e del piacere – invitando a ricercare, invece, una felicità che sia in accordo con la natura, spesso ignorata e danneggiata da noi stessi. Anche se non condivido la vita randagia e indifferente ai bisogni, alle passioni professate da tale scuola perché credo fermamente che ogni essere umano per vivere bene ha bisogno di soddisfare le proprie passioni, a meno che queste non rechino danno ad altri soggetti.
Per quanto riguarda il concetto di autarchia, insito all’interno di tale pensiero filosofico, personalmente non condivido l’idea di un governo di tale tipo poiché comporterebbe solo una chiusa mentale fino ad travalicare il senso stesso di autonomia di governo, rischiando così di portare ad un irrigidimento delle regole/leggi interne della nazione che l’abbraccia (il fascismo, fra i tanti, ne è un esempio).”

L’arte deve avere a che fare – sempre per citare le caratteristiche della filosofia Cinicia – con l’etica, secondo te?

“Secondo me l’arte, soprattutto quella contemporanea, ha a che fare con l’etica, nonostante queste due discipline possano apparire opposte. L’arte nasce sempre da un impulso, da una sensazione, da un evento sconcertante tradotto in un secondo tempo dall’artista, ovvero da una persona dotata di una altissima sensibilità, in opera d’arte. Affermava, infatti, De Chirico che l’artista è una sorta di veggente dotato della possibilità di “vedere oltre” i fatti, oltre la realtà delle cose. Lui come altri artisti furono dotati di tale peculiarità, come Paul Klee il quale, attraverso i suoi lavori, rendeva visibile l’invisibile, come da lui asserito nei suoi scritti. Quindi, un lavoro artistico, prendendo le mosse dall’esperienza diretta, è implicata con l’etica anche se l’artista può decidere di fare un’opera d’arte che non si allinei con i connotati imposti dalla società. L’etica – ovvero la morale, il perbenismo, il costume, etc.. – è strettamente connessa con l’arte poiché quest’ultima è parte del mondo in cui viviamo e quindi rispecchia, nel bene e nel male, la nostra società con tutti i suoi difetti e pregi. Inoltre, i mass media hanno contribuito sempre più a far emergere questa stretta relazione tra estetica-etica sviluppando un gusto etico-estetico di massa a cui l’arte attuale deve sottostare per essere recepita, a discapito della sperimentazione e delle ricerche off.”

E come si palesa il vostro rigore morale – non moralismo: alla Antistene, alla Diogene di Sinope, per intenderci –  attraverso questa mostra?

“La mostra PNEUMA, e anche tutta la ricerca di Lara, oltrepassando i limiti imposti dalla società sul tema della follia si palesa come anti-moralista. Il tema della pazzia è stato, infatti, un argomento molto dibattuto in passato per via delle cure e/o strazi a cui i malati erano sottoposti – come ad esempio l’elettroshock – fino alla chiusura dei manicomi, decretata nel 1978 con la legge Basaglia. Con PNEUMA abbiamo riprodotto un percorso che scuote l’osservatore facendo entrare nel vivo della questione già dall’entrata delle due stanze adibite a Galleria Cinica. Qui, rami secchi invitano il fruitore ad entrare e, insieme, lo avverto del crudo argomento sviluppato negli ambienti. Oltrepassando tale accesso lo spettatore è immesso in una realtà altra: quella dell’individuo indagato da Lara.”

Perché hai coinvolto proprio Lara tra le tante scelte che potevi fare? Cosa in particolare ti ha colpito della sua ricerca?

“Ho scelto di coinvolgere Lara perché il suo progetto mi ha fin da subito affascinato per via della sua natura eterogenea, caratterizzata da un inedito intreccio tra arte visiva, teatro e musica. Il suo progetto conferma quel viscerale rapporto tra arte e follia esistente fin dall’antichità, anche se Lara intende questo concetto in modo inedito ovvero come quella pazzia latente e nascosta in ognuno di noi ovvero come squilibrio psichico appartenente al mondo contemporaneo. Inoltre, mi ha colpito quel mettere in primo piano l’uomo esplorandone l’anima, i sentimenti e le emozioni provocate in particolari situazioni di disagio col fine di esternarle e riprodurle attraverso differenti media artistici: dai bozzetti preparatori alle installazioni meccaniche, dai video alla musica studiata ad hoc dal musicista Luca Nostro con cui Lara collabora da parecchio tempo. Insomma sintetizzava quel malessere presente oggi nella società, condizione in cui ogni fruitore può riconoscersi. Mi interessava anche vedere come avrebbe reagito il fruitore di fronte a questo tema e alle opere di Lara.”

