21/12/2013: Are you ready??

Vi aspettiamo oggi pomeriggio alle ore 18.00 per l’inaugurazione della mostra di Amedeo Abello & Cinzia Delnevo Legami deboli, a cura di Celeste Ricci.

L’attività di questi due giovani artisti si basa su ricerche e linguaggi differenti e giunge di conseguenza a risultati che hanno pochi elementi in comune. Presentare la distanza piuttosto che la vicinanza, la singolarità INVECE che l’insieme è quello che la mostra si propone. Ispirata a un famoso saggio scritto dal sociologo Mark Granovetter nel 1973, La forza dei legami deboli, la mostra pone l’accento sulla distanza delle relazioni sociali – artistiche, e su quei “ponti” che legano mondi sociali lontani, i quali ci sarebbero altrimenti del tutto sconosciuti.

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Si ringrazia “Casa Gran Panorama”: 

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Legami Deboli

Testo a cura di Celeste Ricci (in occasione della mostra di Amedeo Abello & Cinzia Delnevo “Legami deboli”)

Ci sono due naturali tendenze dell’uomo su cui vorrei soffermarmi: l’interazione con l’altro e la volontà di conoscere. Questi due aspetti costituiscono parte essenziale dell’attività di ognuno di noi; l’individuo tende per sua natura a esporsi all’altro e attraverso questa relazione conosce.

Nell’ambito di questa mostra ci sono diversi rapporti che possiamo prendere in considerazione: quello tra il curatore e gli artisti (i quali sono a loro volta in rapporto tra loro e con lo spettatore) e la relazione che conseguentemente s’instaura tra il fruitore e l’opera. Queste relazioni potrebbero moltiplicarsi se includessimo in questo ragionamento le altre persone che hanno contribuito, anche in maniera indiretta, alla realizzazione della mostra e ai lavori prodotti. Si potrebbe scrivere una lunga lista cercando di collegare tutti questi individui, che se considerati astrattamente, potrebbero essere rappresentati con una serie di fili intrecciati e nodi interconnessi.

Un network di legami che potremmo dividere in due diversi gradi di relazione, così come pensati dal sociologo Mark Granovetter nel suo saggio La forza dei legami deboli, 1973: strong ties (legami forti, tra amici o familiari più stretti) e weak ties (legami deboli, che s’instaurano tra noi e i nostri conoscenti). Secondo Granovetter i nostri conoscenti – legami deboli – sono socialmente meno coinvolti l’uno con l’altro rispetto ai nostri amici, i legami forti. Il gruppo di amici o parenti sono in contatto tra di loro e costituiscono una rete compatta, mentre tra i conoscenti solo pochi si conoscono e alcuni di questi non hanno nulla in comune con i nostri legami più forti. I weak ties, quindi, non sono legami “minori”, come a prima vista ci verrebbe da pensare, ma sono considerati il collegamento cruciale – un ponte, bridge – tra gruppi differenti di persone.

Seguendo questo ragionamento, la mostra pone l’accento sulla distanza delle relazioni artistico-sociali e su quei “ponti” che legano mondi sociali lontani, i quali altrimenti ci sarebbero del tutto sconosciuti. Questo è da intendersi come il concetto guida e non una tematica affrontata direttamente dagli artisti con le loro opere. Abello e Delnevo hanno lavorato in modo indipendente e distante l’uno dall’altra, ma nonostante ciò una serie di legami deboli li ha tenuti in contatto. Questi legami permetteranno allo spettatore di aprirsi verso la conoscenza e verso mondi prima del tutto sconosciuti. Se rimanessimo sempre chiusi verso i nostri strong ties ci ritroveremmo invece in una posizione svantaggiata. Saremmo deprivati di informazioni ed esperienze nuove, utili per la nostra crescita sociale e in questo caso anche artistica.

L’attività di questi due giovani artisti si basa su ricerche e linguaggi differenti e giunge di conseguenza a risultati che hanno pochi elementi in comune. Presentare la distanza piuttosto che la vicinanza, la singolarità invece che l’insieme è quello che la mostra si propone. L’invito è di soffermarsi sulla singolarità in relazione a quello che c’è intorno. Con questa mostra non presentiamo un tema bensì un ‘modello’ che si basa sul concetto di rete e struttura sociale, il quale può essere applicato a diversi campi della nostra attività e non solo artistica.

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Amedeo Abello. La misura del caso.

Testo a cura di Chiara Cartuccia (in occasione della mostra “Legami deboli”, a cura di Celeste Ricci)

“Io non ho desideri né paure,- dichiarò il Kan – e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso.

– Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tenere su le sue mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

– O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.”

