Current exhibition (28/09 – 25/10/2014): Federica Di Carlo_Riflessione diffusa, a cura di Carla Capodimonti

“Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo.” (Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, 1851)

La percezione della luce diffusa dalla superficie degli oggetti è il nostro più importante meccanismo di osservazione visiva. Se ci guardiamo intorno, scopriamo che quello che permette al nostro occhio di formare un’immagine di quasi tutte le cose che ci circondano è la loro riflessione diffusa.

A tal proposito, Federica Di Carlo sviluppa un’analisi sull’idea di limite visivo umano e sulla percezione dei confini del mondo. Riflessione diffusa nasce dall’osservazione scientifica di tali concetti; essa non è altro che una riflessione non speculare, in cui cioè un raggio di luce che incide sulla superficie non viene rimandato indietro ad un angolo determinato, ma viene diffuso su molte direzioni definibili come casuali.

“Da un corpo reale, che era là, sono partiti dei raggi che raggiungono me, che sono qui; la durata dell’emissione ha poca importanza; la foto dell’essere scomparso viene a toccarmi come i raggi differiti di una stella.” (Roland Barthes, La camera chiara, Piccola Biblioteca Einaudi, 2003, Torino, pp. 81-82.)

Tale reazione fisica permette all’occhio umano di percepire non solamente la forma finita degli oggetti: la luce diffusa che ci ritorna dalla materia non proviene solo dalla sua superficie, ma anche e soprattutto dal suo interno, dai primi strati al dì sotto di essa.

Cosa succederebbe se mettessimo in discussione tutto ciò e ci aprissimo all’indefinitezza e alle mille possibilità del mondo?Leopardi recitava ne l’Infinito: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. [..] E il naufragar m’è dolce in questo mare.” La consapevolezza del finito, del limite affianca la voglia di immaginarne le infinite possibilità.

Nuove visioni sono concepibili modificando la realtà concreta; l’artista, attraverso l’utilizzo di immagini archetipe, cambia la prospettiva degli oggetti e cerca di restituire una lettura inedita degli eventi, oltre i limiti visivi umani. I confini mentali, fisici, immaginari, diventano per l’autrice stimoli e metafore tramite le quali costruire un nuovo discorso.

L’uomo è abituato ad adattare il suo punto di vista riguardo agli oggetti, agli spazi, inconsapevole di altri sguardi possibili. L’arcobaleno ne è un esempio: la sua forma mai completa – non possibile diversamente – proietta i confini della terra sul nostro spazio solo in condizioni di pioggia.

Questa immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo diviene un confine visibile e allo stesso tempo inafferrabile, ed è da sempre rappresentato dall’uomo come simbolo divino: lo troviamo ad esempio nella Genesi (9:13-16), nella promessa di Dio a Noè di non inondare mai più l’intera Terra.

Durante i secoli acquisisce inoltre significati legati ai concetti di “dualità” e “creazione”, agli spazi tra i mondi: nella mitologia nordica l’arcobaleno era il ponte che univa la terra alla dimora degli dei. Annullando i punti di riferimento, questa sua dualità crea uno spaesamento e una nuova visione, ed evidenza l’unione fra la realtà concreta e quella degli archetipi.

Carla Capodimonti

Federica Di Carlo

Federica Di Carlo, Riflessione diffusa, Galleria Cinica, 2014.

Federica Di Carlo, Riflessione diffusa, Galleria Cinica, 2014.

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