Lara affronta solitamente tematiche sociali, talvolta scivolose e durissime – come la pedofilia – altre intime, segrete, come nel caso di Pneuma, che affonda le radici nell’interiorità talvolta “interrotta”… Vuoi analizzare questo suo lavoro?

“La mostra PNEUMA è il punto di arrivo di un affannosa ricerca nata circa un anno fa da un esperienza realmente vissuta, ovvero una visita all’ex manicomio di Volterra, a cui poi sono succedute altre visite presso l’ex manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma. Da qui Lara ha preso spunto per dar vita a un progetto basato sul concetto di follia intesa, come quella pazzia latente e nascosta in ognuno di noi, ovvero come squilibrio psichico appartenente al mondo contemporaneo. Il lavoro è strutturato in differenti fasi: dalla creazioni dei primi bozzetti su carta – in cui ha rappresentato le sembianze fisionomiche dei malati che l’hanno ispirata – alla concretizzazione prima con installazioni meccaniche e successivamente all’ideazione e creazione del video e della musica. Le installazioni meccaniche, essendo strutture dotate di movimento proprio, coinvolgono lo spettatore. Il loro statuto, a metà tra sculture e piccole scenografie mobili, è reso reale mediante la loro presentazione/riproduzione in immagini video. Nei corti location, performer, e musica giocano un ruolo fondamentale, contestualizzando l’opera e facendo emergere con maggior chiarezza i concetti in esse insiti. Importantissima è anche la componente musicale elaborata da Luca Nostro – chitarrista e compositore, prima chitarra elettrica del parco della Musica Contemporanea Ensemble – poiché rende vive l’opera stessa, alla pari dei personaggi su cui esse sono plasmate.
Le maschere sono le uniche protagoniste dei video, caratterizzati dall’interiorità (spinosa o fragile che sia) dall’interiorità dell’individuo rifugiato in quel micro-cosmo in cui è ritratto. Ogni singolo personaggio nasconde, sotto il proprio involucro corporeo, un anima psichicamente lesa, che è stata prontamente afferrata ed esplicitata dall’artista attraverso tali opere movibili. In questo modo le debolezze, le emozioni, i sentimenti e i vari temperamenti diventano i veri protagonisti dei lavori. L’obiettivo di Lara è, infatti, rovesciare l’essere umano scelto per rivelarne l’anima interna. In questo modo la romana rendere visibile l’invisibile ovvero ciò che è nascosto nell’essere prescelto cogliendone i flussi emotivi e gli umori che lo dominano e lo turbano, come implicitamente affermato nel titolo della mostra Pneuma, vocabolo che riconduce alla teoria umorale elaborata da Ippocrate (Coo 460 a.C. ca – Larissa 377 a.C.) nel V secolo a.C. e successivamente ripresa da Galeno (Pergamo 129 a.C. – Roma 216 a.C). Se per il primo esistono quattro umori base che governano il buon funzionamento dell’organismo umano – bile gialla, bile nera, flegma, sangue o umore rosso – la cui prevalenza di uno sugli altri causerebbe la malattia; per il medico romano il principio fondamentale di vita era pneuma (aria, alito, spirito). Secondo quest’ultimo pneuma risiede nel cuore, pertanto egli considerava tale organo come sede della vita e dello spirito ovvero dimora di ciò che più tardi si chiamerà anima. La mostra PNEUMA è, quindi, un invito a immergersi per qualche minuto nella realtà del folle.
Inoltre, la condizione d’incolmabile solitudine e sofferenza subita nell’era contemporanea e ampliamente rappresentata in queste opere, è rintracciabile in La Filosofia di Andy Warhol da A a B e Viceversa di Andy Warhol. Secondo l’artista Pop la sola cura possibile per sopperire momentaneamente a tale mancanza è l’impulso a comprare futili ma anti-depressivi oggetti. Contrariamente a ciò che egli era – uomo di fama e di successo – confeziona un’opera i cui protagonisti, tra cui se stesso, sono personaggi anonimi denominati con singole lettere dell’alfabeto. Tale espediente, utilizzato per accentuare la separazione tra la narrazione e la realtà esterna, è ripreso da Lara nei titoli dei primi due video concepiti: From L to L1 e From L to L2. Irruenta e incontrollabile risulta essere la personalità descritta in From L to L1, mentre apparente calma e controllata è l’indole del personaggio presentato in From L to L2. Il terzo video – ovvero Mütter – è imperniato sull’essere donna in quanto procreatrice di vita e sull’impossibilità di divenire ‘madre’. Mütter, dal tedesco ‘madri’, nasce come spontaneo proseguimento, sviluppo e crescita dei precedenti lavori. Infatti, mentre negli altri la maschera è inserita su un congegno meccanico, mostrandosi essa stessa come opera, in quest’ultimo è la performer a dar vita alla maschera umanizzandola e rendendo l’intero contesto più vicino alla realtà. Una donna generata e generatrice, simbolo di una maternità inseguita e mai arrivata.
Accompagna tutto ciò la serie dei Padiglioni, qui esposti in tre esemplari, pensati da Lara come una sorta di museo dei personaggi’, i cui protagonisti recitano ruoli a se stanti, senza la necessità d’interagire tra loro. Un corpus di lavori – a metà tra scultura e installazione – legati tra loro e, al contempo, denotati da una forza propria capace di renderli autonomi. In essi piccole sagome nude, dove la nudità è sinonimo di verità e trasparenza, si arrampicano attraverso dei fili verso una grande figura posta al centro della rappresentazione: una donna velata, che imperturbabile continua la sua preghiera. Se qui abbiamo portato solo Padiglioni con l’elemento femminino, in altri troneggia l’elemento mascolino. Mentre nei primi il riferimento è alla figura della Madonna e al ruolo di “madre e donna perfetta”, nonché modello impossibile da perseguire; in quest’ultimi è ritratto il “porco”, simbolo del potere incarnato da quell’essere ipocrita e cinico che si adopera solo per sporchi scopi personali. Un corpus di lavori, quindi, nato con l’intento di essere uno specchio della società contemporanea, sottolineando le ingannevoli virtù in essa presenti come soprusi, abusi, sovra poteri, speranze, volontà e libertà calpestate. Anche qui emerge l’aspetto teatrale e scenografico, settore di formazione di Lara, attraverso una serie di lucine al neon utilizzate per illuminare i protagonisti e, soprattutto, per generare un gioco di ombre, metafore delle sofferenze umane, che si proiettano sul fondo del fondo grigio dei lavori. In ognuno di queste opere è, quindi, messa in primo piano una piccola tragedia che prende spunto da eventi quotidiani realmente accaduti.”