Italo Calvino1

La distribuzione delle cabine fotografiche negli ambienti urbani merita forse una piccola riflessione. Nella grande maggioranza dei casi questi apparecchi sono posizionati in luoghi di transito, stazioni, aeroporti, sottopassaggi della metropolitana, i così detti nonluoghi, quelle aree grigie e solo apparentemente prive d’identità specifica che abbondano in ogni grande città. Altre volte la cabina fotografica appare come un miraggio dove potrebbe essere utile trovarla, vicino a uffici postali, municipi, e altri istituti burocratici atti alla produzione di documenti più o meno utili, ma sempre richiesti. Alcune, rare, volte però una cabina fotografica più palesarsi  lì dove non ti saresti aspettato di trovarla: nel parcheggio di un supermercato, nel mezzo di una strada piuttosto isolata, su un bel lungo-fiume, affianco a un ormai inutile telefono pubblico. Questa è un’organizzazione casuale sebbene programmata, certamente solo all’apparenza anti-logica. Di sicuro questo posizionamento reticolare  sulla mappa della nostra città risulterà oscuro solo a noi che ne percorriamo i vicoli e le strade ad altezza di naso, e non a chi ha deciso, guardando la città dall’alto, come fanno gli organizzatori di professione, che l’apparecchio 230 andava collocato nel punto 3.

Una casualità regolamentata, questa, che si ritrova nel funzionamento stesso dell’apparecchio, programmato per produrre un dato numero di scatti, di una certa dimensione, rispettando un preciso intervallo di tempo tra il momento dell’inserimento delle monete e quello dell’esecuzione. Un’organizzazione anti-errore che però nulla più contro l’assoluta imprevedibilità apportata dal soggetto della fotografia, l’utente che si muove, respira e pensa determinando lui solo il risultato finale. Le vecchie cabine fotografiche, quelle in uso fino all’inizio degli anni ’80, mostravano questo dialogo tra caso e programmazione in modo più efficace, azionando quattro scatti ravvicinati che producevano altrettanti fotogrammi, l’uno diverso dall’altro. La macchina moderna ha eliminato questa caratteristica, preferendo un singolo scatto reiterato poi in diverse copie, questo in un tentativo estremo di limitare l’errore e, soprattutto, di circoscrivere quell’area d’imprevidibilità cui la macchina non ha accesso.

La cabina fotografica, utilizzata nel giusto modo, ossia l’unico previsto dall’apparecchio stesso, produrrà quindi un’immagine precisa, imparziale e asettica del volto del fotografato, il riflesso della sua identità pubblica e pubblicamente accettata, nelle giuste dimensioni di una fototessera. Ad essere escluso dal discorso è, prima di tutto, l’esterno, la realtà urbana dalla quale il fotografato si isola per un momento, entrando nell’apparecchio (che si potrebbe definire un nonluogo per se). Qui s’insinua l’intervento dell’artista, il gesto di Amedeo Abello, che decide di aprire la cabina all’esterno, di renderla strumento di registrazione del movimento della città. La semplice idea alla base del progetto Photomaton  è quella di porre uno specchio davanti l’obbiettivo del foto-apparato, e angolarlo in modo tale da riprendere la strada. Lo scatto, come al solito, è automatizzato, il risultato è imprevedibile, l’artista può cercare di circoscrivere l’elemento casuale, ma non può né vuole eliminarlo.

La cabina così da luogo chiuso, parte dello scenario urbano ma separato da esso grazie al muro sottile di una tendina, diventa osservatorio privilegiato sulla città, un rifugio che garantisce all’artista di vedere senza essere visto. Quale flâneur contemporaneo l’artista abita il limite, e dal limite osserva la città, le sue architetture e la sua mutevole, disordinata  popolazione : “E’ lo sguardo del flâneur, la cui forma di vita avvolge ancora di un bagliore conciliante quello futuro, desolato dell’abitante della grande città. Il flâneur è ancora sulla soglia, della grande città come della borghesia. Nessuna delle due lo ha ancora travolto. In nessuna delle due egli si sente a proprio agio; e cerca rifugio nella folla.”2. Possiamo immaginare l’atto artistico di Abello come un evento che si estende oltre i limiti degli oggetti che produce, le singole fotografie. L’artista guarda i passanti attraverso lo specchio, la città sfila davanti al proprio riflesso, la cabina fotografica da produttore di immagini identitarie in formato standard, pensate per singoli individui di un complesso societario, diventa finestra della folla su se stessa. Lo scatto arriva all’improvviso, cristallizzando in un istante un processo più ampio. La casualità diventa analisi, e l’intero meccanismo creativo favorisce la presa di coscienza , e una limitata comprensione, dell’incontrollabile.

Il discorso che quest’intervento artistico produce tratta temi quali la relazione tra identità privata e identità pubbliche, casualità e regolamentazione, movimento irregolare della vita e staticità della documentazione astratta, e soprattutto l’inevitabile intrecciarsi di tutti questi elementi.

Nell’installazione LIFE/FILE (lavoro realizzato in collaborazione con Federico Morando) Amedeo Abello gioca con due parole, l’una anagramma dell’altra, appartenenti a due campi semantici apparentemente lontani, se non opposti. Se il termine “life” rappresenta l’organico, l’analogico, il casuale, il transitorio, e quindi anche l’inopportuno e potenzialmente  fallimentare, “file” fa riferimento all’ordine, la volontà di regolamentazione, il tentativo di limitare lo sbaglio e l’anomalia tramite un preciso sistema normativo, anti-naturale, digitale. L’artista compone le parole utilizzando del negativo fotografico, cui è stato apportato un errore programmato, i provini fotografici diventano materia prima per una composizione grafica regolare e volontariamente estetizzante. Ancora una volta è la fotografia,  trattata in modo atipico, ad essere usata come strumento per la realizzazione di un progetto che parla di limitazione e gestione della casualità.

