Nicole Voltan, “PARA KLÀSIS. Profilo dinamico interno”: si preannunciano sorprese per la Preview! Siete curiosi?

In occasione della preview della mostra PARA KLÀSIS. Profilo dinamico interno in programma per venerdì 1° Novembre alle ore 15.30, l’artista Nicole Voltan realizzerà alcuni disegni insieme alla sua opera “Robot disegnatore”; pezzi unici che verranno esposti appositamente per Galleria Cinica, disponibili in vendita presso il bookshop del museo.

Il risultato di una performance unica, tra volontà umana e agire meccanico, che testimonia lo stretto rapporto dell’artista con la sua opera.

Immagine

In anteprima: uno dei primi disegni realizzati dal “Robot Disegnatore” (2013).

 

 

Annunci

LE STRATEGIE FANTASMA DI FRANCESCO CIAVAGLIOLI, intervista a cura di Giovanna Santirocco.

Strategie fantasma. Riproduzione – dissoluzione – pathos è una visione d’insieme delle ultime produzioni artistiche di Francesco Ciavaglioli, in mostra alla Galleria Cinica di Trevi (PG) fino al 27 di questo mese.
L’artista svela il mondo così come appare ai suoi occhi: pregno di passione, ricordi, ma anche di ombre, scie, fantasmi per appunto. La mostra raccoglie quattro lavori, ognuno dei quali degno di attenzione per la sua forza comunicativa. Nell’intervista, come in un percorso guidato, l’artista ci spiega il senso e ci illustra il processo tecnico delle sue opere, nelle quali la componente fotografica ha un peso fondamentale.

Cominciamo con una domanda generale. In molti dei tuoi lavori si ha la sensazione che la vera protagonista sia la tua memoria. Quanto è forte il rapporto fra il tuo passato e la tua arte? Quanto è importante, nelle tue opere, il tuo vissuto?

Anche se penso che il lavoro debba essere salvaguardato da ingerenze autobiografiche, credo che le due cose siano in una certa misura indissolubili. Non può essere tutto frutto di una gelida ricerca estetica ed è un bene che sia così, altrimenti l’arte sarebbe un lavoro come un altro. Ciò che tento di fare è concentrarmi sugli elementi di universalità che legano il mio vissuto a quello di tutti.

Tutti noi applichiamo inconsciamente meccanismi di transfert in diverse situazioni. Dare questo nome a una serie di opere, come hai fatto tu, spinge però lo spettatore a farlo coscientemente, e quindi a fare proprie le tue immagini tramite l’osservazione. Entri così in contatto diretto con la memoria dello spettatore, utilizzando una tecnica, fra l’altro, molto interessante. Ci puoi raccontare qualcosa di più?

In ogni trasferimento di sentimenti da una situazione passata a una attuale, ciò che si rimette in moto è il nostro sistema inconscio, e proprio per questo la gestione di tale fenomeno è considerata il principale strumento della psicoanalisi.
In questo senso, la tecnica utilizzata in questi lavori ha la stessa proprietà strumentale. Le fotografie stampate in digitale vengono trasferite mediante dei solventi su un altro supporto cartaceo in un procedimento molto rapido e gestuale, che non permette una gestione volontaria dell’immagine e lascia largamente al caso il risultato finale. In pochi secondi, l’immagine si scoglie e si ricompone, perdendo la sua attualità e la sua immediata riconoscibilità in favore di una evocazione fantasmatica. Diventa un’apparizione che, proprio in virtù della sua evanescenza, instaura un rapporto viscerale e perturbante con l’osservatore.

Nella sua natura analitica, l’opera Hortus mi ricorda il sistema zonale di Ansel Adams, in cui la stessa immagine può perdere o acquisire particolari basandosi sulla scala di grigi. Tuttavia, vedendo l’istallazione nell’insieme si ha la sensazione di “incontro” fra una cosa appena nata, dove l’immagine è più chiara e priva di particolari, e una cosa che invecchiando tende a scurirsi, per poi rinascere nel colore centrale. Come all’interno di un ciclo vitale perpetuo. Ho esagerato con l’immaginazione?

A prima vista l’installazione ha un che di optical, che può far pensare ad un sistema di gradazioni tonali. E a suo modo lo è: gli A4 che compongono l’installazione sono stati realizzati con una fotocopiatrice che, partendo dalla matrice a colori, applica lo stesso criterio di riproduzione copia dopo copia, in un sistema con una sua regola interna.
L’altro aspetto che hai notato di questo lavoro, cioè il riferimento al vivere organico, contribuisce a dare al tema della dissoluzione un aspetto esistenziale: il ciclo delle immagini, il loro apparire, sparire e tornare è anche e soprattutto, come dici esattamente tu, un ciclo vitale perpetuo. É propriamente della vita delle immagini che si vuole parlare e quindi anche della nostra vita.

Come accade nell’omonima opera di Renoir, in Bagnanti le tue figure oniriche ci appaiono libere e disinibite. Ritorna anche l’elemento del fantasma, ma in questo caso si ha l’impressione che sia tu a regalarci un tuo ricordo, senza però svelarlo del tutto. Qual è il vero significato di questo lavoro?

Sono molto affezionato a quegli scatti, ricordo perfettamente l’atmosfera di quel tardo pomeriggio d’estate che le immagini restituiscono, ma non è questo che mi ha spinto a condividerle.
In quelle foto si evoca un tema tradizionale dell’arte: a Renoir potremmo aggiungere Cézanne, Picasso o anche Fragonard, arrivare fino a Guercino, all’Apollo dormiente di Lorenzo Lotto e chissà quanti altri anche in epoche più remote. Questa dimensione ingenua e primigenia è il vero contenuto della foto: nonostante tutto, l’essere umano è ancora tale e gli piace giocare nell’acqua, come probabilmente ha sempre fatto. È anche in gesti come questi che si conserva la nostra storia e la nostra memoria collettiva.

In conclusione, mi piacerebbe conoscere la tua carriera artistica passata, la tua formazione e i tuoi progetti futuri. Le tue “strategie”, insomma. Come hai conosciuto il mondo della fotografia e come vorresti utilizzarla nel prossimo futuro?

I primi approcci fotografici risalgono a quando ero piccolo e rubavo a mio padre una sfavillante reflex Nikon dei primi anni ’80: non la sapevo assolutamente usare e da un rullino da trentasei scatti ne uscivano forse quattro, ma mi affascinava. Forse più come oggetto che come strumento: pieno di numeri pulsanti e levette, una sorta di astronave…
La macchina, sopravvissuta alla mia “curiosità” infantile, mi ha accompagnato negli studi in Accademia, montava un 50 mm che ancora utilizzo con grande soddisfazione. Dopo i primi anni di studi, il lavoro pittorico si è arricchito di una metodologia che sempre più spesso si avvaleva della fotografia. Ero colpito da artisti come Gerard Richter, Francis Bacon, e il loro particolare modo di rapportarsi a questo mezzo, che è ormai diventato uno strumento di ricerca insostituibile per me.
Al momento sarebbe difficile sintetizzare la mia condizione attuale e i molti progetti futuri: quel che è certo è che Strategie fantasma rappresenta un nodo importantissimo tramite il quale, anche grazie al contributo di Simona Merra e Saverio Verini, ho fatto molta chiarezza sul lavoro passato e ho raccolto nuovi stimoli e nuove idee.

Immagine

Francesco Ciavaglioli, Hortus, stampa digitale e fotocopie A4, 2013

Intervista pubblicata su ARTNOISE, 14 ottobre 2013.

Lo “Studio Visit” si trasferisce in Galleria! Preview della mostra personale “PARA KLÀSIS Profilo dinamico interno” e incontro con l’artista Nicole Voltan

In occasione di “Festivol 2013”, Galleria Cinica apre le porte al pubblico – venerdì 1° Novembre alle ore 15.30 – durante l’allestimento della mostra PARA KLÀSIS Profilo dinamico interno, personale dell’artista Nicole Voltan, a cura di Carla Capodimonti e Simona Merra.

L’incontro con l’artista, che illustrerà il suo lavoro, permetterà di sperimentare in maniera diretta la preparazione dell’esposizione. Un vero e proprio appuntamento in “work in progress”, esperienza unica nel suo genere, che precederà l’inaugurazione in programma per sabato 2 Novembre alle ore 18.00.

Immagine

 

galleria cinica #5. Strategie fantasma. Intervista a Francesco Ciavaglioli, di Maila Buglioni

Il sole fa capolino nella vallata umbra invogliando gli invitati a fuggire dalle afose città per trascorrere il primo week-end settembrino a Trevi, dove s’inaugura il quinto ma non ultimo appuntamento di Galleria Cinica dal titolo Strategie Fantasma. Riproduzione – dissoluzione – pathos di Francesco Ciavaglioli, a cura di Simona Merra e Saverio Verini.

L’indagine artistica di Francesco Ciavaglioli (Avezzano, 1983 – vive e lavora a Roma) – pittore, fotografo e video maker – si concentra sulla dissolvenza dell’immagine intesa come phantasma, come fatto mnemonico, affezione e pathos ovvero sul rapporto esistente tra la realtà dell’oggetto e la sua rappresentazione. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Perugia, l’attività dell’artista abruzzese si è spostata verso differenti forme creative grazie alla partecipazione a mostre personali e collettive fino all’ideazione di vari progetti culturali (dal 2010 al 2012 è stato direttore artistico del centro culturale COMBO, a Perugia, mentre nel 2012 fonda CALAVERAS STUDIO, collettivo di produzione video e documentari). Tra le sue ultime mostre: Dedalo – Aix en Provence, Perugia, Tubingen, Kulturhalle, Turbigen a cura di Antonio Senatore (2013); SPAM! Cartoline d’artista, a cura di Sguardo Contemporaneo, Fondazione Pastificio Cerere, Roma (2012); Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia, CITIZENSHIP: la giovane fotografia racconta la cittadinanza, a cura di Daniela De Luigi (2012).