Ravvedi legami di Lara – per via dei suoi lavori semoventi, con quel qualcosa di scenografico – con alcuni precedenti, diversi ma con qualche analogia, tra i quali Depero e Jean Tinguely, al di là della loro ironia?

“Sicuramente c’è un riferimento implicito ad entrambi gli artisti.
Lara riprende da Depero la connessione con il mondo del teatro e della scenografia, ma anche l’attenzione verso opere tridimensionali movibili, come i Complessi Plastici (1914-1915) realizzate con materiali poveri e meccanismi capaci di muoverli, senza tuttavia avere la pretesa e lo scopo di arrivare a creare un opera d’arte totale (obiettivo invece ricercato dal futurista). Tuttavia, occorre precisare che le maschere dell’artista romana non hanno nulla a che fare con gli automi del mondo teatrale. Anche il riferimento a Jean Tinguely è adeguato sempre per via dell’interesse di Lara nei confronti di macchine movibili realizzate con materiali di scarto: meccanismi o motori estrapolati da oggetti di uso quotidiano a cui la romana dà nuova vita attraverso i suoi lavori. Nonostante ciò, sottolineo l’assoluta lontananza della ricerca di Lara dalle ispirazioni giocose e ironiche che dominano i Metamechanics dello svizzero.”

Mi ha incuriosita il fatto che Lara provenga dalla scenografia: forse, quindi non a caso, mette in scena meccanismi semoventi che hanno una forte dose di teatralità e scenograficità… Non credi?