Il gioco dell’artista è ancora una volta creare un fattore minimo di disturbo: in una realtà che codifica e organizza, il gesto atipico dà la misura del caso, evidenzia un elemento caotico che si può tentare di nascondere, arginare, ma è impossibile eliminare del tutto dal normale scorrere dell’esistenza umana, sia nella sua forma pubblica, sociale che in quella privata, individuale. Producendo un movimento in se stesso ossimorico, l’artista sottolinea il dato inopportuno attraverso una precisa organizzazione del processo artistico/produttivo, esprimendo così in modo tanto più immediato l’unità intima di queste due polarità.

Amedeo Abello, con questi due lavori, cerca di raccogliere in un esperimento visuale, (foto-)grafico, le contraddizioni di questa nostra epoca post-post-moderna, urbana, necessariamente digitale e nostalgicamente analogica, e per farlo decide di prendere posto sul margine, lì dove è possibile avere una visione più ampia dell’orizzonte contemporaneo e delle contraddizioni che ne costituiscono il tessuto.

Quelle di Abello sono sperimentazioni, soggette al cambiamento e all’evoluzione, il cui valore va forse ricercato proprio nell’imprecisione, e il processo d’indagine  è, ancora una volta, più importante del risultato. In  entrambi i lavori presenti in mostra, e in particolare con Photomaton, l’artista si rivolge a un contesto, quello urbano contemporaneo, di cui fa pienamente parte, ma del quale risulta consapevole come sanno esserlo gli estranei, gli osservatori distanti; Abello si relaziona alla città contemporanea nell’unico modo possibile, e possibilmente creativo: la interroga mentre cerca di rispondere alle sue domande. Poco importa se le risposte sono incomplete, se le domande non risultano ancora del tutto chiare, quel che conta, in questo momento, è saper ascoltare, riuscire  a vedere, e così un dialogo è già iniziato, e che si arrivi o meno a una soluzione, che un labirinto d’interrogativi si trasformi in un discorso compiuto, il tempo saprà dircelo.

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1. Calvino, I., Le città invisibili, Einaudi: Torino, 1972, p.20

2. Benjamin, W., Charles Baudelaire. Un Poeta Lirico nell’Età del Capitalismo Avanzato, Neri Pozza: Milano 2012, p. 22

Cinzia Delnevo, n volte

Testo a cura di Laura Di Nicolantonio (in occasione della mostra “Legami Deboli”, a cura di Celeste Ricci)

L’opera Penna a Sfera Nera su Carta è una serie di disegni raffiguranti elementi grafici minimi che l’artista Cinzia Delnevo traccia molteplici volte sulla superficie. Queste matrici di segno, queste unità discrete sono di natura vegetale. Proliferando, questi segni si organizzano in un universo vegetale unitario e frammentato, in arborescenze che si snodano sinuose e fitte sul foglio. La ripetitività del gesto, agito con costanza, sublima le energie dell’artista che è coinvolta in un atto performativo intimo.

La componente performativa è importante in quest’opera e per la sua realizzazione l’artista stabilisce delle regole preliminari semplici e precise, dei piccoli criteri che sono gli stessi che utilizzerebbe per le performances vere e proprie. La regola fondamentale che l’artista stabilisce è quella di “lasciare andare la mano verso delle forme”, registrando dei “segni tanto piccoli da non poterne prevedere il risultato finale”. In tal modo le unità grafiche minime vanno formandosi, una dopo l’altra, secondo una logica casuale guidata dall’inconscio.

L’artista, per effetto ideomotorio e sospendendo l’Io cosciente, registra questi segni in un’operazione di scrittura automatica: si tratta di un atto di liberazione di forze celate, nonché di una pratica di approfondimento del Sé.

Sebbene i disegni di Penna a Sfera Nera su Carta siano disegni ‘trovati’, non progettati in precedenza, è possibile individuare in essi un aspetto di autosimilarità interna, una caratteristica propria  della geometria dei frattali. Ogni frattale è composto da un singolo elemento formale ripetuto n volte in scale differenti. Lo studio dei frattali ha come obiettivo quello di individuare delle leggi deboli all’interno di un caos apparente e descrive sistematicamente quelle forme naturali frastagliate, granulose, ramificate, con tentacoli o protuberanze. La geometria frattale può essere individuata tanto nell’ordine di strutture macroscopiche (territori costieri, ramificazioni di fiumi e alberi, formazioni rocciose e di ghiacci) quanto in scala assai più ridotta (fiocchi di neve, tessuti vegetali, vasi sanguigni, terminazioni nervose).

Per certi versi la geometria frattale, secondo variabili più o meno complesse, sembra definire i processi di generazione naturale sia a un livello ambientale che nella stessa fisiologia umana.

Frattale pare essere il pensiero nel suo farsi.

L’opera Penna a Sfera Nera su Carta, costituita da segni discreti ripetuti n volte e organizzati in strutture caratterizzate da autosimilarità, sembra rappresentare uno spazio osmotico tra l’elemento naturale e il paesaggio interiore, entrambi percorsi dalla medesima linfa.