Punto di riferimento dell’esposizione sono le riflessioni teoriche di Giorgio Agamben sulla natura ambigua e duplice delle immagini contenute in particolare nel saggio Ninfe del 2007, nonché quelle teorie cardine della riflessione estetica contemporanea – da Aby Warburg a Georges Didi-Huberman – che s’imperniano sulla formazione delle figurazioni e il loro svanimento, fra ripetizione ed entropia.

“La storia dell’umanità è sempre storia di fantasmi e di immagini, perché è nell’immaginazione che ha luogo la frattura tra l’individuale e l’impersonale, il molteplice e l’unico, il sensibile e l’intellegibile […]. Le immagini sono il resto, la traccia di quanto gli uomini che ci hanno preceduto hanno sperato e desiderato, temuto e rimosso.”.
(G. Agamben, Ninfe, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, pp.56-57.)

Lo stralcio qui riportato, ripreso dal testo sopracitato del filosofo italiano, evidenzia l’importanza assoluta delle raffigurazioni nella storia dell’uomo in quanto esse sono intese come il luogo in cui si addensa il ricordo degli eventi. Nozione, questa, che si collega ad Aby Warburg e al suo scritto Mnemosyne, secondo il quale le immagini sono i principali veicoli della tradizione culturale e della memoria sociale. Per lo studioso austriaco, infatti, esisterebbero delle figure archetipiche – caratterizzate da forme che si sedimentano e si ripresentano nel corso del tempo – cariche di un’energia che sopravvive sia all’artista che le realizza sia allo spettatore che le osserva. Figurazioni che appaiono, scompaiono per riapparire a distanza di secoli: un ciclo eterno che si rigenera dando vita a forme e contenuti sempre nuovi.

Muovendo da queste tesi e dal suo quasi ossessivo interesse verso l’entropia, Francesco

focalizza la sua attenzione sulla formazione dell’immagine e sul suo svanimento. All’interno delle due sale, infatti, sono allestiti una serie d’interventi site-specific, tra cui lavori inediti, realizzati attraverso varie tecniche: dalla fotografia al disegno, al video. Tutte opere che affrontano il medesimo tema attraverso differenti strategie come la dissoluzione, la percezione ottica, la vanità delle immagini, la memoria del visivo, la ripetizione delle forme… Interventi ideati per evocare:

“il lato nascosto del mondo visibile – il territorio della dissomiglianza.”
(G. Didi-Huberman, La Conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagni, Bollati Biringhieri, Torino, 2011, p.19)

La questione dell’apparizione e della conseguente erosione delle immagini è affrontata da Ciavaglioli attraverso differenti medium espressivi in tutta la sua produzione configurandosi come una traccia evanescente, fantasma, sfuggente all’occhio del suo osservatore. Fine ultimo della sua poetica è rallentare lo sguardo dell’astante, catturato dal flusso delle figurazioni che affollano il mondo contemporaneo, affermando l’atto del vedere come una scelta consapevole e mirata.

Esemplare è l’installazione che apre il percorso espositivo Hortus (2013, stampa digitale e fotocopie A4) composta da una serie di fotocopie raffiguranti la stessa immagine secondo una pratica singolare. L’artista è partito da una fotografia originale per fotocopiarla prima a colori e successivamente in b/n, ripetendo questo processo all’infinito fino all’annientamento di ciò che vi è raffigurato. Così operando il motivo floreale scelto diventa una sorta di archetipo contemporaneo, dove la riproduzione del medesimo tema produce la scomparsa della stessa matrice. Un’evaporazione documentata attraverso sottili e quasi impercettibili scarti tra un’immagine e l’altra per condurre l’invitato, passo dopo passo, verso la scomparsa del soggetto. Nonostante ciò, visto nell’insieme, l’intervento assume i connotati di un enorme paesaggio apposto sulla candida parete. Ne deriva un doppio movimento del pubblico durante la lettura del lavoro: di avvicinamento per cogliere il contenuto nella sua totale interezza e dissolvenza; di allontanamento per carpire l’immagine nella totalità delle sue variazioni. Uno spostamento che mette in evidenza la vera essenza di Hortus come vanitas odierna, come monumento all’effimero e alla caducità.

Alle nostre spalle, sulla parete opposta, scorgiamo Trasfert (2013, stampa digitale e solventi) ovvero un ciclo di quattordici composizioni ottenute dal trasferimento di stampe digitali al laser su supporto cartaceo attraverso l’utilizzo di particolari solventi. Gli interventi di manipolazione eseguiti da Francesco sul retro delle singole fotografie, conferiscono un’essenza pittorica alla nuova immagine ottenuta tramite tale tecnica. Si giunge così alla rarefazione del soggetto originario e all’impossibilità di riconoscerlo appieno, soprattutto nei minimi dettagli, invitando lo spettatore a uno sforzo cognitivo e interpretativo. Apparizioni effimere, fantasmi o figure evanescenti emergono dalle singole opere della serie:

“sentiamo che ci riguardano da lontano, che ci toccano, ma […] non conosciamo né conosceremo mai tutti i dettagli.”
(G. Didi-Huberman, La Conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagni,Bollati Biringhieri, Torino, 2011, p.27).

Poco distante, sempre nella stessa stanza, sono esposte, una accanto all’altra, due fotografie intitolate Bagnanti (2011, stampe digitali): scatti realizzati nel 2011 presso il Lago Trasimeno, vicino Perugia. In questo lavoro l’abruzzese ha impiegato una strategia diversa ovvero ha provocato la dissoluzione dell’immagine attraverso la semplice sovraesposizione della macchina fotografica, cosicché le figure impresse risultino evanescenti già nella matrice, riducendo al minimo l’intervento in fase di post-produzione. Il risultato è la lettura di uno scenario estivo appena delineato, dove impercettibili bagnanti s’intravedono all’orizzonte, come fossero visioni oniriche, rappresentazioni caricate di una temporalità indefinibile.

Nel secondo ambiente, invece, è proposto il video Pretty Little Town (2013, video loop 3’) girato all’interno di un teatro meccanico realizzato negli anni Sessanta – il Teatrino di Norimberga – presente nello storico parco divertimenti della Città della Domenica di Perugia. Nel teatrino automatizzato è riprodotto in scala ridotta un paese popolato di peluche che con il tempo, a causa del ripetuto movimento dei pupazzi, sta perdendo la sua originaria funzionalità. Scopo ultimo del corto è suggerisce all’osservatore l’accostamento tra il villaggio di peluche, comunità apparentemente felice, e la società contemporanea nella quale molti individui, spesso inconsapevolmente, eseguono in modo macchinoso una serie di azioni, consumandosi alla stregua dei pupazzi. Ritornano anche qui i concetti di entropia e di consunzione accentuati dall’utilizzo di campi ravvicinati della macchina da presa e dal montaggio che, scandito da un ritmo lento e ossessivo, evidenzia la continua reiterazione dei gesti effettuati dai personaggi inumani ripresi. Inoltre, la visione di Pretty Little Town è limitata dallo schermo di piccole dimensioni su cui è proiettata. In questo modo il pubblico è invitato a entrare letteralmente nella scena riprodotta per imporgli un punto di vista claustrofobico e voyeuristico al contempo.

Per apprendere al meglio l’opera invito alla visione del video visibile al seguente link: http://vimeo.com/74459127; parallelamente, abbiamo intervistato Ciavaglioli per entrare più a fondo nella sua ricerca

Francesco, nella mostra Strategie Fantasma ha impiegato differenti tecniche o ‘strategie’ per arrivare a proporre opere i cui soggetti risultano evanescenti come fantasmi o visioni oniriche di mondi altri. Temi, come l’ambiguità o la duplicità dell’immagine, ripresi dalla lettura di grandi estetici contemporanei come Agamben…: da cosa deriva questa tua propensione verso la filosofia e in particolare al filone estetico?

“Sicuramente deriva dalla mia formazione accademica, nel diploma di specializzazione la mia tesi era in Estetica e trattava gran parte degli argomenti che ancora nutrono il mio lavoro. Credo che riferirsi a un pensiero nella propria produzione artistica non voglia dire semplicemente “motivare“ il proprio lavoro, credo che sia piuttosto un atto di responsabilità che fornisce al pubblico gli strumenti per la comprensione e la critica del lavoro contestualizzandolo, nei suoi limiti, nell’orizzonte della cultura contemporanea. In questo senso la dissoluzione delle immagini non vuole essere soltanto una cifra stilistica, ma uno strumento attraverso il quale s’indagano le immagini, la loro resistenza e la loro persistenza nell’immaginario individuale e collettivo. Testare le immagini in differenti medium costituisce una ricerca incrociata il cui metodo è esso stesso parte dell’opera e il cui risultato non è prevedibile al 100%, per questo ho scelto il termine Strategia per indicare le varie tipologie di lavoro. In ognuna di esse si attua un programma volto non tanto alla definizione di un’immagine, ma al recupero del suo potere interrogativo.”

Nelle opere proposte ho notato una certa vicinanza con lavori di celebri artisti del passato come le sperimentazioni fotografiche di Man Ray, le immagini del francese Eugène Atget o quelle dei Surrealisti, fino ad arrivare ad autori contemporanei come il giapponese Hiroshi Sugimoto. Senti di avere qualche legame con loro? Oppure hai altri artisti di riferimento?