“Sì, Lara ha una formazione abbastanza particolare che inizialmente ha incuriosito anche me.
La sua provenienza dalla scenografia l’ha guidata a ideare opere in cui la componente teatrale, ovvero l’attenzione verso la messa in scena, i meccanismi semoventi nonché l’utilizzo dell’illuminazione, è divenuta fondamentale. Esemplari sono le installazioni movibili ed i video inerenti presentati qui a Galleria CinicaFrom L to L1, From L to L2 e Mütter. Per ogni corto Lara ha studiato un apposita messa in scena ovvero ha cercato un luogo reale nel quale inserire l’installazione e dove girare il video, di cui lei è regista. Inoltre, anche nei Padiglioni ritorna l’influsso e l’attenzione verso la messa in scena: i personaggi sono disposti come se stessero recitando una parte ed in più vediamo i fili dei meccanismi che solitamente sono nascosti dalle quinte e dal fondale.”

Disagio psichico, psicologico e sociale, malessere interiore, follia sono stati trattati nell’arte visiva da tanti artisti e sembrano problematiche oggi più che mai presenti in questi nostri tempi di crolli e crisi… Lara le porta allo scoperto a suo modo; tu come le intendi? Credi che l’arte possa sanare? O solo rivelare?

“L’attuale situazione di crisi culturale, sociale ed economica in cui tutti noi dobbiamo convivere quotidianamente ha portato inevitabilmente a generare l’aumento di disagi psichici, psicologici e sociali, di malesseri interiori e follie di ogni genere… Sicuramente l’arte può aiutare a rivelare tali difficoltà mettendole in primo piano ma, purtroppo, non può avere la pretesa di sanare. L’aiuto che l’arte può dare è sicuramente quello di allietare gli individui malati trasportandoli altrove. In secondo luogo, l’arte potrebbe e dovrebbero farsi promotrice della presenza di tale stato di malessere incentivando una presa di coscienza collettiva, fino a sensibilizzare lo Stato o l’istituzione competente. Tutto ciò potrebbe essere possibile se chi ci governa ascoltasse e agisse realmente per il bene del suo popolo.”

L’Arte Contemporanea si fa con tutto [1], come Lara ha fatto?

“Oggi l’arte contemporanea ha oltrepassato ogni limite: la sperimentazione incentivata dagli artisti del Novecento ha legittimato i loro successori ad utilizzare ogni tipo di materiali per realizzare le proprie opere: da quelli di scarto alle materie industriali, dai prodotti della terra e della natura agli escrementi e così via. L’arte si fa con tutto ma non tutto è arte poiché dietro ad ogni opera o azione artistica, che sia un happening o una performance o altro, deve esserci una poetica, un filo conduttore o una ricerca che indaghi una certa cosa o che vuole scardinare o mettere in ridicolo alcuni dogmi.”

Questo (quello esposto in Galleria Cinica da Lara, per esempio) potevo farlo anche io [2]?

“Sì, potevi farlo anche tu, come potevo farlo anche io o poteva farlo anche colui che ci sta leggendo ma l’ha fatto Lara. Tuttavia, ciò che distingue il suo progetto da quello realizzato da un altro individuo è proprio la specificità con cui l’ha compiuto ovvero l’unicità della produzione del progetto stesso. Lara ha ideato una serie di opere in quel certo modo poiché non solo è dotata di una buona manualità, di un’indispensabile formazione in campo artistico (non occorre solo ai grandi geni!), di un certo ingegno e di un alta sensibilità nei confronti di temi sociali come nel caso specifico, ma soprattutto perché l’ha fatto immettendoci la sua individualità. E’ proprio quest’ultimo fondamentale elemento che contraddistingue l’operare artistico di Lara nell’elaborare tale progetto rispetto a ciò che avrebbe potuto realizzare un altro artista!”

Come distinguere un vero artista (contemporaneo) da uno che non lo è [3]?

“Credo che non esista una ricetta o dei parametri a cui rifarsi per poter riconoscere un vero artista contemporaneo… perché nell’arte ci sono troppe variabili, come l’istintivo interesse o lo stimolo nei confronti di alcune ricerche piuttosto che verso altre. Possiamo, invece, cercare di capire, presagire se quel dato artista avrà successo o meno. A volte l’istinto può avere un ruolo fondamentale in questo, anche se esso non è un principio infallibile.”