I disegni sembrano le tracce fertili di un rinnovamento dei pensieri, una balsamica rigenerazione secondo leggi a cui macroscopico e microscopico, materiale ed immateriale rispondono simmetricamente.

Mentre Penna a Sfera Nera su Carta si concentra su una pratica manuale che si mantiene deliberatamente “lontana dagli oggetti digitali”, Overwhelmed Till the Yearning #2 è un’opera che per certi versi funziona diametralmente a ritroso.

In quest’opera l’artista decide di spendere del tempo in natura fotografandone le parti, in intima vicinanza: “Non una o due o dieci, ma mille e più scatti, all’interno di orti botanici o boschi o giardini in giro per la rigogliosa città di Londra”.

Un circuito fluido si attiva tra i frammenti di natura fotografati e l’artista che, perdendosi, si ritrova, immersa in un processo di rigenerazione.

Overwhelmed Till the Yearning #2 pone l’accento sul concetto di ultra-vicinanza di Walter Benjamin, da intendersi come tensione dialettica tra la percezione di massima distanza dalla continuità del dato reale e il forte desiderio di una coerente visione unificata dell’opera d’arte. L’ampia tiratura della serie fotografica non interferisce tuttavia con il valore auratico di ogni singolo scatto: ogni fotografia si offre alla visione, traccia digitale di natura, trasudando oltre l’immagine la vita che la attraversa.

Nel momento dello scatto viene liberato un impulso desiderante che si reitera nella molteplicità delle immagini, una molteplicità tendente all’infinito. Il desiderio che viene liberato dall’artista va inteso come riserva illimitata e libera di potenziale, così come ce ne parla Gilles Deleuze nelle riflessioni sul Corpo Senza Organi.

In Overwhelmed Till the Yearning #2 lartista opera come un’entità dinamica e informale che instaura connessioni e scambi fluidi sempre nuovi con altre entità, agendo come un campo di forze desiderante e sempre a venire.

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Nicole Voltan_PARA KLÀSIS. Profilo dinamico interno

Testo critico a cura di Carla Capodimonti e Simona Merra

Parte dell’indagine esistenziale dell’uomo è il bisogno di equilibrio, il ricorso ad un’apparente piattezza che permette di attribuire un ordine agli elementi, categorizzandoli e classificandoli. Questa ostinata volontà viene costantemente smentita dal logos dell’universo e dall’immutabilità dell’equilibrio delle parti presenti in natura.

Con PARA KLÀSIS Nicole Voltan mette alla prova la percezione del dato reale, tramite lo smascheramento del discorso ontologico, mostrandone chiaramente i meccanismi di classificazione necessari a una categorizzazione dell’esistente.

Attraverso un approccio pragmatico, l’artista indaga il rapporto tra dato oggettivo e soggettivo dei fenomeni terreni, acquisendo una consapevolezza scientifica e allo stesso tempo uno sguardo critico personale che colloca l’essere umano come nucleo di un tutto, approdando a una visione quasi antropocentrica.

In un flusso universale dove tutto cambia – “negli  stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo”[1] – l’uomo vive in continua divergenza/convergenza, riaffermando ciò che Eraclito definiva il logos indiviso, ossia la legge assoluta della Natura.

Hplc (Hidden Particles Lose Community), still da video, 2013

Hplc (Hidden Particles Lose Community), still da video, 2013

La dottrina dei contrari mostra l’interdipendenza di concetti opposti: nella video proiezione  HPLC (Hidden Particles Lose Community) l’artista annulla la separazione degli elementi, contrastando il meccanicismo della catalogazione. Ne risulta un indefinito numero di tracciati in contrasto e allo stesso tempo subordinati l’uno all’altro, ciascuno dei quali è definito solo per opposizione. Tramite un’utopistica inversione temporale, Nicole smaschera il determinismo umano, che necessita del processo di separazione proprio dell’analisi scientifica.

Lo sguardo soggettivo dimostra che le singolarità sono in relazione e in comunicazione tra loro: l’identico e il diverso si unificano a costituire la realtà di tutti i processi dell’esistenza, umana e cosmica.

Ed è proprio il pennino, nel Robot disegnatore, che con la scrittura casuale e la continua cancellazione dei tracciati, disintegra il concetto di scissione e l’inutilità del processo di dissociazione.

Robot disegnatore, installazione meccanica, 2013

Robot disegnatore, installazione meccanica, 2013

Per Nicole Voltan – artista eclettica e instancabile sperimentatrice – i principi scientifici costituiscono un pretesto per approdare a un linguaggio profondamente emozionale ed esistenziale, secondo cui “tutto l’universo della scienza è costruito sul mondo vissuto e se vogliamo pensare la scienza stessa con rigore, valutarne esattamente il senso e la portata, dobbiamo anzitutto risvegliare questa esperienza del mondo […]”.[2]

L’uomo non fa parte della Natura, ma è egli stesso Natura. Nicole riporta l’attenzione sul dato antropico, in relazione al quale si può affermare – citando il linguista francese Émile Benveniste – che “la coscienza di sé è possibile solo per contrasto. Io non uso io, se non rivolgendomi a qualcuno, che nella mia allocuzione sarà un tu.”[3]

Nessuno dei due termini è concepibile senza l’altro: entrambi esistono in un regime di interdefinizione reciproca.