“Ho conosciuto Atget tramite un saggio di Georges Didi-Huberman Ninfa moderna, sul panneggio caduto:  sicuramente lui e gli altri fotografi contenuti nel volume, come Moholy-NagyLotar e i tanti anonimi reporter parigini dei primi del novecento hanno esercitato in me una certa influenza. Con la loro attenzione ai dettagli apparentemente marginali hanno letteralmente espresso la vita organica di una città mostrandone le viscere più intime. Un cumulo di stracci o un rivolo di liquami sotto un marciapiede è una cosa che ci riguarda più di quanto crediamo. Per quanto riguarda il surrealismo non sono molto affascinato dalla vena prettamente onirica relativa a un proprio presunto passato psichico, sono invece attratto da certo Max Ernst, penso ad esempio a La Femme a cent téte, ovvero a quelle operazioni che deflagrano in un immaginario che riguarda tutti. Non conoscevo Sugimoto in particolare, ma apprezzo molto la cultura visiva giapponese, il mondo fluttuante esprime una sospensione costantemente ricercata nei miei lavori. Potrei aggiungere altri artisti conosciuti direttamente o indirettamente, ma potrei anche fare riferimento a esperienze extra artistiche come il Mnemosyne di Warburg o l’opera di Henry Darger la cui follia ha involontariamente prodotto dei sistemi di rappresentazione incredibilmente interessanti in cui la riproduzione e la ripetizione delle forme erano la base per dei veri e propri formulari narrativi.”

Nei tuoi lavori l’attenzione verso il dettaglio, verso il soggetto come protagonista dell’opera scompare per lasciar posto all’annullamento dell’immagine originaria e del tempo cui esse si rifanno. In tali opere scorgo l’intenzione, da parte tua, di allontanare lo spettatore dal dato reale, dal mondo attuale per immetterlo in una visione onirica…, giusto? Se sì perché?

“Il primo sforzo che compie un’immagine è quello di sovvertire i tempi e cercare immediatamente dei riferimenti nella memoria storica o personale, il mio lavoro tenta di sfruttare questo canale temporale liberando le immagini degli elementi di attualità e spesso anche della materialità del lavoro per produrre una visione il più possibile slegata da qualsiasi riferimento tecnico mediale o contingenziale. Un’idea alla quale sono molto legato è quella espressa dalla parola di origine greco bizantina Acheropita, che significa non dipinto da mano umana e si riferisce in particolare alle icone e alle immagini di origine miracolosa come la Sacra Sindone o altre reliquie. All’interno del mio lavoro questa idea nutre un aspetto importante che riguarda la natura materiale dei lavori, sia quelli realizzati con espedienti manuali che automatici o meccanici. Puntando ad un immaginario mnemonico o come suggerisci tu onirico, in ogni caso come un fatto mentale o spirituale, non posso che cercare immagini che risultino come apparse o emerse. Fantasmi.”

Mentre in Bagnati, Transfert, Hortus l’allontanamento dalla realtà (per dar luogo a visioni altre da essa) comporta un avvicinamento all’opera stessa (per coglierne i dettagli) e un conseguente passaggio verso un altro mondo (almeno mentalmente); nel video Pretty Little Town l’allontanamento dalla realtà per immettersi nel mondo dei peluche e il conseguente avvicinamento letterale a esso produce una repulsione verso il mondo proposto ma anche una riflessione profonda su ciò che distrugge la società contemporanea ovvero la reiterazione delle stesse azioni, gesti, movimenti… Se nelle opere bidimensionali nasce un’apertura verso mondi possibili ma irrealizzabili, nel filmato si scorge una vena polemica, una condanna nei confronti della realtà sociale attuale… Da cosa nasce questo scostamento? Sono ricerche differenti oppure l’una è il conseguente sviluppo dell’altra?

“Il video non si scosta dagli altri lavori, semplicemente contestualizza la dissoluzione e la vita delle immagini, in altri termini. In Pretty little town viene proposto di fatto un documento video riguardante un teatrino meccanico risalente ai primi anni sessanta, l’intenzione principale è quella di mostrare la dimensione tragica di un sistema meccanico che si autodistrugge proprio a causa del suo stesso funzionamento, in un processo lento ma inesorabile di autoconsunzione. Il teatrino agli occhi dei nostri padri doveva apparire come un qualcosa di divertente e di stupefacente, ma dopo 50 anni di repliche la rappresentazione si è rovesciata in qualcosa di stantio: i pupazzi sono letteralmente consumati e soprattutto i loro gesti sono diventati sinistri, ambigui e in alcuni casi incomprensibili. Più che una polemica diretta, il lavoro punta all’evocazione del fantasma della trasformazione di una società, ma è chiaro che se lo osserviamo in termini storici non possiamo fare a meno di osservare come un’attrazione costruita in pieno boom economico e che forse di quella società attiva e laboriosa ne rappresentava uno specchio, sia arrivata negli anni delle crisi internazionali con una disgregazione alla quale forse, era già destinata in tempi non sospetti.”

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 4 ottobre 2013.

galleria cinica # 5. “OPERARI_lavoro di forme”. Intervista a Melissa Giacchi, di Maila Buglioni

Pittura, suoni, disegni, video ed installazioni architettoniche. Pratiche artistiche diverse che finora hanno allestito gli spazi di GALLERIA CINICA, progetto ideato da Maurizio Coccia e Mara Predicatori per Palazzo Lucarini Contemporary – ex Flash Art Museum di Trevi (PG).
L’intensa programmazione, arrivata al quarto appuntamento, propone per l’estate OPERARI Lavoro di Forme, un interessante progetto di Melissa Giacchi in collaborazione con l’Associazione Culturale Dancity, a cura di Carla Capodimonti.

OPERARI scaturisce dalla collaborazione di sinergie differenti ma affini per intenti: un architetto, un’associazione culturale locale nata dal desiderio di esplorare il panorama artistico e musicale in continuo movimento/mutamento della provincia perugina, e una danzatrice. Tre realtà che hanno dato vita ad un’opera innovativa e coinvolgente, lontana dai soliti cliché espositivi. Obiettivo ultimo è coinvolgere totalmente lo spettatore grazie al connubio di molteplici pratiche: da quella visivo-architettonica a quella musicale, dal video al movimento corporeo restituito a passi di danza contemporanea.

Un’indagine che prende le mosse dallo stesso titolo della mostra: un termine che attinge dal latino ŏpĕro ovvero lavoro, per svilupparsi attraverso una struttura composta da forme di matrice geometrica, ognuna delle quali, appunto, opera e/o agisce con la sua adiacente per dar vita ad un linguaggio volumetrico che si concretizza nella terza dimensione.

Il lavoro, già esposto nel 2012 all’interno del Dancity Festival di Foligno, è stato riadattato agli spazi di Palazzo Lucarini. Infatti, per Galleria Cinica l’analisi strutturale originaria è stata ampliata grazie ad una riflessione sui concetti di micro e macro architettura affrontati in riferimento sia all’ambiente sia al rapporto con l’astante.

Melissa Giacchi – classe ’84, architetto d’interni, designer e curatrice di allestimenti e scenografie, nonché parte attiva del collettivo Dancity – ha trasformato le due sale dello spazio espositivo attraverso un intervento multidisciplinare. Oltrepassato un velo scuro, si accede nella prima stanza, dove la performer Lucia Guarino interagisce con il complesso organismo nero che, come una seconda pelle, si aggrappa alle pareti circostanti, come documentato nel video della performance: http://youtu.be/IHlV2ZU6hP8.

Riferimento della conformazione di OPERARI, e dei suoi singoli solidi volumetrici, sono le strutture degli organismi multicellulari, nelle quali le varie cellule differenziate assumono fattezze molto diverse, che rispondono a funzioni altamente specializzate. Nel secondo ambiente un micro – OPERARI fa da contraltare al video di Paolo Pinaglia, imperniato sul tema della percezione, dove è posta in primo piano la vita della materia attraverso una serie d’immagini macroscopiche che mostrano la composizione modulare di essa, come un tessuto cellulare vivo ed in continuo movimento (http://youtu.be/VkIcZ3ttklI).

Il tutto accompagnato dal suggestivo sottofondo musicale elaborato dal duo Schroders e diffuso in entrambi gli ambienti. Un’esposizione studiata nei minimi dettagli in cui immagini, suoni, forme e movimenti risultano in perfetta armonia. Ne deriva un itinerario verso i labili confini che dividono l’arte visiva dall’architettura. Fine ultimo dell’intervento è proporre una riflessione sul come il pubblico odierno percepisce l’arte contemporanea ovvero su quelle consuete domande che l’utente si pone, ri-proponendo un dibattito ancora oggi attuale.

Di seguito, abbiamo intervistato l’architetto d’interni, designer e curatrice di allestimenti e scenografie, nonché parte attiva del collettivo Dancity, Melissa Giacchi.

OPERARI. Lavoro di Forme è un progetto basato su una struttura geometrica dove ogni singola parte collabora e/o lavora con l’altra attraverso un linguaggio volumetrico da cui si origina un’installazione ambientale. Come nasce l’idea di questo progetto?

“Il progetto OPERARI è nato lo scorso anno in occasione della mostra RETROACTIVE dell’artista e graphic-designer Trevor Jackson per il Dancity Festival, festival di musica elettronica e arti digitali. Il tema del festival 2012 era “Labour of love”, l’amore e la passione per il proprio lavoro. Dal concept prende forma una personale riflessione circa le strutture reticolari ad impianto geometrico, sistemi che necessitano di collaborazione tra ogni singolo elemento che le compone e al loro forte rimando all’aggregazione degli organismi multicellulari. Due concetti che accomunano il lavoro e la matrice geometrica propria di molti dei miei progetti personali.”

L’installazione site-specific, consistente in una successione di poliedri formati dall’assemblaggio manuale di poligoni di cartone precedentemente tagliati al laser, oggi ospitata presso Palazzo Lucarini Contemporary, è stata già presentata nel 2012 a Foligno per il Dancity Festival, festival di musica elettronica ed arti digitali. Spazi diversi e ambienti differenti che hanno sicuramente comportato un riadattamento dell’opera alle due stanze della GALLERIA CINICA. In che modo hai proceduto?