Come spiegare a tua madre che quello che fai serve a qualcosa [4]?

“Con mia madre ho un bellissimo rapporto: parliamo per ore dell’arte, nonostante lei sia estranea a quest’attività. Tuttavia, mi ha sempre appoggiato in tutto quello che ho fatto: da quando ho scelto di frequentare l’istituto d’arte a quando mi sono laureata in storia dell’arte contemporanea, fino a ciò che faccio oggi. Mi segue sempre e non manca mai ai vernissage delle mostre che curo o ad altri eventi in cui sono coinvolta. Quindi, non occorre che le spieghi nulla perché, implicitamente, già sa che ciò che realizzo in campo artistico lo faccio con passione, l’unico sentimento che ancora spinge me e altri lavoratori del settore ad andare avanti su questa strada nonostante l’attuale crisi.”

Immagine
Le ultime quattro domande giocano con i titoli (e le questioni in essi affrontate) dei seguenti libri :

Note

1.  Angela Vettese, Si fa con tutto -Il linguaggio dell’arte contemporanea, Laterza, 2012

2.  Francesco Bonami, Lo potevo fare anch’io – Perché l’arte contemporanea è davvero arte, Mondadori, 2009

3.  Francesco Bonami, Si crede Picasso. Come distinguere un vero artista contemporaneo da uno che non lo è, Mondadori, 2010

4.  Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa? era il titolo di un convegno tenutosi al Link di Bologna nel novembre 1997 e organizzato da Cesare Pietroiusti; poi divenuto un libro edito da I Libri di Zerynthia e da Charta (1999), fu realizzato nell’ambito del Progetto Oreste (http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Orestehttp://www.trax.it/come_spiegare.htm)

Articolo di Barbara Martusciello su “art a part of cult(ure)”, 8 Marzo 2014.

http://www.artapartofculture.net/2014/03/08/palazzo-lucarini-galleria-cinica-pneuma-di-lara-pacilio-intervista-alla-curatrice-maila-buglioni/

(13/12/2013) VIDEO DEL GIORNO su INSIDEART: “Isostasia 1”. Intervista a Nicole Voltan, di Claudia Quintieri