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Isostasia 1, still da video, 2011

Ciò crea un equilibrio scientificamente definito “gravitazionale”, che si osserva nel video Isostasia 1, dove il “moto” – ossia la condizione di movimento strutturale del nostro pianeta – rappresenta lo specchio attraverso il quale natura e uomo convergono in un’unica direzione.

Con il “Principio di isostasia” si intende la tendenza della crosta terrestre a raggiungere una posizione di stabilità attraverso il galleggiamento; una condizione apparentemente precaria – o conflitto fra i contrari in superficie – che nasconde un’armonia in profondità.

Tale trapasso continuo e inevitabile da un opposto all’altro, costituisce sia il processo universale della realtà in divenire, sia la condizione necessaria o sostanza dell’Essere, in quanto ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione.

“La nostra anima è un fenomeno che cambia la permanente stabilità in permanente trapasso”[4]; in ogni essere è presente una doppia tensione – in senso centrifugo o di disgregazione e in senso centripeto o di composizione unificatrice – che deve mantenere un equilibrio costante nella conservazione perpetua del cosmo.

Isoipse plastiche, tecnica mista su tela, 2013

Isoipse plastiche, tecnica mista su tela, 2013

Proporzione e armonia appaiono in Isoipse Plastiche, opera che conquista un compimento nell’equilibrio naturale degli elementi e mezzo per ricreare quell’estetica dell’ordine che caratterizza la storia dell’arte fin dalla classicità. Un logos indiviso restituito tramite il ritratto plastico di un paesaggio dolomitico fortemente spersonalizzato e allo stesso tempo evocativo, che suggerisce il raggiungimento di una consapevolezza totale.

Il corpus di opere presentate per Galleria Cinica, mostra il rapporto fra suono, luce, buio e movimento, concetti chiave della poetica artistica di Nicole Voltan. La riproduzione del dato oggettivo, lascia spazio all’interpretazione attraverso meccanismi scientifici (Hplc), meccanici, (Robot disegnatore), movimento (Isostasia 1) e staticità (Isoipse plastiche) in grado di restituire un dialogo fra le parti. Si può risalire così al concetto di Entanglement universale, fenomeno quantistico già analizzato dall’artista in altre occasioni, per il quale due oggetti, anche se separati spazialmente, risultano strettamente dipendenti fra loro. Così si scopre che, nonostante tutto ciò che facciamo per dividere le cose, il tempo ristabilirà presto la loro unione.

[1] R. Mondolfo, “I frammenti del fiume e il flusso universale in Eraclito”, in Rivista critica di storia della filosofia, ANNO XV, fasc. 1, Gennaio – Marzo 1960, La Nuova Italia Editrice, Firenze, p. 6

[2] Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Studi Bompiani, 2003, p.17

[3] E. Benveniste, “La soggettività del linguaggio”, in Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, p. 312

[4] H. F. Fraenkel, “Dichtung und Philosophie des frühen Griechentums”, in Rivista critica di storia della filosofia, ANNO XV, fasc. 1,  Gennaio – Marzo, 1960, La Nuova Italia Editrice, Firenze, p. 5

(21/12/2013 h 18) Next opening: “Amedeo Abello & Cinzia Delnevo_Legami deboli”, a cura di Celeste Ricci

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Amedeo Abello, LIFE/FILE, 2013, Light box, negativo, 24x34x10 (x8), (in collaborazione con Federico Morando)

“E’ lo sguardo del flâneur, la cui forma di vita avvolge ancora di un bagliore conciliante quello futuro, desolato dell’abitante della grande città. Il flâneur è ancora sulla soglia, della grande città come della borghesia. Nessuna delle due lo ha ancora travolto. In nessuna delle due egli si sente a proprio agio; e cerca rifugio nella folla.”

(Walter Benjamin, “Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato”, Neri Pozza, 2012, pp. 22 e 24., in Chiara Cartuccia (testo critico a cura di), Amedeo Abello. La misura del caso, 2013)

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Cinzia Delnevo, Overwhelmed Till The Yearning #2, 2013, 1000 immagini. Stampa da negativo digitale, 10x15cm
“Non una o due o dieci, ma mille e più scatti, all’interno di orti botanici o boschi o giardini in giro per la rigogliosa città di Londra”. Un circuito fluido si attiva tra i frammenti di natura fotografati e l’artista che, perdendosi, si ritrova, immersa in un processo di rigenerazione.