“La diversità dei due palazzi si contrappone alle loro somiglianze, date dalla forte connotazione storico-architettonica degli spazi altamente caratterizzante. In entrambi i casi l’installazione OPERARI si pone come un tessuto volumetrico che non vuole mascherare il contenitore ma aggrapparsi allo stesso come una seconda pelle.
In dettaglio, presso Galleria Cinica ho notato una forte linearità delle sale date, interrotta solo in un punto da una sporgenza di un pilastro portante posto lungo i muri perimetrali: proprio in quell’angolo s’innesca il movimento volumetrico che dal pavimento corre in altezza lungo lo spigolo per dispiegarsi poi nel soffitto.”

La riflessione sui concetti di macro e micro architettura, su cui rifletti in questa mostra, è una delle indagini-cardine intorno a cui s’impernia la ricerca di architetti che operano ponendo attenzione sia all’ambiente/luogo/paesaggio in cui il loro progettare s’inserisce, sia all’uomo in quanto individuo che usufruirà di tale struttura. Con l’organismo-OPERARIhai immesso un tuo lavoro all’interno di un contesto inusuale ovvero uno spazio museale e storico. Cosa significa per te estrapolare una struttura architettonica e riadattarla a tale contesto? E perché hai accettato questa sfida?

“Io mi occupo d’interni per cui ogni intervento che faccio è una sfida che accetto con me stessa per rispondere al meglio alle esigenze dell’uomo che ne usufruirà. In particolare, OPERARI fa parte di un progetto personale che ho avviato da un anno dal nome “ABITO”, che ha a che fare con l’architettura e che rimanda sia all’attenzione e la cura che il sarto dedica nel cucire su misura un abito per il proprio cliente, sia al tempo presente del verbo ABITARE, che riveste un ruolo importante nel mio lavoro, visto che noi abitiamo gli spazi. OPERARI nasce come un abito, essendo un’installazione site-specific progettata ed installata completamente in loco ed è quindi l’abito che io ho studiato per Galleria Cinica.”

L’opera presentata, in piccolo e in grande formato, genera una seconda pelle ovvero vuole essere una sorta di tessuto architettonico che si aggrappa alle pareti della Galleria Cinica per trasformarla, immettendo l’osservatore in un’architettura di solidi. Che ruolo ha lo spettatore all’interno della tua opera? Diventa il fulcro dell’opera oppure è solo un astante passivo che deve sottostare allo spazio da te modificato?

“Il concetto dello spettatore mi sta molto a cuore, perché io stessa una volta terminato un progetto, qualsiasi esso sia, sono spettatore. Colui che guarda è parte dello spazio e diventa il punto di riferimento e l’unità di misura per Operari in formato macro e micro, che ritroviamo appunto nelle due sale. Detto ciò il suo ruolo non può che essere attivo e partecipativo.”

Oltrepassata la performer e la macro struttura, si entra nella seconda stanza, dove un micro-OPERARI si contrappone a un video proiettato sulla parete di fronte. Che cosa vuole rappresentare il filmato? E perché opporre un micro-organismo a una proiezione video ovvero che relazione esiste tra loro?

“I due elementi sono strettamente connessi: un plastico sospeso di OPERARI, quindi una riproposizione in scala dell’allestimento presente nella prima stanza e la proiezione in scala di una serie di campionature di tessuti materiali, pelle umana e cellulosa fatta con un microscopio a telecamera digitale. Un video realizzato da Paolo Pinaglia che rende macro e quindi ben visibili strutture invisibili, quindi micro. Torna l’antitesi e si conferma la struttura a base geometrica di molti dei materiali con cui ogni giorno entriamo in contatto.”

In occasione del vernissage hai voluto che la danzatrice professionista Lucia Guarino eseguisse una performance, in modo da creare un dialogo attivo tra la performer, l’opera ed il pubblico. Un esperimento riuscito che ha coinvolto maggiormente lo spettatore rendendolo partecipe dell’installazione grazie ai movimenti eseguiti dalla danzatrice mascherata, semplice rappresentazione dell’osservatore. S’innesca così una riflessione sulcome oggi il pubblico percepisce l’arte contemporanea e sulle difficoltà di poterla comprendere appieno da chi non è addetto ai lavori…

“Io credo che l’arte contemporanea viva delle difficoltà legate alla comprensione di alcune opere. Io vivo personalmente tale difficoltà ed ho voluto denunciare tale limite portando in sala lo spettatore ideale, quello che ogni artista vorrebbe di fronte alla propria opera, che comprende appieno il progetto tanto da entrarne a far parte e assumerne le sembianze. Lucia Guarino con la sua performance ha esaudito il mio desiderio: quello di vedere uno spettatore perfettamente catturato dall’opera nella sua interezza, compreso l’aspetto audio che non sarebbe stato possibile senza l’aiuto del duo Schroeders, di Niccolò Tramontana e Stefano Galli, anche loro della famiglia Dancity.

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 4 agosto 2013.

Carla Capodimonti in occasione di “CREOLO”, terzo appuntamento di Galleria Cinica, intervista di Daniela Cotimbo

Arrivata ormai al terzo appuntamento, Galleria Cinica, progetto curatoriale di Carla Capodimonti per Palazzo Lucarini Contemporary, si ascrive a tutta una serie di fenomeni che negli ultimi tempi si occupano di tracciare una mappa delle esperienze artistiche emergenti in Italia.

Due sale dell’interessante spazio del palazzo di Trevi sono destinate all’avvicendarsi di progetti espositivi presentati da giovani curatori e riservati ad altrettanti giovani artisti. Dopo i primi due episodi che hanno visto protagonisti Diego Petroso, Mauro Vitturini e Diego Miguel Mirabella, è ora la volta di Cloro cloro & lelimane con Creolo, intervento curato dalla stessa Carla.

Gli artisti, operanti sul territorio marchigiano, portano avanti da tempo una interessante ricerca che si serve del video-mapping come strumento per interventi nel contesto urbano. Attraverso l’ausilio della proiezione, essi sono in grado di trasformare l’aspetto dello spazio pubblico con interferenze performative e transitorie.

In questo caso l’operazione viene traslata nell’ambiente istituzionale del museo attraverso un processo inverso: sono infatti i manifesti pubblicitari prelevati dalle strade della provincia marchigiana ad essere ricontestualizzati nello spazio del museo dove, con una serie di interazioni visuali, se ne ridefinisce la natura iconica.

Carla ci parla della sua esperienza e di questo suo ultimo ambizioso evento che è stato inaugurato lo scorso 25 maggio e sarà visibile fino al 30 giugno.

Come sei entrata in contatto con questi artisti?

Conosco Cloro cloro da una vita. Siamo amici e quindi ho sempre seguito quello che ha fatto in questi anni, dai suoi studi, alla ricerca, ai turbamenti… Qualche mese fa lui era ospite da me a Roma e gli ho proposto di presentare un progetto per Galleria Cinica. Mi incuriosiva dar vita, non ad una vera e propria mostra, ma a un esperimento, con un linguaggio nuovo e persone che hanno poco a che fare con il mondo istituzionale. Lui ha accettato, dicendomi che voleva coinvolgere anche questo collettivo, Lelimane, e mi ha messo in contatto con loro.

Trovo molto stimolante l’idea di allargare l’interesse museale a sperimentazioni di diversa natura. Come sei riuscita in questo caso a coniugare le due istanze?

Questo aspetto si lega molto al tipo di intervento che hanno realizzato i ragazzi: il video-mapping solitamente si sviluppa in spazi aperti, realtà urbane metropolitane, o luoghi dedicati alla musica, soprattutto elettronica. In realtà è il primo intervento di video-mapping che viene fatto all’interno di uno spazio chiuso e soprattutto “istituzionale”, la sfida è stata doppia. L’idea di base è stata proprio quella di utilizzare uno spazio che fosse riconosciuto come istituzionale e metterlo alla prova, farlo uscire dalle sue quattro mura attraverso metodologie artistiche nuove, giovani. Tutto questo è alla base di Galleria Cinica. Nel caso di questa mostra l’abbiamo fatto con l’utilizzo di un linguaggio sperimentale e rimodellando lo spazio (come ti dicevo abbiamo chiuso una stanza e creato una parete dove abbiamo proiettato).

In cosa consiste nello specifico Creolo?

Creolo è un’installazione in cui cartelloni kitsch di serate danzanti al ritmo del liscio sono rielaborati con la tecnica del video-mapping. Essa permette di ottenere effetti spettacolari di proiezione su superfici reali. I cartelloni, che caratterizzano le strade della provincia marchigiana (e non solo) vengono reinterpretati: dalla loro forte connotazione locale, passano ad un aspetto del tutto nuovo che li avvicina alle grandi realtà. Con Creolo, il collettivo riflette sulla costante condizione dell’artista interno/esterno alla realtà in cui vive: uno status che ognuno di noi porta con sé per sempre e che spesso non riesce ad abbandonare; per questo i ragazzi decidono di appropriarsene fino in fondo e di rivisitarlo attraverso un medium contemporaneo. Creolo, inoltre, significa “derivato” o “nuova costituzione”. Il creolo è il meticcio, che proviene da diversi incroci etnici e quindi l’installazione ha anche questo forte aspetto antropologico; ciò che ne viene fuori è inevitabilmente un ibrido.

Qual è stata la ricezione del pubblico del museo a questo esperimento?

Le reazioni sono state strane, insolite. La gente entrava nella stanza e rimaneva sbalordita, sorpresa. Una volta usciti, l’espressione nei volti cambiava: era come se tutti trattenessero l’entusiasmo o ciò che l’installazione aveva suscitato in loro perché si ritrovavano di nuovo catapultati nella realtà istituzionale del museo, come se il resto delle sale richiedesse un diverso tipo di atteggiamento. Quella tenda nera divideva due mondi! Le reazioni sono state diverse anche a seconda dell’età: i giovani sono sicuramente più vicini a questo tipo di linguaggio. Abbiamo scoperto che molta gente è fan di Joselito, ed è come se finora si fosse vergognata di dirlo. Vederlo appeso così ad una parete ha legittimato in qualche modo quel loro giudizio positivo.