«Ho sempre portato avanti tutte le tecniche possibili in base a ciò che volevo raccontare», sono le parole di Nicole Voltan rispetto al suo lavoro di artista. Le prime opere presentate in accademia a Venezia, a metà degli anni 2000, erano scatole di polistirolo. In quel periodo faceva anche sculture e lavorava molto con l’assemblage. È di quell’epoca la sua prima personale a Milano al circolo culturale Bertolt Brecht, dove ha esposto principalmente dipinti. Nel 2011 si è trasferita a Roma da Venezia perché la città lagunare, nonostante un certo fermento, non riusciva a stimolarla quanto la capitale. La tematica principale, filo conduttore di tutta la sua produzione, è il rapporto arte-scienza: «Arte e scienza sono due opposti, ma complementari fra loro: l’una è totalmente emozionale l’altra è rigorosa e logica; l’arte è soggettiva, non è vincolata da nessun tipo di regola, come invece lo è la scienza: questo contrasto tra i due termini mi piace. Poi la scienza da un certo punto di vista è molto artistica, e anche religiosa: la meraviglia di certe immagini, ad esempio astronomiche e della natura stessa, sono una forma d’arte perché la natura è arte; dall’altro punto di vista è talmente rinchiusa nelle sue leggi che è bello stravolgerle e riuscire a interpretarla in modo più soggettivo e creativo», dichiara la Voltan. Nella sua storia personale, l’artista, fin da bambina, è stata attratta da tematiche scientifiche, ricorda una lettera a Babbo Natale in cui ha chiesto un microscopio e un telescopio per guardare le cose piccole e le stelle: questa passione è talmente radicata in lei, che ha portato con sé quel telescopio a Roma. Le costellazioni e il cosmo sono una parte essenziale di uno dei filoni che segue Voltan, sulle suggestioni nate dalla curiosità per cosmo e costellazioni ha incentrato la sua mostra 88trame alla galleria Whitecube al Pigneto, ora La Stellina arte contemporanea. Ma che cosa la affascina di cosmo e costellazioni? «Sono talmente vasti sia come superficie che come concetti che non finirà mai il mio approfondire ed entrare nelle leggi cosmiche, mi affascina poi l’estetica del cosmo e il fatto che si rispecchia anche nel micro: sto scoprendo l’associazione fra le galassie e le cellule su cui vorrei lavorare per un progetto futuro. La frase che mi colpisce di più dice che siamo fatti di stelle perché abbiamo gli stessi elementi che hanno le stelle», commenta l’artista. Questo legame fra micro e macro porta alla riflessione sull’unione degli opposti: “gli opposti sono complementari. L’uomo cerca sempre di dividere le cose: amore e odio, guerra e pace, bene e male, però se non esistesse l’uno non esisterebbe l’altro”, continua Nicole. In questo periodo si sta svolgendo la personale di Voltan Para Klàsis alla Galleria Cinica di Trevi, a cura di Simona Merra e Carla Capodimonti. Iniziamo dal titolo della mostra: Para Klàsis vuol dire rottura, qui entra in gioco il dialogare degli opposti nella discussione e nella lotta fra due estremi che porta all’equilibrio. In questa esposizione è presente in video Isostasia 1, da noi proposto, che si ispira al fenomeno fisico per cui la densità della Terra rimane sempre uguale, cambia solo l’assetto. Le riprese sono state fatte vicino Misurina, sulle Dolomiti, durante una passeggiata: da quelle immagini è nata l’idea del video. All’inizio si vedono rocce e montagne, essenziali nel discorso scientifico sull’isostasia. Poi si cammina, ma della presenza umana appaiono solo le ombre, una è quella dell’artista, ombre indicative di una ricerca di qualcosa che a volte manca: questa camminata rappresenta ciò che facciamo spesso nella vita, ovvero cercare l’equilibrio sia con noi stessi che con gli altri. Il suolo che è sotto di noi è ciò che ci regge in piedi e gli uomini hanno due gambe per cui perdono l’equilibrio fisico, ma anche l’equilibrio emotivo e interiore, più facilmente di un animale, a quattro zampe. A proposito di questi significati Voltan dichiara: «tutto quello di cui tratto è anche, in qualche modo, autobiografico e soggettivo: parto da una mia esperienza per arrivare a tematiche più collettive». Alla fine del video si vede il movimento di un lombrico che si ripete varie volte, a proposito di questo finale l’artista dice: «Il lombrico rappresenta la vita, è il classico elemento alla base della generazione del terreno, lo rende fertile. Poi ha la proprietà di essere una molla, di essere elastico: paradossalmente anche noi uomini dovremmo aspirare all’elasticità per adattarci alle cose dell’esistenza, ed essere anche sinuosi». Il tremore della telecamera ha un’origine tecnica perché le riprese sono state fatte a mano, ma è anche un modo di rappresentare il movimento stesso delle cose. Infine l’audio è composto da rumori umani come l’accensione di un accendino, il carrello della spesa, una lavatrice, perché, conclude Nicole: «sono in contrasto con la rappresentazione della natura, ma paradossalmente assomigliano proprio ai rumori della natura come i sassi quando rotolano o si sgretolano, quindi portano in sé l’equilibrio e il contrasto fra uomo e natura». Info: nicolevoltan.blogspot.com

Nicole Voltan, Isostasia 1, 2011

 

Intervista pubblicata su INSIDEART, 13 dicembre 2013: http://www.insideart.eu/2013/12/13/isostasia-1-di-nicole-voltan/

 

 

galleria cinica #6. PARA KLÀSIS. Profilo Dinamico Interno. Intervista a Nicole Voltan, di Maila Buglioni

Bianco e nero, natura ed essere umano, dinamicità e staticità. Elementi opposti e caratterizzanti PARA KLÀSIS. Profilo Dinamico Interno, l’ultima mostra presentata negli spazi di Palazzo Lucarini Contemporary per il progetto Galleria Cinica.Immagine

L’esposizione, a cura di Carla Capodimonti e Simona Merra, è un focus sulla ricerca artistica di Nicole Voltan (Mestre, VE, 1984 – vive e lavora a Roma) orientata verso il mondo e suddivisa in tre filoni principali: cielo, terra e vita.