(Laura Di Nicolantonio (testo critico a cura di), Cinzia Delnevo, n volte, 2013)

 

(13/12/2013) VIDEO DEL GIORNO su INSIDEART: “Isostasia 1”. Intervista a Nicole Voltan, di Claudia Quintieri

«Ho sempre portato avanti tutte le tecniche possibili in base a ciò che volevo raccontare», sono le parole di Nicole Voltan rispetto al suo lavoro di artista. Le prime opere presentate in accademia a Venezia, a metà degli anni 2000, erano scatole di polistirolo. In quel periodo faceva anche sculture e lavorava molto con l’assemblage. È di quell’epoca la sua prima personale a Milano al circolo culturale Bertolt Brecht, dove ha esposto principalmente dipinti. Nel 2011 si è trasferita a Roma da Venezia perché la città lagunare, nonostante un certo fermento, non riusciva a stimolarla quanto la capitale. La tematica principale, filo conduttore di tutta la sua produzione, è il rapporto arte-scienza: «Arte e scienza sono due opposti, ma complementari fra loro: l’una è totalmente emozionale l’altra è rigorosa e logica; l’arte è soggettiva, non è vincolata da nessun tipo di regola, come invece lo è la scienza: questo contrasto tra i due termini mi piace. Poi la scienza da un certo punto di vista è molto artistica, e anche religiosa: la meraviglia di certe immagini, ad esempio astronomiche e della natura stessa, sono una forma d’arte perché la natura è arte; dall’altro punto di vista è talmente rinchiusa nelle sue leggi che è bello stravolgerle e riuscire a interpretarla in modo più soggettivo e creativo», dichiara la Voltan. Nella sua storia personale, l’artista, fin da bambina, è stata attratta da tematiche scientifiche, ricorda una lettera a Babbo Natale in cui ha chiesto un microscopio e un telescopio per guardare le cose piccole e le stelle: questa passione è talmente radicata in lei, che ha portato con sé quel telescopio a Roma. Le costellazioni e il cosmo sono una parte essenziale di uno dei filoni che segue Voltan, sulle suggestioni nate dalla curiosità per cosmo e costellazioni ha incentrato la sua mostra 88trame alla galleria Whitecube al Pigneto, ora La Stellina arte contemporanea. Ma che cosa la affascina di cosmo e costellazioni? «Sono talmente vasti sia come superficie che come concetti che non finirà mai il mio approfondire ed entrare nelle leggi cosmiche, mi affascina poi l’estetica del cosmo e il fatto che si rispecchia anche nel micro: sto scoprendo l’associazione fra le galassie e le cellule su cui vorrei lavorare per un progetto futuro. La frase che mi colpisce di più dice che siamo fatti di stelle perché abbiamo gli stessi elementi che hanno le stelle», commenta l’artista. Questo legame fra micro e macro porta alla riflessione sull’unione degli opposti: “gli opposti sono complementari. L’uomo cerca sempre di dividere le cose: amore e odio, guerra e pace, bene e male, però se non esistesse l’uno non esisterebbe l’altro”, continua Nicole. In questo periodo si sta svolgendo la personale di Voltan Para Klàsis alla Galleria Cinica di Trevi, a cura di Simona Merra e Carla Capodimonti. Iniziamo dal titolo della mostra: Para Klàsis vuol dire rottura, qui entra in gioco il dialogare degli opposti nella discussione e nella lotta fra due estremi che porta all’equilibrio. In questa esposizione è presente in video Isostasia 1, da noi proposto, che si ispira al fenomeno fisico per cui la densità della Terra rimane sempre uguale, cambia solo l’assetto. Le riprese sono state fatte vicino Misurina, sulle Dolomiti, durante una passeggiata: da quelle immagini è nata l’idea del video. All’inizio si vedono rocce e montagne, essenziali nel discorso scientifico sull’isostasia. Poi si cammina, ma della presenza umana appaiono solo le ombre, una è quella dell’artista, ombre indicative di una ricerca di qualcosa che a volte manca: questa camminata rappresenta ciò che facciamo spesso nella vita, ovvero cercare l’equilibrio sia con noi stessi che con gli altri. Il suolo che è sotto di noi è ciò che ci regge in piedi e gli uomini hanno due gambe per cui perdono l’equilibrio fisico, ma anche l’equilibrio emotivo e interiore, più facilmente di un animale, a quattro zampe. A proposito di questi significati Voltan dichiara: «tutto quello di cui tratto è anche, in qualche modo, autobiografico e soggettivo: parto da una mia esperienza per arrivare a tematiche più collettive». Alla fine del video si vede il movimento di un lombrico che si ripete varie volte, a proposito di questo finale l’artista dice: «Il lombrico rappresenta la vita, è il classico elemento alla base della generazione del terreno, lo rende fertile. Poi ha la proprietà di essere una molla, di essere elastico: paradossalmente anche noi uomini dovremmo aspirare all’elasticità per adattarci alle cose dell’esistenza, ed essere anche sinuosi». Il tremore della telecamera ha un’origine tecnica perché le riprese sono state fatte a mano, ma è anche un modo di rappresentare il movimento stesso delle cose. Infine l’audio è composto da rumori umani come l’accensione di un accendino, il carrello della spesa, una lavatrice, perché, conclude Nicole: «sono in contrasto con la rappresentazione della natura, ma paradossalmente assomigliano proprio ai rumori della natura come i sassi quando rotolano o si sgretolano, quindi portano in sé l’equilibrio e il contrasto fra uomo e natura». Info: nicolevoltan.blogspot.com

Nicole Voltan, Isostasia 1, 2011

 