Galleria Cinica si è dimostrata da subito una realtà aperta a vari ambiti territoriali, ma tante volte mi hai fatto presente la volontà che diventasse una vetrina di visibilità anche, e soprattutto, per le ricerche locali. Mi chiedo, dunque, se in questo tuo periodo di esplorazione hai avuto modo di rilevare fenomeni interessanti in tal senso.

Sì, conoscendo bene la realtà locale, ho avuto modo di scoprire iniziative interessanti. La prossima mostra che inaugureremo a luglio vedrà protagonisti proprio dei giovani umbri che collaborano con prolifiche associazioni locali. Cloro cloro & lelimane non sono umbri, ma sono molto vicini a noi; anche loro provengono da una realtà provinciale, quella marchigiana, molto simile alla nostra. L’espressione che hanno utilizzato caratterizza anche i modi della nostra regione. Qui c’è un forte associazionismo giovanile che deve costantemente fare i conti con amministrazioni comunali che danno pochissimo spazio a certe iniziative. Peccato, perché ci sono delle veramente realtà interessanti.

Gli interventi di video mapping sono generalmente pensati come performativi e transitori. Cosa ha comportato il convogliare questo modo di operare nella dimensione museale?

Questo è uno dei motivi che ha reso l’installazione ancora più insolita e sperimentale. Gli artisti, per l’occasione (e non potevano fare diversamente perché la mostra dura più di un mese) hanno realizzato il progetto, lo hanno messo sul pc e hanno regolato in loop la proiezione. Di solito il video-mapping non si protrae così tanto nel tempo, è stato “riadattato” ai tempi del museo… Un vero e proprio ibrido, come dicevo.

Alla luce di questi tre episodi di Galleria Cinica e in vista dei prossimi si può dire che tu sia riuscita, grazie anche alla disponibilità di Maurizio Coccia e Mara Predicatori, a ritagliarti uno spazio di libertà assoluta dove gli artisti possono sperimentare pur in dialogo con una realtà istituzionale. Quali sono le forze e le debolezze di questo sistema?

Le forze sono i giovani: la nostra voglia di fare, di scoprire, sperimentare e sacrificarsi per fare tutto ciò. La debolezza più grande è la mancanza di fondi che potrebbero permettere un lavoro ancora migliore.

Pensi che questo progetto stia smuovendo l’ambiente circostante stimolandone l’ interesse e favorendone la crescita?

Lo spero. Ho visto persone che non vi erano mai entrate prima. Ragazzi che si interessano a linguaggi nuovi, che si meravigliano di quanto l’arte è in realtà vicina alla vita di tutti i giorni, alle riflessioni e ai pensieri che ognuno di noi fa.

Intervista pubblicata su ARTNOISE, 31 maggio 2013.

galleria cinica 4#. cloro cloro cloro & lelimane, about ‘creolo’, di Maila Buglioni

Il terzo appuntamento di Galleria Cinica, progetto inserito all’interno della programmazione di Palazzo Lucarini Contemporary, è dedicato alle innovazioni tecnologiche digitali, sempre più impiegate nell’arte contemporanea.

Protagonisti dell’intervento denominato Creolo, a cura di Carla Capodimonti, sono CLORO CLORO CLORO & LELIMANE. Un giovane collettivo marchigiano che ha realizzato un’opera di video mapping – una tecnica che consente di proiettare immagini digitali su superfici reali – il cui contenuto è strettamente connesso con il loro background culturale. Il lavoro, infatti, è ideato partendo dalla rielaborazione digitale di icone provenienti dalla realtà urbana regionale, fortemente iconicizzate e tipiche del folklore locale come i cartelloni dei manifesti pubblicitari. Come afferma la curatrice, gli artisti sono partiti  ”dalla rappresentazione cartellonistica kitsch di serate danzanti al ritmo del liscio’, per poi sviluppare ‘linguaggi prettamente contemporanei con l’utilizzo della tecnica del video mapping che rende possibile una sorta di animazione reale su un’apparente piattezza formale”.

Generalmente tale pratica espressiva è utilizzata in spazi aperti e molto grandi delle città e legata all’ambiente musicale, in particolare all’elettronica. Tuttavia, per l’occasione è stato elaborato un intervento site-specific, studiato per essere immesso in uno spazio chiuso e istituzionale come quello di un museo, ovviando ad eventuali criticità ed inserendosi perfettamente nel contesto che rispecchia quello originario ovvero l’ambiente provinciale.

Il titolo Creolo significa “derivato” o “nuova costruzione”. Il creolo è il meticcio, che proviene da diversi incroci etnici. Ci spiega Carla che: ‘L’installazione ha un forte aspetto antropologico ed in questo senso è inevitabilmente un ibrido perché contiene in se una forte connotazione provinciale a causa dell’utilizzo di manifesti pubblicitari di ballo liscio, fortemente locali, ma nello stesso tempo è caratterizzata da una forte riproposizione e ri-contestualizzazione in chiave contemporanea che dà al lavoro un aspetto più ampio e metropolitano. Un concetto ambivalente che si riferisce anche all’aspetto tecnico: il video mapping, diversamente dal solito, è stato riadattato ai tempi del museo, procedendo in loop.’

L’esito finale è la creazione di una singolare opera in cui arte e tecnologia si sposano alla perfezione e dove è possibile cogliere l’affinità esistente tra CLORO CLORO CLORO & LELIMANE. Un’intesa nata grazie ad un incontro fortuito: si sono conosciuti nel 2008 ad Urbino divenendo coinquilini della stessa casa. Tuttavia, fin dal primo momento hanno compreso che c’era qualcosa che andava oltre la condivisione degli stessi spazi abitativi. Riporto le loro parole:

“Credo che il primo caffè che abbiamo preso insieme è stato il punto di partenza della collaborazione al tempo ancora ufficiosa, poi quella ufficiale è arrivata cinque anni dopo con CREOLO, che è un po’ il punto di arrivo delle nostre visioni e delle nostre esperienze fatte assieme. Ogni Gesto fatto assieme ogni parola, colore, visione etc… erano una buona scusa per fare arte!’

Scopo ultimo del loro lavoro è generare immagini decontestualizzate, lontane dall’ambito da cui sono state prelevate, al fine di attuare un disorientamento creativo e un successivo ri-orientamento. In questo modo si vuole favorire una riflessione sulla posizione dell’autore ovvero sul suo essere al contempo interno ed esterno rispetto alla comunità e alla realtà in cui vive. Da qui l’intendo di coinvolgere e condurre il pubblico verso una visione altra della realtà, lontana da ciò che ognuno di noi quotidianamente vive, rimanendo contemporaneamente ben ancorati a quest’ultima. Ne deriva un’interpretazione divertente ed ironica molto vicina allo spettatore, il quale immediatamente percepisce l’installazione come concreta e tangibile, ricordandoci di ‘non prendersi troppo sul serio’ – come afferma la stessa Carla Capodimonti.

L’utilizzo del video mapping in uno spazio museale e provinciale, come quello di Palazzo Lucarini a Trevi, ha registrato un’eterogenea e insolita risposta negli utenti, che incuriositi, accedevano nelle sale in cui era contenuta l’opera. Come afferma Carla ‘La gente entrava nella stanza e rimaneva sbalordita, sorpresa. Poi una volta usciti, l’espressione nei volti cambiava: era come se tutti trattenevano l’entusiasmo o ciò che l’installazione aveva loro suscitato perché, ritrovandosi di nuovo catapultati nella realtà “istituzionale” del museo, era come se il resto delle stanze richiedesse loro un diverso tipo di atteggiamento.’ Era come se ‘quella tenda nera’, posta all’apertura del vano, ‘dividesse due mondi’. Inoltre, occorre sottolineare il netto contrasto tra le reazioni degli adulti, sopra descritte, e quelle dei giovani spettatori, quest’ultimi maggiormente vicini a tale tipo di linguaggio.

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 23 giugno 2013.

galleria cinica 3#. Intervista alla curatrice Daniela Cotimbo, di Maila Buglioni

Palazzo Lucarini Contemporary, a Trevi, non lontano da Perugia, prosegue la programmazione riservata ad artisti e curatori emergenti del panorama nazionale con il secondo opening del ciclo espositivo presentato all’interno della Galleria Cinica, progetto ideato da Maurizio Coccia e Mara Predicatori.

Attualmente vi è in corso la mostra Presupposti per un dialogo inesatto, che ha visto protagonisti due giovani provenienti dal contesto romano: Diego Miguel Mirabella (Enna, 1988 – vive e lavora a Roma) e Mauro Vitturini (Roma, 1985 – vive e lavora tra Roma e Londra). Entrambi sono assistenti di Pietro Fortuna cui devono parte del loro linguaggio espressivo concettuale, tuttavia se ne discostano grazie all’elaborazione di indagini visivo e/o sonore singolari, rintracciabili nei lavori allestiti nella sede umbra.

Nelle sale a loro dedicate si attua un dialogo che rimbalza da una parete all’altra della prima stanza per ricongiungersi, successivamente, nel video a quattro mani proiettato nel secondo vano. La volontà di proporre un colloquio indiretto non è inedito nella loro ricerca, in quanto già realizzato nel 2011 con la doppia personale DiaSige, a cura di Maurizio Borghi presso il Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado (RM).

L’esigenza di comunicare tra loro scaturisce dal desiderio di analizzare sia la possibile connessione tra idiomi artistici molto differenti, sia di esaminare l’intrinseca peculiarità dell’arte di trasmettere e relazionarsi con il pubblico a cui si rivolge. Mentre Mauro prosegue la sua ricerca sull’elemento sonoro incuriosendo fruitori di ogni età, Diego convoglia l’attenzione dello spettatore ad un letterale abbassamento dello sguardo verso l’oggetto, sua primaria ossessione.