Laureata in decorazione all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Nicole lavora principalmente con l’installazione, ma anche con pittura, scultura e video. Un’indagine particolare, la sua, poiché prende spunto da fenomeni geologici e da leggi fisiche per elaborare una sorta di scienza alternativa con lo scopo ultimo di affermare l’impossibilità dell’uomo di forgiare concetti e postulati eternamente vigenti. Una premessa indispensabile per capire il lavoro dell’artista e che ricorda la famosa frase del padre della chimica Antoine-Laurent Lavoisier «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» (in Histoire et Dictionnaire de la Révolution Française, Parigi, Éditions Robert Laffont, 1998).

La nascita del suo interessamento nei confronti di questo campo, apparentemente distante da quello dell’arte, è spiegata dalla stessa Voltan con queste parole:

«la consapevolezza del mio interesse è arrivata solo due o tre anni fa, quando sono cresciuta ed ho iniziato a conoscermi in maniera più approfondita».

Una passione recondita, scaturita già da bambina grazie alle numerose gite scolastiche al Planetario o al Museo di Scienze Naturali locali, con:

«la curiosità di capire come funziona il mondo».

Tale curiosità di cui ci parla è stata veicolata anche per merito del padre, da lei definito come «un piccolo scienziato», il quale le ha trasmesso l’amore verso i minerali.

«É stato proprio lui che mi ha trasmesso questa passione e mi ha regalato il primo telescopio».

In quest’occasione la veneta riflette sull’antropologico bisogno e desiderio dell’individuo di comprendere l’equilibrio intrinseco delle cose attraverso un approccio scientifico, esaminando il micro e il macro e le relazioni fra genere umano e natura attraverso i mezzi espressivi dell’arte visiva.

Tuttavia, ciò che rende affascinante il lavoro di Nicole è il costante desiderio di sperimentare, parola chiave con cui è possibile sintetizzare la propria prassi operativa. Qualità, questa, percepibile già entrando nella prima sala, posta in penombra, con Robot disegnatore (2013): un congegno inventato appositamente per l‘evento in corso. Composto da un motorino meccanico, una lunga asta e un pennino a inchiostro, il macchinario è in grado di creare un disegno a china ogni volta differente su un foglio di carta collocato sul pavimento. Il dispositivo vive di vita propria, tuttavia l’artista interviene nel suo elaborato generando una collaborazione tra le due parti come visibile nel video http://www.youtube.com/watch?v=1_a8AuoNWH8&feature=youtu.be.

Afferma la Voltan:

«Per collaborazione con il robot  intendo questo: lasciare a lui la libertà di decidere quando scrivere e quando non scrivere, mentre io creo la composizione spostando l’asta del macchinario».

L’ideazione di tale opera deriva dall’osservazione dell’apparecchiatura HPLC, protagonista dell’omonimo video. Tuttavia, Nicole ribadisce in questi termini l’inconciliabilità tra macchina e uomo ovvero la differenza tra mezzi artistici e quelli scientifici:

«l’unicità del disegno prodotto dal robot da me creato deriva dalle sue imperfette fattezze. Infatti, mentre il concetto d’imperfezione si ricongiunge direttamente all’uomo, quello di perfezione è attribuibile alla sola macchina».

Inoltre, la ciclicità dell’automatismo e il tracciato risultante uniscono installazione e proiezione. Mentre nella prima esiste solo la possibilità di registrare un segno che rimarrà eternamente; nella seconda è rivelato il processo utopistico di scrittura e conseguente cancellazione della traccia indelebile. Lo spostamento del pennino, legato alle vibrazioni sonore che avvolgono la stanza, diviene illusorio nel corto HPLC (Hidden Particles Lose Community) poiché in esso nulla di definitivo è tracciato e tutto sembra assolutamente casuale. Il disegno elaborato dal robot simboleggia il limite o il bisogno umano di dover ordinare per categorie ogni cosa esistente nell’universo.