Intervista pubblicata su INSIDEART, 13 dicembre 2013: http://www.insideart.eu/2013/12/13/isostasia-1-di-nicole-voltan/

 

 

galleria cinica #7: Next opening…

↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓ A new exhibition is coming ↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓

Appuntamento sabato 21 Dicembre alle ore 18 con: Amedeo Abello & Cinzia Delnevo_Legami Deboli, a cura di Celeste Ricci

L’attività di questi due giovani artisti si basa su ricerche e linguaggi differenti e giunge di conseguenza a risultati che hanno pochi elementi in comune. Presentare la distanza piuttosto che la vicinanza, la singolarità INVECE che l’insieme è quello che la mostra si propone. Ispirata a un famoso saggio scritto dal sociologo Mark Granovetter nel 1973, La forza dei legami deboli, la mostra pone l’accento sulla distanza delle relazioni sociali – artistiche, e su quei “ponti” che legano mondi sociali lontani, i quali ci sarebbero altrimenti del tutto sconosciuti.

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Vi aspettiamo!!

galleria cinica #6. PARA KLÀSIS. Profilo Dinamico Interno. Intervista a Nicole Voltan, di Maila Buglioni

Bianco e nero, natura ed essere umano, dinamicità e staticità. Elementi opposti e caratterizzanti PARA KLÀSIS. Profilo Dinamico Interno, l’ultima mostra presentata negli spazi di Palazzo Lucarini Contemporary per il progetto Galleria Cinica.Immagine

L’esposizione, a cura di Carla Capodimonti e Simona Merra, è un focus sulla ricerca artistica di Nicole Voltan (Mestre, VE, 1984 – vive e lavora a Roma) orientata verso il mondo e suddivisa in tre filoni principali: cielo, terra e vita.

Laureata in decorazione all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Nicole lavora principalmente con l’installazione, ma anche con pittura, scultura e video. Un’indagine particolare, la sua, poiché prende spunto da fenomeni geologici e da leggi fisiche per elaborare una sorta di scienza alternativa con lo scopo ultimo di affermare l’impossibilità dell’uomo di forgiare concetti e postulati eternamente vigenti. Una premessa indispensabile per capire il lavoro dell’artista e che ricorda la famosa frase del padre della chimica Antoine-Laurent Lavoisier «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» (in Histoire et Dictionnaire de la Révolution Française, Parigi, Éditions Robert Laffont, 1998).

La nascita del suo interessamento nei confronti di questo campo, apparentemente distante da quello dell’arte, è spiegata dalla stessa Voltan con queste parole:

«la consapevolezza del mio interesse è arrivata solo due o tre anni fa, quando sono cresciuta ed ho iniziato a conoscermi in maniera più approfondita».

Una passione recondita, scaturita già da bambina grazie alle numerose gite scolastiche al Planetario o al Museo di Scienze Naturali locali, con:

«la curiosità di capire come funziona il mondo».

Tale curiosità di cui ci parla è stata veicolata anche per merito del padre, da lei definito come «un piccolo scienziato», il quale le ha trasmesso l’amore verso i minerali.

«É stato proprio lui che mi ha trasmesso questa passione e mi ha regalato il primo telescopio».

In quest’occasione la veneta riflette sull’antropologico bisogno e desiderio dell’individuo di comprendere l’equilibrio intrinseco delle cose attraverso un approccio scientifico, esaminando il micro e il macro e le relazioni fra genere umano e natura attraverso i mezzi espressivi dell’arte visiva.

Tuttavia, ciò che rende affascinante il lavoro di Nicole è il costante desiderio di sperimentare, parola chiave con cui è possibile sintetizzare la propria prassi operativa. Qualità, questa, percepibile già entrando nella prima sala, posta in penombra, con Robot disegnatore (2013): un congegno inventato appositamente per l‘evento in corso. Composto da un motorino meccanico, una lunga asta e un pennino a inchiostro, il macchinario è in grado di creare un disegno a china ogni volta differente su un foglio di carta collocato sul pavimento. Il dispositivo vive di vita propria, tuttavia l’artista interviene nel suo elaborato generando una collaborazione tra le due parti come visibile nel video http://www.youtube.com/watch?v=1_a8AuoNWH8&feature=youtu.be.

Afferma la Voltan:

«Per collaborazione con il robot  intendo questo: lasciare a lui la libertà di decidere quando scrivere e quando non scrivere, mentre io creo la composizione spostando l’asta del macchinario».

L’ideazione di tale opera deriva dall’osservazione dell’apparecchiatura HPLC, protagonista dell’omonimo video. Tuttavia, Nicole ribadisce in questi termini l’inconciliabilità tra macchina e uomo ovvero la differenza tra mezzi artistici e quelli scientifici:

«l’unicità del disegno prodotto dal robot da me creato deriva dalle sue imperfette fattezze. Infatti, mentre il concetto d’imperfezione si ricongiunge direttamente all’uomo, quello di perfezione è attribuibile alla sola macchina».