Soffermiamoci qualche riga sulle opere proposte. Immediatamente si colgono le similitudini e le discordanze che caratterizzano i due lessici non solo a livello formale. Tutti e due si riallacciano ad importanti indagini concettuali e filosofiche degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta – da Beckett a John Cage, da Wittgenstein a Merce Cunningham.

Diego espone una serie di disegni in cui è ossessivamente riprodotta l’unità oggettiva che da sempre lo turba. Esemplare è Base per fatto (collage e matita su carta, 2013), una composizione intesa come “un disegno ricorrente come base del pensiero che accompagna la produzione di ogni opera, un sostegno su cui, di volta in volta, gli oggetti si dispongono rivelando la propria attitudine di stare al mondo”.

Poco più avanti, con Ecco (materiali vari, 2013) si origina di fatto lo spostamento anticipato: lo sguardo dell’astante si abbassa per ammirare la concretizzazione in 3D del manufatto precedentemente disegnato che, da sostegno ideale, si commuta in un supporto concreto e tangibile su cui posizionare le proprie immagini, fotografie, identità che rivelano la sua manière de vivre. Obiettivo dell’installazione è generare un possibile dialogo tra il creativo e l’ambiente circostante: un’instancabile ricerca della sua irrequieta interiorità verso una conciliazione con lo spazio esteriore.

Sulla parete opposta Mauro, partendo anch’egli da bozzetti grafici, propone una serie di installazioni acustiche dove la vibrazione della materia concreta genera sottili suoni, fino alla trasformazione del concetto sonoro in verbo linguistico udibile attraverso un paio di cuffie posizionate su una sedia: un semplice invito a sedersi per ascoltare il messaggio registrato inFeel/Fill (2013, materiali vari) ovvero un gioco di parole tra sentire (Feel) e riempire (Fill) ideato per isolare l’ascoltatore dai rumori della sala al fine di avvertire una sensazione di solitudine, di vuoto. Sulla parete, invece, è fissata In Between (2013, materiali vari): un rudimentale apparecchio da cui si propagano cinque dialoghi differenti attraverso altrettanti speakers per dar rilievo alle pause prodotte dai silenzi piuttosto che dal suono delle parole e delle frasi di senso compiuto. Accanto è posizionato Silent Box #1 (2013, ferro, plexiglass, magneti, ram, amplificatore, lettore DVD): una scatola rivelatrice che, collegandosi a 4’33’’ di John Cage, mera dimostrazione dell’impossibilità del silenzio assoluto se non come istanza concettuale, dichiara l’incapacità dell’individuo di poter asserire la reale presenza di frequenze sonore impercettibili e, tuttavia, visibili. Scopo ultimo dell’opera è creare un’ambiguità percettiva in grado di rimandare a se stessa e ad una molteplicità di esperienze possibili. Nei suoi lavori i silenzi e le pause esistenti all’interno del discorso divengono soggetti di pari dignità dei suoni, parole o lemmi, generalmente intesi come i soli elementi che costituiscono l’enunciato.

Summa della doppia personale è il filmato Presupposti per un dialogo inesatto (2013, 7’ 4’’) realizzato durante il periodo di permanenza nella cittadina e riprodotto nella saletta adiacente. Qui i creativi, fisicamente contrapposti grazie all’impiego di una doppia proiezione, proseguono il dialogo precedentemente aperto per rendere in immagini i presupposti che danno titolo all’esibizione: asserire che nel mondo reale ‘la comunicazione può darsi solamente attraverso la comprensione dei diversi linguaggi possibili’ basati su sistemi di riferimento inesatti, sull’errore e sul silenzio.

La piena realizzazione dell’esposizione si è compiuta grazie all’apporto concreto della curatrice che ha saputo convogliare le ricerche di Mirabella e Vitturini all’interno degli specifici caratteri dell’evento fino a generare un menage a trois, esempio dell’indispensabile rapporto tra i soggetti artistici coinvolti.

A questo punto coinvolgiamo Daniela Cotimbo, curatrice della mostra a Palazzo Lucarini, e le chiediamo:

Daniela come è nata l’idea di realizzare una mostra interamente imperniata sul concetto di DIALOGO?

“Quando si realizza qualcosa e questo qualcosa è frutto di una cooperazione di individui, ciò che può davvero dare un senso al prodotto di questo scambio è l’interazione stessa. Molto spesso assistiamo a eventi in cui gli artisti possono fare a meno dei curatori o al contrario, dove i curatori si pongono in una posizione di superiorità rispetto agli artisti. Quello che mi ha sempre stimolato, nel lavorare con Diego e Mauro, è questa capacità di comunicazione e di scambio reciproco, un’attitudine che, come ha dimostrato la mostra stessa, non avviene solo attraverso la comunicazione verbale ma che riguarda piuttosto la sensibilità di ciascuno. Il nostro metodo di comprensione è fatto di similitudini e differenze ma, comunque, sempre di relazioni; quello che mi interessava in questo ambito è capire cosa succede in questo avvicendamento.”

Presupposti per un dialogo inesatto vuole essere una prosecuzione del DIALOGO instaurato nel 2011 nella doppia personale DiaSige? Oppure parte da ‘presupposti’ totalmente differenti?

“Mi è difficile dare una risposta precisa a questa domanda. DiaSige era curata da Maurizio Borghi e non ho avuto occasione di vederla se non attraverso il catalogo che ne è stato prodotto. Credo che i due artisti abbiano dovuto fare i conti con questo precedente. In particolare, mi viene in mente che l’opera Ecco di Mirabella è il culmine di un percorso che si era dato già in quella occasione con i Pozzi. Quella mostra però non si soffermava nello specifico su di un confronto serrato tra i due, immagino fossero altri i parametri con cui analizzarla.”

In mostra è evidenziato il valore del DIALOGO inteso come momento necessario per la comunicazione tra diverse individualità artistiche e tra artista e curatore. Un’innata esigenza, quella del colloquio verbale e non, e punto di partenza per costruire un duraturo rapporto tra artista e curatore. Una relazione che dovrebbe essere continuamente coltivata nel corso del tempo attraverso discussioni e scambi di idee per arrivare a stabilire un feeling che facilita anche la buona riuscita di evento artistico..sei del mio stesso parere?

“Ti rispondo con una frase di Jan Hoet, curatore a me molto caro per aver organizzato una delle manifestazioni più interessanti nel panorama europeo degli anni 80′ ossia Chambres D’amis: «Un Curatore dovrebbe essere presente negli studi degli artisti, non a partire da informazioni, ma ottenere le proprie informazioni dal contatto diretto con gli artisti.». E’ un’affermazione molto semplice ma per niente banale. Vorrei aggiungere una cosa: non è solo il dialogo tra artista e curatore a essere fondamentale ma anche la capacità di rinnovarlo costantemente in relazione all’oggetto evento che si dà sempre con caratteristiche differenti e con tutta una serie di varianti del caso.”

Oggi, grazie ai nuovi sistemi di comunicazione, come Skype o i social network, è cambiato il modo di rapportarsi con il prossimo tanto da allontanare l’esigenza di un dialogo reale tra i vari individui. Infatti, tali mezzi di comunicazione, sono fittizie finestre che avvicinano idealmente o metaforicamente i soggetti interlocutori, lontani centinaia di kilometri l’uno dall’altro o a soli pochi passi di distanza. Espressione di tale questione è il video creato in situ dagli artisti e summa del loro dialogo. Puoi illustrarci la dinamica che ha portato alla sua realizzazione?

“Sicuramente la possibilità di interagire con la rete ha aperto numerosi orizzonti in campo artistico; in questo caso essa si è rivelata determinante nella prima fase, quando Mauro era a Londra e tramite Skype abbiamo avviato gli scambi più intensi, quelli che riguardano l’ideazione dell’evento. In tal senso posso dirti che il dialogo ha funzionato: nonostante la distanza, le difficoltà della connessione e il fatto che venissimo tutti e tre da esperienze differenti, siamo riusciti a trovare dei punti di contatto. La videoinstallazione, invece, nasce da presupposti inversi: condizione della sua realizzazione doveva essere il lavoro in situ e a stretto contatto l’uno con l’altro. Le due proiezioni, che sono il risultato dell’unione di numerosi dialoghi notturni, sono state riprese e montate da entrambi nel medesimo tempo. Naturalmente ognuno di loro si è riservato la possibilità di rivedere la parte di dialogo che lo riguardava direttamente al fine di rendere il discorso il più naturale possibile; la sua forza nasce proprio dal contrasto tra una realtà che si dà come familiare e la presenza di un alter ego esistente a livello di rappresentazione.”

Nonostante le differenze esistenti tra le due entità artistiche e caratteriali di Diego e Mauro bisogna, tuttavia, riconoscerne le affinità. Ad esempio, entrambi si riallacciano alla poetica letteraria di Samuel Beckett e al suo Teatro dell’assurdo: se Diego concepisce l’errore come entità complementare alla verità e all’esattezza, Mauro eleva il silenzio e le pause inserite all’interno di un discorso a elementi fondamentali ed importanti quanto i suoni delle singole parole. Ulteriori somiglianze e differenze sono rintracciabili in ogni lavoro esposto in mostra. Vuoi illustrarcene qualcuna?