La riflessione sulla continua mutazione di ogni cosa, presente nel mondo e nell’opera appena illustrata, è al centro della riflessione dell’artista. Infatti, tutta la personale ruota attorno alla dottrina dei contrari di Eraclito – anche definita come logos indiviso – ossia la legge assoluta che governa la Natura. Secondo il filosofo greco, tutto nell’universo è subordinato a tale contrapposizione (bene e male, pace e guerra, caldo e freddo, etc.). Esemplare è il HPLC (Hidden Particles Lose Community) (video, 2013) http://vimeo.com/74471358 – realizzato nel laboratorio di Chimica Organica dell’Università La Sapienza di Roma – che inquadra il suddetto strumento, oggi sostituito dal computer. Un macchinario utilizzato in tale ambito per separare e riconoscere, sia qualitativamente che quantitativamente, i diversi componenti contenuti in una sostanza omogenea. L’inquadratura semi fissa e dettagliata permette di carpire i movimenti che il pennino meccanico traccia sulla carta millimetrata, a volte in modo lento, altre in maniera decisa. Le caratteristiche del tracciato risultante rappresentano il profilo del processo di separazione dei micro-elementi della china. Se nell’analisi scientifica domina la necessità di documentare il reale, in quella artistica governa il caso e l’utopia. Infatti, nella proiezione la disgiunzione tra le sostanze è annullata grazie all’inversione temporale: il segno trascritto è cancellato tramite il rewind del corto, evidenziando l’impossibilità di ri-costruire ciò che in precedenza è stato separato. Si genera così un conflitto tra creazione e distruzione, riunione e frattura risolvibile solo attraverso il dinamismo visivo.

L’essere umano non è Natura ma al contempo è parte di essa. Questa doppia condizione genera una riflessione antropocentrica, dove – come afferma il linguista francese Émile Benveniste – «la coscienza di sé è possibile solo per contrasto. Io non uso Io, se non rivolgendomi a qualcuno, che nella mia allocuzione sarà un tu» (Émile Benveniste, La soggettività del linguaggio, in Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pag. 312). Un ragionamento che ben si presta a spiegare l’installazione ubicata nella saletta adiacente e composta da un grande dipinto e un monitor. Con Isostasia 1 (video, 2013) http://vimeo.com/59136244 Nicole riflette sul fenomeno di equilibrio gravitazionale che si verifica sulla Terra tra la litosfera e la sottostante astenosfera ovvero la tendenza della crosta terrestre a raggiungere una posizione di equilibrio attraverso il galleggiamento. Protagonista del video è il moto, o più precisamente l’equilibrio come stato continuamente ricercato sia dalla natura sia dall’uomo (da quest’ultimo cercati sia per trovare una stasi interiore sia come adattabilità precaria all’ambiente esterno). Come si evince dalle immagini, l’individuo è un elemento passivo di fronte alla potenza del contesto circostante. Una supremazia da noi spesso dimenticata, soprattutto in passato quando si pensava che la terra fosse ferma mentre il sole e i pianeti ruotavano attorno ad essa. Le riprese proposte richiamano alla memoria le escursioni effettuate dai primi geologi e scienziati che, a fine Ottocento, si avventuravano in tali contesti, fino ad allora considerati pericolosissimi e pieni d’insidie qui sottolineate con la ripresa della nebbia e del tenebroso rumore di sottofondo. Nicole si cala in prima persona nei panni di questi pionieri per evidenziare la posizione d’instabilità e di continuo divenire cui ogni creatura deve sottostare per ritrovare l’equilibrio con il tutto:

«La Natura è la grande entità che decide tutto. ‘Isostasia 1’ dimostra la possibile conciliazione tra le parti ovvero l’equilibrio tra uomo e natura. Il video si apre con una visione sul cielo, sull’universo per poi spostarsi sulla Terra, riprendendo le rocce e successivamente sulle tre ombre camminanti che rappresentano noi stessi in equilibrio con ciò che ci circonda e con la nostra interiorità».

Sovrasta lo schermo la pittura Isoipse Plastiche (tecnica mista su tela, 2013), in cui è raffigurato un grande paesaggio dolomitico, opera sintesi di tutto il discorso affrontato. Il monocromo sottolinea la situazione di stasi ritrovata tra i due opposti – uomo e natura – restituendo, da una parte, il dato reale osservato con gli occhi (le dolomiti) e, dall’altra, ciò che analizziamo con la mente (il plastico).

Partita da concetti e fenomeni scientifici, rielaborati e manipolati attraverso mezzi artistici, Nicole arriva a creare una scienza artistica in grado di ripristinare il dialogo tra due ambiti apparentemente inconciliabili.

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 5 dicembre 2013.