Inoltre, la ciclicità dell’automatismo e il tracciato risultante uniscono installazione e proiezione. Mentre nella prima esiste solo la possibilità di registrare un segno che rimarrà eternamente; nella seconda è rivelato il processo utopistico di scrittura e conseguente cancellazione della traccia indelebile. Lo spostamento del pennino, legato alle vibrazioni sonore che avvolgono la stanza, diviene illusorio nel corto HPLC (Hidden Particles Lose Community) poiché in esso nulla di definitivo è tracciato e tutto sembra assolutamente casuale. Il disegno elaborato dal robot simboleggia il limite o il bisogno umano di dover ordinare per categorie ogni cosa esistente nell’universo.

La riflessione sulla continua mutazione di ogni cosa, presente nel mondo e nell’opera appena illustrata, è al centro della riflessione dell’artista. Infatti, tutta la personale ruota attorno alla dottrina dei contrari di Eraclito – anche definita come logos indiviso – ossia la legge assoluta che governa la Natura. Secondo il filosofo greco, tutto nell’universo è subordinato a tale contrapposizione (bene e male, pace e guerra, caldo e freddo, etc.). Esemplare è il HPLC (Hidden Particles Lose Community) (video, 2013) http://vimeo.com/74471358 – realizzato nel laboratorio di Chimica Organica dell’Università La Sapienza di Roma – che inquadra il suddetto strumento, oggi sostituito dal computer. Un macchinario utilizzato in tale ambito per separare e riconoscere, sia qualitativamente che quantitativamente, i diversi componenti contenuti in una sostanza omogenea. L’inquadratura semi fissa e dettagliata permette di carpire i movimenti che il pennino meccanico traccia sulla carta millimetrata, a volte in modo lento, altre in maniera decisa. Le caratteristiche del tracciato risultante rappresentano il profilo del processo di separazione dei micro-elementi della china. Se nell’analisi scientifica domina la necessità di documentare il reale, in quella artistica governa il caso e l’utopia. Infatti, nella proiezione la disgiunzione tra le sostanze è annullata grazie all’inversione temporale: il segno trascritto è cancellato tramite il rewind del corto, evidenziando l’impossibilità di ri-costruire ciò che in precedenza è stato separato. Si genera così un conflitto tra creazione e distruzione, riunione e frattura risolvibile solo attraverso il dinamismo visivo.

L’essere umano non è Natura ma al contempo è parte di essa. Questa doppia condizione genera una riflessione antropocentrica, dove – come afferma il linguista francese Émile Benveniste – «la coscienza di sé è possibile solo per contrasto. Io non uso Io, se non rivolgendomi a qualcuno, che nella mia allocuzione sarà un tu» (Émile Benveniste, La soggettività del linguaggio, in Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pag. 312). Un ragionamento che ben si presta a spiegare l’installazione ubicata nella saletta adiacente e composta da un grande dipinto e un monitor. Con Isostasia 1 (video, 2013) http://vimeo.com/59136244 Nicole riflette sul fenomeno di equilibrio gravitazionale che si verifica sulla Terra tra la litosfera e la sottostante astenosfera ovvero la tendenza della crosta terrestre a raggiungere una posizione di equilibrio attraverso il galleggiamento. Protagonista del video è il moto, o più precisamente l’equilibrio come stato continuamente ricercato sia dalla natura sia dall’uomo (da quest’ultimo cercati sia per trovare una stasi interiore sia come adattabilità precaria all’ambiente esterno). Come si evince dalle immagini, l’individuo è un elemento passivo di fronte alla potenza del contesto circostante. Una supremazia da noi spesso dimenticata, soprattutto in passato quando si pensava che la terra fosse ferma mentre il sole e i pianeti ruotavano attorno ad essa. Le riprese proposte richiamano alla memoria le escursioni effettuate dai primi geologi e scienziati che, a fine Ottocento, si avventuravano in tali contesti, fino ad allora considerati pericolosissimi e pieni d’insidie qui sottolineate con la ripresa della nebbia e del tenebroso rumore di sottofondo. Nicole si cala in prima persona nei panni di questi pionieri per evidenziare la posizione d’instabilità e di continuo divenire cui ogni creatura deve sottostare per ritrovare l’equilibrio con il tutto:

«La Natura è la grande entità che decide tutto. ‘Isostasia 1’ dimostra la possibile conciliazione tra le parti ovvero l’equilibrio tra uomo e natura. Il video si apre con una visione sul cielo, sull’universo per poi spostarsi sulla Terra, riprendendo le rocce e successivamente sulle tre ombre camminanti che rappresentano noi stessi in equilibrio con ciò che ci circonda e con la nostra interiorità».

Sovrasta lo schermo la pittura Isoipse Plastiche (tecnica mista su tela, 2013), in cui è raffigurato un grande paesaggio dolomitico, opera sintesi di tutto il discorso affrontato. Il monocromo sottolinea la situazione di stasi ritrovata tra i due opposti – uomo e natura – restituendo, da una parte, il dato reale osservato con gli occhi (le dolomiti) e, dall’altra, ciò che analizziamo con la mente (il plastico).

Partita da concetti e fenomeni scientifici, rielaborati e manipolati attraverso mezzi artistici, Nicole arriva a creare una scienza artistica in grado di ripristinare il dialogo tra due ambiti apparentemente inconciliabili.

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 5 dicembre 2013.