“Ho sempre creduto che tutti i più grandi pesatori della storia abbiano in fondo sempre detto più o meno la stessa cosa. La bellezza di quest’aspetto è data dal fatto ognuno però riesce sempre a trovare un modo diverso per affermare la propria sensibilità. Diego e Mauro appaiono differenti nel loro modo di relazionarsi al fare artistico come anche alla vita; in realtà partono dallo stesso modo di operare. Entrambi si soffermano analiticamente sul dato reale, se Mauro lo scompone per rintracciarne i “presupposti”, Diego lo “ricompone” secondo un preciso ordine mentale. In ambedue i casi si viene a costruire una nuova definizione della realtà: quella di Mauro è indotta da alcune casuali esterne, quella di Diego dal bisogno di tradurre se stesso nell’opera. Vi è dunque sia nel lavoro dell’uno, sia in quello dell’altro un’azione, che sia il silenzio di Cageiana memoria o l’affermazione dell’assurdo come in Beckett, l’arte si pone sempre come movimento teso ad una volontà di assimilazione del circostante, tale movimento nasce dall’avvicendamento di interno ed esterno.”

 Il video a quattro mani nasce come conclusione del dialogo tra i due artisti, iniziato nella sala antistante. L’uno si confronta con l’altro attraverso proprie peculiarità caratteriali ed artistiche: se in Diego è evidente il suo fare inquieto, in Mauro domina una riflessione silenziosa. Ne deriva un dialogo anti-wittgensteiniano ovvero basato non sul linguaggio esatto della logica, bensì sull’espressione corporale riallacciandosi a John Cage, al coreografo Merce Cunningham ed, in generale, alla corrente performativa, nonché a Beckett… giusto?

“Tutto giusto tranne una cosa: Wittgenstein è stato forse uno dei più grandi a parlare della qualità performativa dei linguaggi, di tutti i linguaggi, nonché uno dei primi a rendersi conto che all’interno del sistema logico esiste una falla, quella che lui amava definire silenzio(appunto) o mistico. A lui in particolare è dedicata questa mostra, tanto che la prima versione dell’invito web presentava proprio un suo schema legato alla verità o falsità di un fatto.

Tornando però al soggetto della domanda, posso dirti che il risultato di tutto questo nostro lavoro è stato proprio la scoperta che la comunicazione può darsi solo attraverso la comprensione dei diversi linguaggi possibili, là dove l’incomunicabilità è invece spesso il frutto della ricerca di un sistema di riferimento esatto a tutti i costi. Per me un linguaggio esatto è un linguaggio morto, mi rassicura molto di più l’inesattezza.”

Osservando le opere in mostra è possibile notare che il dialogo instaurato tra Diego e Mauro si è rivelato molto produttivo. Tu, in quanto curatore, sei stata l’elemento unificante, di connessione, tra le due individualità artistiche. Considerando la buona riuscita dell’evento e del vernissage è possibile affermare che la figura del curatore ed il suo ruolo sono ancora oggi fondamentali per la riuscita di evento artistico?

“Io credo moltissimo nel rispetto delle potenzialità di un ruolo. Dal canto mio, come curatore, cerco di ascoltare il più possibile ciò che proviene direttamente dagli artisti. Il momento della creazione di un’opera è per me qualcosa di talmente “sacro” da meritare il più grande rispetto. Curare degli artisti significa capirne le possibilità e soprattutto riporre in loro fiducia: Diego nella fase progettuale sembra quasi schizofrenico (risata), propone idee assurde, all’apparenza inattuabili ed incomprensibili, Mauro invece si dimostra più sicuro, al punto tale da essere quasi ermetico; ogni artista ha il suo personale approccio ma quando impari a conoscerli e a fidarti, non puoi che godere di queste caratteristiche. Il resto lo fa l’intesa e il confronto. Certamente un dialogo di questo tipo necessita di un intermediario, qualcuno in grado di trascendere ciò che riguarda una relazione a due e di ricondurlo a momento di condivisione collettiva. Abbiamo tutti, e qui ci metto anche la preziosissima Carla Capodimonti, curatrice del progetto Galleria Cinica, dato il meglio di noi, e se tu mi dici che il dialogo ti è sembrato produttivo, allora ne è valsa la pena.”

galleria cinica #2. intervista alla curatrice Carla Capodimonti, di Maila Buglioni

Con l’iniziativa GALLERIA CINICA si conferma la congenita vocazione verso la ricerca sperimentale del settore artistico contemporaneo di Palazzo Lucarini Contemporary.

Il ciclo di eventi, che consta di ben sei mostre scandite nell’arco del 2013, è stato inaugurato sabato 26 gennaio con l’esposizione di Diego Petroso (Napoli, classe 1983), a cura di Carla Capodimonti. L’artista propone una serie di lavori pittorici che muovono da una personale riflessione circa la pratica stessa del fare pittura. Il linguaggio pittorico, primordiale espressione artistica umana, si caratterizza per la facilità di esprimere quell’avvicinamento fisico e spirituale esistente tra il pittore ed la sua tela: fine ultimo di tale prassi è questa spinta verso il supporto. Il napoletano medita su tale movimento per sperimentare un capovolgimento dello stesso da cui successivamente nasceranno una serie di nuovi idiomi.

I successivi interventi espositivi vedranno l’avvicendarsi di altri giovani esponenti della recente generazione artistica.

In primavera sarà allestita la mostra di Mauro Vitturini e Diego Miguel Mirabella, la cui curatela è affidata a Daniela Cotimbo. Successivamente, sarà la volta del duo cloroclorocloro, nuovamente a cura della Capodimonti che cura anche il progetto di Melissa Giacchi OPERARI lavoro di forme, contributi audiovisivi dell’Associazione Culturale Dancity. Un tocco di colore vivacizzerà l’atmosfera autunnale umbra grazie alla mostra di Francesco Ciavaglioli, curata da Simona Merra e Saverio Verini. Infine, i festeggiamenti del ventennio della sede umbra si concluderanno con la personale di Nicole Voltan curata da Carla Capodimonti e Simona Merra.

Lasciamo la parola proprio a Carla Capodimonti, curatrice della mostra di Diego Petroso e di molte delle successive proposte al Lucarini, approfondendo con lei la sua politica culturale, le scelte critiche e i suoi intendimenti curatoriali.

La prima delle sei mostre del ciclo proposto dalla Galleria Cinica ha come protagonista Diego Petroso, giovane artista napoletano, classe 1983. Puoi dettagliarci meglio la sua poetica pittorica e parlarci delle opere esposte?

“Diego Petroso presenta per Galleria Cinica un lavoro di natura pittorica composto da una serie di 14 pezzi di piccolo formato dal nome Ballade Frenesia, tre opere singole (Nauli, Jivha Bandha, Karnapirasana) e la tela Maniaca Melodia che dà il titolo alla mostra. L’intero ciclo estende materialmente una riflessione sulla pratica stessa del fare pittura nel corso della storia dell’arte e rappresenta l’ultimo lavoro dell’artista e la base della ricerca che svilupperà durante il periodo di tre mesi di residenza presso Viafarini – Milano.

L’opera rappresenta, per questo motivo, un vero e proprio work in progress, un esperimento continuo che ribalta il tradizionale rapporto artista/tela sviluppando meccaniche inesplorate. Nell’intero corso della storia dell’arte, infatti, il linguaggio pittorico è da sempre stato espressione dell’avvicinamento, fisico e spirituale, dell’artista verso il supporto al fine stesso della prassi. Petroso riflette sulla questione proponendo un’inversione di rotta volta verso una serie di nuovi linguaggi proposti dai contorni prettamente sperimentali. Ne risulta un dialogo evolutivo tra artista, supporto, materia; un processo sovrapposto, susseguito da un’operazione di natura sottrattiva che pure rende l’azione ed il gesto del tutto compiuti.”

Il linguaggio pittorico di Diego vuole essere una riflessione sull’intrinseco movimento oscillatorio che pone in contatto fisico e spirituale il pittore, in quanto esecutore, ed il materiale su cui si appresta a dipingere ovvero il supporto. Una ricerca molto interessante che pone in primo piano il fare pittorico, per anni snobbato sia dagli artisti sia dalle gallerie che hanno preferito dare maggior spazio alla pratica concettuale. Perché avete scelto di aprire il ciclo espositivo della Galleria Cinica con una mostra che pone in primo piano la questione tanto dibattuta della pittura?

“Galleria Cinica inaugura il nuovo anno e l’intero ciclo di mostre che si svilupperà nel 2013 simbolicamente con un’opera pittorica per riportare l’attenzione su un linguaggio considerato da molti obsoleto. La scelta vuole essere la dimostrazione che ancora è possibile portare una riflessione valida su determinate pratiche. Nel caso specifico, l’intero ciclo di Petroso, ispirato alle partizioni musicali, acquisisce una dimensione installativa ambientale che avvicina l’opera ad un’esperienza totale e le attribuisce un peso specifico simile a quello della scultura.”

Scorrendo i nomi dei prossimi artisti che esporranno nel corso dell’anno alla Galleria Cinica ho notato che ognuno proviene da realtà territoriali molto differenti. Inoltre, ciascuno si esprime attraverso i molteplici linguaggi che oggi caratterizzano la scena artistica nazionale: dalla pittura all’installazione sonora, dalla fotografia alla performance…

“Sì. Abbiamo voluto dare spazio ad ogni tipologia di espressione artistica, per proporre all’eventuale pubblico una visione quanto più possibile completa della realtà artistica contemporanea. L’obiettivo è quello di dare spazio a giovani artisti e curatori che molto spesso si muovono con difficoltà all’interno di un sistema dalle meccaniche complesse.”

Ogni artista si esprime attraverso una differente prassi artistica dando vita ad idiomi molto personali su cui sicuramente avrà influito anche il suo background culturale e territoriale. Scopo ultimo delle differenti esposizioni in programma è far emergere le loro differenze ed affinità sia linguistiche sia regionali?

“Al di là delle differenze linguistiche e regionali, ciò che si vuole far emergere è in primo luogo la volontà espressiva di ogni artista e la validità di giovani curatori che in un momento critico come quello in cui viviamo difficilmente dispongono della possibilità di esprimere la propria professionalità.”

In questo primo evento avete riscontrato un buon interesse di pubblico? Che tipo di utenza avete registrato? Siete rimasti soddisfatti? Quali sono le vostre aspettative circa le prossime esposizioni?

“Siamo rimasti molto soddisfatti della risposta che abbiamo ricevuto. Ciò che ci ha più positivamente sorpreso, in una piccola realtà come l’Umbria, è stata l’attenzione e la presenza di un pubblico giovane. Per il futuro, continueremo ad operare cercando di non deludere le aspettative di chi fruirà di tali esperienze.”

Lei è  supervisore della curatela delle mostre in programma; alcune esposizioni, come quella attuale, sono curate direttamente da lei mentre altre sono a cura di altri giovani curatori. Quale è il motivo di questa differenziazione? Perché?

“Per ragioni programmatiche e scelte di linearità. In un contesto difficile come quello provinciale, abbiamo pensato fosse importante fornire dei punti di riferimento grossomodo continui al pubblico; delle figure a cui attribuire una sorta di responsabilità. Inoltre, per scelte curatoriali: abbiamo cercato di dare spazio anche alla nostra realtà territoriale e a chi vi lavora, creando così un contatto con il contesto. Donare un’identità riconoscibile allo spazio, percepito passivamente da chi non frequenta il museo, è uno degli obiettivi del nostro progetto.”

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 10 marzo 2013.

galleria cinica #1. Intervista al direttore artistico Maurizio Coccia, di Maila Buglioni.

Sono passati ben vent’anni da quando, nel lontano 1993, fu fondato il Trevi Flash Art Museum. Uno spazio museale, a gestione mista pubblico/privata, unico nel suo genere nel territorio umbro poiché fu il primo polo interamente dedicato all’arte contemporanea e, in generale, alla cultura della contemporaneità nelle sue molteplici manifestazioni distinguendosi nel corso del tempo come luogo di sperimentazione, diffusione e promozione di giovani artisti. Successivamente, precisamente dal 2007, quando si sciolse la convenzione tra il Comune e l’ente privato, la sua mission fu portata avanti da Palazzo Lucarini Contemporary – Centro per l’arte contemporanea. All’interno dell’omonimo Palazzo, l’attuale associazione ha affiancato alle consuete attività espositive una maggiore attenzione nei confronti del pubblico e del milieu circostante grazie alla creazione di una sezione didattica nata con l’obiettivo d’implementare l’afflusso degli utenti, il radicamento sul background territoriale e, non da ultimo, dando rilievo alla funzione sociale che l’arte può assolvere.

I festeggiamenti per il suo successo coincidono, purtroppo, con l’attuale e profonda crisi – nazionale e mondiale – che ormai ha investito ogni settore. Nonostante ciò, il direttore artistico Maurizio Coccia e la responsabile dei servizi educativi Mara Predicatori hanno scelto di reagire alla medesima fase di stallo internazionale attraverso l’organizzazione di una serie di eventi che si susseguiranno nel corso di tutto il 2013. Le varie iniziative saranno suddivise in tre sezioni: la prima dedicata alle mostre ospitate nel suo spazio espositiva principale; la seconda è la cosiddetta Galleria Cinica.

Curiosa è la proposta Galleria Cinica, ovvero un progetto affidato alla supervisione della giovane curatrice Carla Capodimonti. Fisicamente collocata in un’ala del museo in cui, per tutto l’anno, sarà ospitato un ciclo di sei mostre i cui protagonisti saranno artisti e curatori emergenti. Obiettivo principale è promuovere i creativi dell’ultima generazione dando loro l’opportunità di esporre all’interno del prestigioso immobile. Un’innata attenzione e propensione al futuro che oggi si rinnova grazie al rapporto diretto che ne deriva tra questi eventi collaterali e la programmazione principale di Palazzo Lucarini.

La denominazione Galleria Cinica è un gioco di parole che prende le mosse dalla Galleria Civica, presente in ogni città, per riallacciarsi all’autonomia e all’indifferenza nei confronti del rigore morale auspicati dalla filosofia cinica. L’indipendenza dell’arte dai sistemi e dalle sovrastrutture che la convogliano entro vecchie e stantie convenzioni, ovvero il pieno rifiuto di tutto ciò per tornare ad osservare coscientemente il panorama artistico attuale costituito da fresche e vigorose leve… è la scommessa avviata con questa iniziativa.

Il museo di Trevi conferma, ancora una volta, la sua congenita vocazione verso la ricerca sperimentale del settore artistico contemporaneo.

Abbiamo interpellato il direttore artistico di Palazzo Lucarini Contemporary, Maurizio Coccia, per approfondire con lui alcuni punti relativi alla politica culturale, alle scelte e ai progetti della struttura.

 In occasione del ventesimo anniversario di Palazzo Lucarini Contemporary lei, in quanto direttore artistico, insieme alla responsabile dei servizi educativi, Mara Predicatori, avete deciso di destinare un’ala del museo ad un ciclo di sei mostre dedicate agli artisti dell’ultima generazione. Un’iniziativa che si presenta come un ottima occasione per i giovani meritevoli di esporre all’interno di un prestigioso contenitore. Come nasce quest’idea?

“Innanzitutto, per seguire la vocazione sperimentale originaria del Progetto Palazzo Lucarini che ci accompagna nelle pratiche espositive e in quelle didattiche. Poi, come logica conseguenza, per un inevitabile avvicendamento generazionale. Insomma, per stare vicino ai giovani è meglio essere giovani. Non è indispensabile, ma aiuta a inserirsi sulla stessa lunghezza d’onda.”

Il vostro obiettivo primario è dare maggior spazio ad alcuni artisti e curatori emergenti, tuttora presenti in grande quantità nel belpaese. Secondo quali parametri sono stati selezionati gli artisti ed i curatori che sono entrati a far parte del vostro progetto?

“In questi casi si tratta – sempre, non solo per noi – di logiche arbitrarie, inutile negarlo. Non può esistere un modello oggettivo di scelta. Anche per l’incremento esponenziale degli operatori, è ovvio, che non permette un monitoraggio integrale e costantemente aggiornato del panorama di settore. Ma non solo. Ci sono gli interessi personali. E la disponibilità, di tempistica e di temperamento. La rispondenza dei progetti alle esigenze dell’impostazione generale, degli spazi, delle mostre parallele… Come vede, è una casistica piuttosto eterogenea.”

 Ho notato una certa varietà tra i vari creativi selezionati in quanto provengono da realtà territoriali molto differenti tra loro: ad esempio Diego Petroso da Napoli, Mauro Vitturini e Diego Miguel Mirabella da Roma, Cloroclorocloro da Ascoli Piceno, Francesco Ciavaglioli da Avezzano anche se ora opera a Roma, Nicole Voltan da Mestre anche se attualmente vive e lavora a Roma. Inoltre, ogni artista coinvolto porta avanti una ricerca molto differente, allargando così lo sguardo alle molteplici pratiche artistiche oggi presenti nel contesto italiano. La ragione di questa eterogeneità, sia regionale sia operativa, è dovuta alla volontà di offrire al pubblico un’ampia panoramica sulla giovane arte italiana?

“Beh, non abbiamo velleità così ecumeniche. Diciamo piuttosto che il nostro modo di operare è sempre stato alieno da ogni irrigidimento linguistico, settarismo formale, o discrimine territoriale. Ciò che proponiamo con Galleria Cinica è semplicemente un punto di vista. Aperto, prensile, ibrido. Un po’ come è la situazione attuale, no? Questo, però, non significa scadere nell’eclettismo. Grazie anche al coordinamento di Carla Capodimonti (responsabile del progetto Galleria Cinica), mi sembra che ci sia coerente proprio nella pluralità.”

Le singole mostre in programma sono collegate, oltre che dai festeggiamenti per il ventennale, anche da un ulteriore tema-guida?oppure ognuna sviluppa una tematica specifica non connessa con le altre?

“Ogni volta che sento parlare di mostre-a-tema metto mano alla fondina! Sa un po’ troppo di compito a casa, no? Galleria Cinica è una palestra dove si confrontano volti nuovi e pratiche sperimentali. Senza pregiudizi o paludamenti.”

Qual è il ruolo svolto dalla curatrice, ovvero: in cosa consiste la sua supervisione?

“Carla Capodimonti che già da diverso tempo collabora con noi, è il terminale operativo di tutto il dispositivo-Galleria Cinica. Ha recepito pienamente le nostre esigenze e ha agito in totale libertà nelle scelte e nell’impostazione generale del progetto. È un ponte generazionale e abbina – finalmente! – una prospettiva curatoriale aggiornata a una solida formazione umanistica. Quindi, la sua, è una figura di garanzia e proposta.”

Palazzo Lucarini Contemporary fin dal 1993 emerge nel contesto culturale umbro per la sua innata inclinazione tesa a promuovere la sperimentazione presente nella ricerca artistica contemporanea. Oggi nasce la Galleria Cinica: un ulteriore spazio sito all’interno del museo dedito ad ospitare le novità presenti nel settore dell’arte contemporanea. Quali sono le vostre aspettative in merito alla programmazione 2013?

“Chiaramente, non riguardano la quantificazione dei nostri sforzi. Cioè, non puntando alla spettacolarizzazione dell’esperienza artistica né al compiacimento folcloristico del dilettante, probabilmente non vedremo aumentare a dismisura il nostro pubblico. Tuttavia, vorremmo che quel pubblico si diversificasse accogliendo molti giovani e proponendo una piattaforma di discussione – ovviamente critica – per tutti gli altri. Insomma, ci piacerebbe confermare il nostro mandato istituzionale di luogo dove si incontra il presente storico, anche nelle sue contraddizioni, per condividerne, con una collettività allargata, le sue proposte culturali.”

Intervista pubblicata su “art a part of cult(ure)”, 10 marzo 2013.